I 18 Principi del Dalai Lama

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1) Tieni sempre conto del fatto che un grande amore e dei grandi risultati comportano un grande rischio.

2) Quando perdi, non perdere la lezione.

3) Segui sempre le 3 “R”: Rispetto per te stesso, Rispetto per gli altri, Responsabilità per le tue azioni.

4) Ricorda che non ottenere quel che si vuole può essere talvolta un meraviglioso colpo di fortuna.

5) Impara le regole, affinché tu possa infrangerle in modo appropriato.

6) Non permettere che una piccola disputa danneggi una grande amicizia.

7) Quando ti accorgi di aver commesso un errore, fai immediatamente qualcosa per correggerlo.

8) Trascorri un po’ di tempo da solo ogni giorno.

9) Apri le braccia al cambiamento, ma non lasciar andare i tuoi valori.

10) Ricorda che talvolta il silenzio è la migliore risposta.

11) Vivi una buona, onorevole vita, di modo che, quando ci ripenserai da vecchio, potrai godertela una seconda volta.

12) Un’atmosfera amorevole nella tua casa dev’essere il fondamento della tua vita.

13) Quando ti trovi in disaccordo con le persone a te care, affronta soltanto il problema attuale, senza tirare in ballo il passato.

14) Condividi la tua conoscenza. E’ un modo di raggiungere l’immortalità.

15) Sii gentile con la Terra.

16) Almeno una volta l’anno, vai in un posto dove non sei mai stato prima.

17) Ricorda che il miglior rapporto è quello in cui ci si ama di più di quanto si abbia bisogno l’uno dell’altro.

18) Giudica il tuo successo in relazione a ciò a cui hai dovuto rinunciare per ottenerlo.

fonte: http://www.dalailama.com/

 

 

Conoscere sé, conoscere l’altro

Tutto parte da una domanda di fondo, una ricerca di senso e di significato, l’imprescindibile: “Chi sono io?”, che poi, a mano a mano, a cerchi concentrici, si estende in modo naturale al “Chi è l’altro?”, e poi, al limite, “Esiste veramente un altro da me?”.

Andiamo per gradi.

Chi sono io: l’imperativo è conoscere se stessi, una necessità primigenia a cui nessuno, in ultima analisi, riesce in toto a sottrarsi, figuriamoci uno psicologo, che fa’ della propria persona lo strumento principe del proprio lavoro, al di là di tante teorie, tecniche, veicoli che, per quanto all’avanguardia possano essere, nulla potrebbero senza un individuo che ne sappia fare un uso saggio e discriminato.

La conoscenza, tuttavia, come etimologicamente definita, è solo un primo passaggio, in quanto viene acquisita con un moto dell’intelletto, della ragione e come tale può assumere solo ciò che attiene alla natura dei pensieri e delle idee.

Se presupponiamo una concezione più ampia dell’individuo – così come più ampiamente della natura – possiamo ammettere l’esistenza di più piani rispetto a quello mentale, a cui possiamo aggiungere per l’essere umano anche quello emozionale, corporeo e spirituale.

Il fondo comune per poter entrare in contatto diretto con tali piani e l’esperienza, il mettere alla prova sé, i propri veicoli, il loro modo di funzionare, di esprimersi, di manifestarsi.

Il saper abbracciare e vivere consapevolmente esperienze complesse, a più livelli possibili, consente di effettuare un passaggio dalla conoscenza alla comprensione che, in quanto tale, è l’unica a poter garantire un pieno intendere, con mente, corpo, spirito.

Una volta giunti a tale livello si afferma la necessità di un ulteriore moto interiore: l’accettazione, cioè il saper riconoscere con gradimento quel che ci si presenta.

Se poi si tratta di lati sgradevoli o inattesi della propria persona, del mondo o degl’altri, non è sempre impresa facile: tuttavia, si tratta di un passaggio obbligato, soprattutto per uno psicologo.

L’accettazione, l’accoglienza di sé (e di riflesso dell’altro) per quel che si è, la messa da parte di dover a tutti i costi cambiare le cose, costituiscono la base per il sorgere della compassione, quel moto interiore di condivisione delle pene dell’altro, come se fossero le proprie, ma scevro da quell’attivismo, spesso anche assai deleterio, che connota molti di noi.

Fino a che punto posso modificare me stesso, per andare incontro agli altri e al mondo, e dove devo semplicemente limitarmi ad accettare me (e l’altro) per quel che è?

Credo che questo sia un dubbio che costantemente si presenta a ciascuno di noi nella sua vita, privata e professionale.

Vita privata e professionale che, di fatto, ancorché delimitata a luoghi, modi, tempi ben differenti, per tutti noi e ancor più per gli psicologi, risentono di una matrice comune imprescindibile e ineliminabile: la nostra umanità.

Questo si vede, si coltiva, si condivide, si dona ogni istante della giornata, che si tratti di ferialità o di lavoro, poco cambia.

La formazione accademica di uno psicologo non comporta obblighi istituzionalizzati di formazione strettamente personale durante l’iter di studi e neppure in seguito.

Tale condizione viene posta solo a chi, in seguito alla laurea, decide di effettuare un ulteriore percorso di studi volto specificamente alla pratica terapeutica.

Urge a questo punto ricordare che solo lo psicoterapeuta è autorizzato alla terapia, dove con questa espressione in senso etimologico si fa’ riferimento all’assistere, curare, e guarire malattie.

Tale ruolo professionale fa’ evidentemente riferimento ad un modello patologizzante della psicologia e degli individui sofferenti.

Se, tuttavia, assumiamo per buone le definizioni secondo cui la sofferenza è ciò che attiene ai piani mentale ed emozionale, mentre dolore si riferisce ad una o più alterazioni del corpo, viene da chiedersi se e come gli psicoterapeuti si rivolgono in modo diretto ed esplicito alla terapia del corpo, troppo spesso trascurato, se non dimenticato.

Se compiano un ulteriore passo indietro e riprendiamo in esame l’antica definizione di psicologia, ci ritroviamo di fronte ad una scienza dell’anima che studia la morale e l’intelligenza, senza esaminare le parti che ne sono gli organi.

Quindi, di fatto, questo non solo avvalla il fatto che uno psicologo non si occupa di terapia, ma anche non fa’ alcun riferimento alla possibilità che l’anima si ammali.

Le emozioni, i pensieri, possono indurre sofferenza, il corpo può veicolare dolore, ma l’anima, per certi versi, è asintomatica, vuota, silenziosa, spaziosa, sconfinata, eterna.

Molti di noi, prima di effettuare una scelta professionale, se diventare terapeuta o meno, se investire tempo, soldi, energia, non si premurano d’indagare, nella teoria e ancor meno nella pratica, con la conoscenza e la comprensione diretta, questi fondamentali assunti di base che alimentano la vita di tutti noi, prima ancora che il lavoro che si andrà a svolgere.

Per lo più effettuiamo scelte sulla base del sentito dire, delle mode del momento, dello status, del prestigio, dei possibili sbocchi economici e/o lavorativi, o di una non meglio definita vocazione.

Ritengo che la professione dello psicologo, e soprattutto gli assunti di base che la alimentano, e di riflesso l’iter formativo che ne scaturisce, debba poter essere completamente ripensata, ridefinita, e ri-valorizzata, in quanto intrinsecamente differente da quella di uno psicoterapeuta.

Molti si chiedono, legittimamente, tolto il ruolo professionale di terapeuta, cosa resta allo psicologo?

Se la terapia, come dicevamo, è l’assistere, il curare, il guarire, allo psicologo resta una funzione fondamentale, troppo spesso sottovalutata e trascurata, ma che è imprescindibile nell’esistenza di ciascuno di noi: la cura, intesa etimologicamente come aver a cuore.

Ecco perché, a mio modesto avviso, sono dell’idea che questa vada vissuta, appresa, sentita già durante l’iter universitario, e se possibile anche in seguito, attraversando consapevolmente, con impegno e continuità, un percorso di conoscenza, comprensione, accettazione, compassione, di sé (e di riflesso dell’altro), un vero e proprio cammino da rende auspicabile e obbligatorio.

Di fronte all’altro – ammesso che alla lunga, specie su un piano spirituale, che tale distinzione possa avere una ragion d’essere – siamo chiamati ad essere specchi sempre più neutri, puliti, così da poter consentire all’altro di vedersi riflesso, il più possibile senza distorsioni, in modo tale da offrirgli un modello quanto mai autentico, inequivocabile, e vivo di un prendersi cura di sé, con il continuo, paziente, umile tornare a ripulire la propria superficie riflettente, in un processo che si estende verosimilmente lungo tutto l’arco della vita di ciascuno di noi.

In vino veritas

Come l’alcool può aiutare a svelarci

In vino veritas, recitavano gli antichi.

Oggi più che mai la maggior parte di noi vive celato dietro ruoli, maschere, finzioni, che offuscano la nostra vera natura.

Questa parte se ne sta silente in qualche angolo recondito di noi, coperta da cumuli di macerie e falsità che ci raccontiamo e di cui facciamo bella mostra agli altri, ma nel profondo qualcosa ci dice che c’è dell’altro oltre quella rappresentazione.

In alcuni fortuiti casi, a volte più frequenti, altri più sporadici, si apre una breccia nella facciata che tanto alacremente curiamo ed emerge la nostra essenza.

Esistono degli elementi, delle circostanze, delle situazioni, delle persone, o degli oggetti che possono facilitare tale processo. Uno di essi è sicuramente il vino, e gli alcoolici in generale, per una lunga serie di fattori.

La sua azione chimica, fisica, a dosi moderate, è in grado di produrre anche effetti mentali ed emotivi, tra cui un rilascio dei freni inibitori, un minore controllo degli impulsi, una ridotta lucidità mentale, una leggera euforia, una maggiore loquacità e stimolazione sessuale, a loro volta accentuati dai contatti sociali in cui tutto ciò, spesso, viene condiviso.

La grande diffusione del consumo di alcoolici la dice lunga circa non solo il piacere fisico che la loro assunzione produce, ma anche circa il bisogno di una crescente libertà espressiva che pare essere sempre più sedata da una vita quotidiana frettolosa, arrivista, all’insegna del dovere, delle performance, delle ansie e delle preoccupazioni.

Non è un caso che il consumo di alcoolici si elevi proprio la sera e in special modo nei fine settimana, quando ci si concede un po’ di relax.

Che poi ci sia una forma di accettazione di lunga data in tale tendenza è confermato dal carattere ascetico e spirituale che il vino comporta in alcune culture religiose, come in quella cattolica, dove il vino viene ad assumere il valore del sangue di Cristo.

Sotto tale punto di vista, nulla come il vino può essere considerato un alimento olistico, che se assunto a dosi moderate, è in grado di nutrire il corpo, la mente, la spirito e offrire a tale complesso una autentica libertà espressiva, seppure di breve durata.

 

Ogni giorno, un nuovo giorno

Esistono ancora i buoni propositi?

Non esiste nulla di più delicato come la fine di un anno e l’inizio di uno nuovo.

Non è un semplice cambio di numero su un calendario – il cambiamento, il lasciare andare, la necessità di adattarsi accadono di continuo, ogni mese, ogni giorno, ogni ora, ogni istante, ad ogni respiro – è che semplicemente la nostra società ha focalizzato molto delle sue energie su tale passaggio, per lo più per scopi commerciali, per cui volente o nolente, lo dobbiamo subire.

Subire, non vivere consapevolmente, come invece potrebbe essere più utile e istruttivo per ciascuno di noi.

E allora siamo presi dal vortice delle feste, degli auguri, delle abbuffate, della musica a tutto volume, degli abiti scintillanti e da tutta l’infinità varietà di riti e tradizioni che sono usuali.

Mai come al termine di qualcosa emergono le nostre fragilità.

Al fondo di tutto c’è la paura, che resta silente, soffocata, repressa, per non essere sentita. E sotto ancora, il dolore. Il dolore della transitorietà di ogni cosa, dell’inconsistente, dell’effimero, del superficiale a cui ci aggrappiamo credendo che la nostra vita sia tutta lì. E assommiamo dolore su dolore, paure su paure, e ci affanniamo, agiamo, e sbraitiamo per non sentire tutto il marasma che ci agita dentro.

Mai come alla fine dell’anno, sentendo che qualcosa di noto, familiare – per quanto spesso stretto, monotono, incolore, insoddisfacente, imprigionante – sta venendo meno, ci creiamo nuovi fantasmi, obiettivi, oggetti, luoghi, persone da raggiungere, conquistare e cercare di ottenere.

E così passiamo da una prigionia all’altra, pur di evitare quella che, in ultima analisi, è la nostra suprema solitudine. Di fronte ad ogni passaggio siamo soli, con il nostro sentire, con la nostra responsabilità, il nostro impegno, la nostra volontà.

Cerchiamo di stordirci dentro, con tutto e anche di più, eppure qualcosa continua a bruciarci dentro e non sappiamo definire. Ma è proprio attraversare la solitudine che porta a trascenderla e vivere l’unicità.

Ogni nuovo obiettivo, meta, buon proposito per il futuro rappresenta l’ennesima idea mentale a cui ci aggrappiamo per evitare di vivere quel che c’è nel momento presente, che è l’unica possibilità che abbiamo.

Ma ogni idea, ogni pensiero, a sua volta, non può essere altro se non frutto del passato, e così facendo ci condanniamo a ripetere la solita storia, proprio quella che ci sta tanto stretta, a cui cerchiamo di dare una svolta e che tanto ci opprime.

La soluzione a tale circolo vizioso?

Molto semplice e alla portata di tutti, in qualsivoglia luogo e momento dell’anno.

Ripartire da sé, della propria conoscenza, consapevolezza, comprensione e abbandono – inteso come progressiva liberazione da tutte le sovrastrutture che l’identità della vita quotidiana propone e impone. Questo crea le basi per poter tornare continuamente e costantemente al momento presente, al qui ed ora, che è l’unica opportunità che abbiamo per trasformare noi stessi. Cosa che poi, in realtà, paradossalmente solo per quel che interpreta la mente, accade da sé, senza sforzo, senza impegno, quando ci lasciamo andare, quando abbandoniamo ogni pretesa di previsione, controllo, direzione, per lasciare che sia la Vita stessa a plasmarci con il suo fluire.

 

Intervista a Renato Tittarelli

Intervista a Renato Tittarelli*

a cura di Anna Fata

D.: Leggendo la tua presentazione si nota quanto la tua formazione sia ampia e multisfaccettata, ci spieghi brevemente le ragioni che ti hanno indotto a compiere scelte così varie e differenziate tra loro?

R.: La ragione può spiegare molto poco della natura umana, soprattutto della vocazione, delle priorità e dei desideri dell’anima che abita quel corpo in quel periodo storico, che noi definiamo in termini molto semplici Io, cioè un essere umano con un’età anagrafica, un nome e cognome, un luogo di nascita, un sesso, una lingua, una cultura, un’aspirazione ad evolvere e a migliorarsi.

Noi siamo in realtà un’entità spirituale che prende a prestito quel corpo e quella particolare intelligenza fisica, emozionale, psichica, poiché è più consona a svolgere quella missione che ha deciso di compiere prima di nascere, perciò prima d’incarnarsi. Sarà quindi compito della nostra vita adempiere a quella promessa fatta dalla nostra parte più saggia ed intelligente: lo spirito.

Possiamo pensare di conoscere con l’età adulta i nostri veri pensieri, la nostra vera natura, il nostro vero compito, ma possiamo onestamente ammettere di non ricordare i motivi che ci hanno indotto a scegliere quella famiglia in cui nascere, quel tipo di lavoro, quella città, quegli amici, quell’insegnante di quel corso di studi, quel compagno, quella compagna, quel figlio con cui condividere amore, innamoramento, passioni ed ideali.

Se qualcuno oltre a me, leggendo quest’intervista, crede di non saper dare una risposta esauriente a queste domande, e vuole ciò nonostante gustare appieno questa esistenza umana, credo che forse sia ora che cominci a cercare una risposta a tutto ciò.

Io sto cercando di mettere attenzione e consapevolezza nelle scelte che mi hanno portato a nascere in questo pianeta ed in quest’epoca storica e a sperimentare attraverso vari percorsi scientifici, artistici, spirituali, terapeutici ed educativi l’esistenza di tante vie valide e che costituiscono esse stesse la risposta alle domande prioritarie per chi chiede di vivere una vita meritevole e piena di valore: chi sono io veramente, come posso entrare nella gioia, come posso vivere con amore e condividerlo.

Ecco questa è in sintesi la storia di quell’Io apparente che viene chiamato e si fa chiamare Renato Tittarelli.

D.: Nella nostra vita ciascuno è costantemente alla ricerca di un senso per il proprio esserci, ma spesso i risultati sono deludenti: nonostante la fatica, spesso ci imbattiamo in vicoli ciechi, non troviamo le risposte che cerchiamo o, comunque, esse sono molto diverse da quelle che ci aspettavamo. In che modo il Massaggio Essenziale può contribuire al raggiungimento di tali risposte e, nel complesso, ad un migliore equilibrio tra corpo, anima e psiche?

R.: Noi viviamo in un’epoca in cui riceviamo tutti i giorni una quantità incredibile di stimoli e d’informazioni di ogni genere, ma che spesso sappiamo a malapena filtrare e ancora meno comprendere interiormente. La maggior parte dei mezzi di comunicazione di massa in realtà non servono per comunicare efficacemente informazioni utili alla nostra crescita personale, utili per aumentare il potenziale di gioia e vitalità che alberga in noi, bensì per manipolare le nostre menti e per restringere la possibilità di scegliere come condurre autenticamente la nostra vita, come gestire l’intelligenza dei sensi e delle emozioni: non a caso ci vengono serviti su piatti dorati dei cibi scadenti per i nostri corpi sottili, quali: paura, competizione, sopraffazione, violenza, arroganza, conformismo, possesso di beni spesse volte inutili, o meglio utili ad avere una “immagine di successo”.

Sono questi infatti i messaggi privilegiati contenuti della maggior parte delle pubblicità televisive, su riviste cartacee e su pagine web.

Un essere vivente che venisse da un altro pianeta più evoluto, osservando il comportamento della maggior parte degli individui, potrebbe pensare che questo pianeta sia popolato prevalentemente da strani esseri umani, dediti, oltre che alla propria sopravvivenza, allo sport del consumare e sprecare inconsapevolmente le proprie risorse e quelle del proprio pianeta.

D.: Come tutto questo può aver attinenza col Massaggio Essenziale? Come il Massaggio Essenziale può contribuire a rendere la nostra esistenza più piena e soddisfacente?

Ve lo spiegherò brevemente.

Il Massaggio Essenziale è il frutto dell’integrazione di vari sistemi di guarigione  ed un modo per utilizzare il potere degli oli essenziali e la sapienza delle mani per migliorare la salute del corpo-mente permettendo il rilascio di stanchezza, ansietà e stress, assieme a tensioni, traumi, ferite emozionali localizzati a livello degli organi, muscoli, ed articolazioni, per poi ricaricarsi di energia positiva.

Il Massaggio Essenziale può spezzare questa spirale d’inconsapevolezza dei valori spirituali della vita e perciò viene utilizzato per portare saggezza, compassione, condivisione tra gli esseri umani e naturalmente le altre creature.

Si tratta di un sistema non solo di cura, ma di educazione al rispetto di quei valori prioritari nelle relazioni umane, spesso dimenticati, quali: l’amicizia, il gioco, l’intimità, la comprensione, la collaborazione ed il sostegno.

Apprendendo il Massaggio Essenziale avremo nelle mani uno strumento semplice e potentissimo per migliorare la qualità delle nostre vite e che perciò ho chiamatoMassaggio Essenziale, poiché va toccare l’essenza della vita umana, spostando la nostra attenzione dal fuori al dentro, dalla malattia alle opportunità mancate, dall’agire al saper anche non agire, permettendoci di avere più tempo da destinare a noi stessi, per lasciarci andare con fiducia agli eventi armoniosi che sapremo attirare.

L’esperienza del Massaggio Essenziale permette di scoprire che c’è molto altro e molto di più del disagio, del dolore, dell’angoscia che quella persona può aver accumulato sotto forma di sensazione corporea, emozionale o psichica.

Grazie all’utilizzo della presenza amorevole e non giudicante, dell’intenzione unite ad una qualità di tocco, di massaggio e respiro consapevoli accediamo ad un altro reame o livello di coscienza, ad un mondo che sembrerebbe essere sommerso o sotterraneo ed invece è quello in cui giace il tesoro che abbiamo in noi, che aspetta solo di essere scoperto e portato alla luce.

Naturalmente occorre apprendere il Massaggio Essenzialeattraverso un opportuno addestramento teorico, tecnico, esperienziale ed una formazione di crescita personale per poter far lavorare assieme, corpo fisico, emozioni, mente e spirito mentre utilizziamo il contatto delle mani o semplicemente delle nostre auree, dei pensieri ed emozioni.

In questo modo nel Massaggio Essenziale, attraverso di noi e le nostre mani fluirà l’Energia del Cuore, sintesi tra conoscenza intuitiva, capacità di sensazione empatica e poesia, permettendo di far scomparire per un po’ di tempo l’Io ed il Tu, sperimentando l’unità nel vivere in risonanza coi nostri doni e talenti innati e nel piacere di scambiarli, del donarli, così come può avvenire per uno sguardo, una carezza, un abbraccio, un bacio, un elogio.

Di solito inizio i corsi di Massaggio Essenziale introducendo le varie modalità e qualità del contatto e del massaggio, per poter poi preparare agevolmente le persone a passare dalla sensazione alla percezione, dall’utilizzo dei 5 sensi agli innumerevoli altri sensi che giacciono inesplorati e quasi dimenticati, coi quali ad esempio viaggiamo di notte, coi quali sentiamo l’aura delle persone e dei luoghi, coi quali avvertiamo con largo preavviso il pericolo ed anche l’inizio di periodi di tempo e di situazioni fauste e propizie e coi quali stimoliamo il potenziale di autoguarigione presente in ogni organismo vivente.

D.: In che modo la riscoperta dei sensi più arcaici, in primis dell’olfatto, e degli oli essenziali possono sostenerci in tale percorso?

R.: La percezione sensoriale dei nostri progenitori era assai sviluppata e così il loro “fiuto” fungeva da “sesto senso”, permettendo loro di avvertire in tempo un pericolo, di trovare le tracce di un animale, di riconoscere gli effetti velenosi di una pianta ed anche l’imminenza di una malattia. Noi moderni abbiamo perso una gran parte della sensibilità della percezione olfattiva, e la consapevolezza della sua preziosità, visto che grazie all’affinamento della conoscenza ed alla tecnologia abbiamo sviluppato altri metodi di selezione, controllo e protezione dai rischi e pericoli più comuni: il buio, la mancanza di cibo e di acqua, la difesa del territorio, la preservazione della specie.

Tuttavia ricominciare ad allenare l’olfatto, il nostro senso più antico, può portare a scoprire e riconoscere molte risorse naturali dimenticate, uscendo dalla paura dei luoghi naturali ed isolati, semplicemente attraversando un campo di erbe in fiore, una foresta, qualsiasi altro luogo pubblico o semplicemente annusando con attenzione gli odori della nostra casa, nostri o dei nostri simili, abbandonando gradualmente molti di quei tabù che riguardano il contatto fisico e di cui sono impregnate le cellule del nostro corpo fisico e le nostre menti.

E’ possibile paragonare l’olio essenziale ad una “goccia di luce” o carta d’identità energetica e dire che è la vera espressione dell’intelligenza di guarigione di quella pianta o di quel fiore. In aromaterapia si studiano le proprietà e le indicazioni degli oli essenziali naturali, usati per le tante virtù benefiche che li rendono adatti al mantenimento della salute psicofisica, all’uso cosmetico, alla profumazione personale e degli ambienti, all’uso alimentare, alla prevenzione dei più comuni disturbi e ad utilizzi di pronto intervento.

In aromaterapia si usano esclusivamente oli essenziali, puri e naturali, quindi non diluiti, non ricostruiti, non adulterati, prodotti grazie a diversi sistemi di estrazione e provenienti da piante aromatiche di coltivazioni spontanee, biologiche, biodinamiche o convenzionali.

In natura tutti gli oli essenziali esercitano la loro azione con grande intelligenza e versatilità, armonizzandosi ai ritmi vitali e planetari, favorendo la biologia (protezione, crescita, conservazione e proliferazione) delle piante aromatiche in rapporto con le altre piante, agli insetti ed agli animali nocivi o utili (attirandoli o respingendoli) per il mantenimento della vita e dell’ecosistema.

Stessa cosa succede per la salute psicofisica dell’uomo nella sua relazione con gli altri esseri viventi. Per ciò che riguarda l’uomo l’utilità degli oli essenziali può essere compresa esaminando le loro proprietà farmacologiche più importanti:

Antisettiche (si oppongono allo sviluppo dei germi e li uccidono)

Antitossiche (inattivano i prodotti di deterioramento delle cellule)

Antivelenose (neutralizzano il veleno di vespe, ragni e i morsi delle vipere)

Cicatrizzanti (stimolando l’irrorazione sanguigna, la produzione di globuli rossi e di leucociti, facilitando la riparazione dei tessuti, di piaghe e ferite)

Antinfiammatorie (riduce l’infiammazione )

Antiparassitarie (allontano insetti e parassiti)

Antireumatiche ( per la cura e prevenzione disturbi articolari ed  artrosi)

Antinevralgiche (per curare nevralgie e dolori connessi a patologie)

Calmanti (agiscono come calmanti del sistema nervoso )

Tonificanti (agiscono come stimolanti del sistema nervoso)

Ormonali (regolano ed equilibrano il funzionamento delle ghiandole endocrine ed in particolare sulla corteccia surrenale)

Antispastiche (efficaci in caso di spasmi viscerali, gastrici, efficaci contro le coliche)

Afrodisiache (molte essenze sono specificatamente dei stimolanti sessuali)

L’alta volatilità delle essenze, il loro diffondersi nell’aria, le mette in relazione con il nostro sistema olfattivo. La molecola aromatica contenuta in un olio essenziale viene individuata dai recettori olfattivi posti nella cavità nasale ed arriva direttamente al nostro cervello grazie ai bulbi olfattivi, al sistema limbico connesso alle emozioni primarie e da lì al centro dell’ipotalamo ed in seguito ai centri nervosi superiori della corteccia, al sistema endocrino, modificando il nostro umore, stimolando la memoria ed i ricordi anche lontani, la sessualità, le emozioni, il sistema respiratorio e digestivo. Per questo motivo quando in alcuni studi sull’aromaterapia ci si riferisce al loro utilizzo specificamente psichico si usa il termine di psicoaromaterapia.

La volatilità delle essenze concorre a determinare il criterio di classificazione delle stesse. La scala di evaporazione, in ordine decrescente, comprende tre classi o tre note aromatiche, secondo la classificazione fatta dal profumiere francese Piesse nel 19° secolo:

Superiore (o nota di testa): effetto stimolante e rinfrescante

Medio (o  nota di cuore): effetto riequilibrante del piano fisico e psichico

Base (o nota di base): effetto rilassante e sedativo

Gli oli essenziali possono penetrare nel corpo oltre che con l’olfatto anche attraverso la pelle e con l’ingestione alimentare.

Gli utilizzi pratici più comuni dell’aromaterapia sono: fumigazione, inalazione, massaggio, bagno, profumo, cucina, cosmesi.

D.: Come avviane una “consulenza tipo” quando un paziente si rivolge a te lamentando un disturbo fisico e/o psichico, anche se poi, di fatto, sappiamo che entrambe le dimensioni tendono sempre a coesistere?

R.: In una consulenza tipo di solito inizio con una Lettura Energetica Vibrazionale che mi permette di misurare e comprendere velocemente come i vari sintomi o disturbi fisici, emozionali, psichici o spirituali si siano formati e sviluppati in base al terreno costituzionale  natale ed attuale della persona. Tutto questo avviene grazie all’osservazione e al colloquio che istauro con la persona, assieme alla misurazione radioestesistica di molte altre variabili psico-energetiche, comprensibili secondo i canoni della Medicina Ayurvedica, della Medicina Tradizionale Cinese, dell’Alchimia e della moderna Naturopatia.

Questi dati sono necessari per poi decidere, sempre ascoltando la disponibilità e le richieste del cliente, come procedere per impostare una corretta metodologia e tempistica di riequilibrio energetico del quadro sintomatico e generale.

Ad esempio può essere necessaria una correzionealimentazione secondo l’Ayurveda e la Naturopatia, un ciclo di Massaggio Aromaterapico o Massaggio Essenziale, l’utilizzo della Fitoterapia Spagirica, dell’Aromaterapia Olistica e Sottile, della Yogaterapia, della Moxa Aromatica (terapia effettuata col calore di un sigaro di artemisia posto presso dei punti vitali del corpo umano, in sinergia con la scelta di particolari oli essenziali) della Guarigione Spirituale che lavora prevalentemente rinforzando il corpo di luce e la dimensione spirituale.

Viceversa, quando la richiesta del cliente riguarda la dimensione esistenziale e si situa in un quadro di complessità o conflittualità nel campo intrapsichico e relazionale familiare, affettivo o lavorativo, consiglio di effettuare una Lettura Numerologica. Per poter impostare una carta numerologica richiedo al cliente i suoi dati di nascita: nome/i e cognome, data e ora di nascita, così come compaiono, secondo i casi, nell’estratto di nascita o nei documenti ufficiali. La lettura Numerologica, generalmente registrata su un nastro magnetico e corredata di fogli esplicativi, fornisce delle informazioni utili a comprendere i motivi profondi che sono dietro le nostre scelte orientate al successo o all’insuccesso, dandoci gli strumenti per sviluppare una strategia che possa essere in armonia con il compito specifico di questa vita in quel dato periodo, in quel luogo, contesto di lavoro, di relazione e di situazione economica o di salute.

Qualora la persona non sia in grado di mettere in pratica tali indicazioni, a causa di vari ostacoli, quali ad esempio la tendenza ad uno stato depressivo, confusionale o ad avere una struttura mentale rigida e quindi prevalente sull’aspetto emozionale o intuitivo, viene applicato l’approccio esperienziale della Costellazione Numerologica. Si tratta di una metodologia energetica e psicodrammatica che consente di attingere direttamente alla saggezza ed alla potenza di trasformazione dei Numeri Sacri, attraverso l’interazione con immagini mentali o fisiche di numeri posti al pavimento secondo una struttura geometrica ordinata, come ad esempio il quadrato magico “Lo-Shu” che è alla base dell’approccio del lavoro teorico-pratico di costruzione e riequilibrio degli ambienti abitativi, assieme alla bioarchitettura ed alla bioarchitettura secondo la prassi tradizionale cinese conosciuta come Feng Shui. In questo processo utilizzo anche altre strutture numeriche ordinate secondo la Geometria Sacra e gli insegnamenti del grande Pitagora, iniziato, filosofo, musicista, matematico e riunificatore del sapere numerologico antico, nato nel VI secolo a.C. a Samo in Grecia.

In ogni caso, qualsiasi metodologia usi per favorire il benessere psicofisico del cliente, devono

coesistere due condizioni per consentire il successo di ogni azione: la perfetta padronanza dello strumento di conoscenza o terapeutico che scelgo di usare, spesso in modo artistico e non solamente tecnico e la reale disponibilità a favorire il proprio processo di autoguarigione del cliente.

D.: Quali sono i tuoi principali progetti di vita e di lavoro per l’immediato futuro?

R.: Per prima cosa vorrei riprendere a viaggiare di più, visitando alcuni paesi conosciuti e non che mi stanno “chiamando”, quali la Francia, l’Inghilterra, l’Argentina, la Tailandia, per curiosità personale, ma anche per riprendere gli studi e le ricerche che vi avevo intrapreso nelle mie vite precedenti e rincontrare persone con le quali avevo instaurati antichi rapporti.

Vorrei presto andare ad abitare in un luogo immerso nella natura in una zona di campagna o montagna del Centro Italia per attivare altri processi di trasformazione interiore, restare più spesso in contatto con gli alberi e le erbe aromatiche con cui ho un dialogo aperto e naturalmente per beneficiare degli aspetti positivi che una vita più semplice e comunitaria possono portare.

Mi auspico tra un poco di riuscire a ballare decentemente il tango argentino che sto cominciando a praticare ed anche di riprendere a festeggiare “degnamente” i compleanni miei e di amici, cambi di stagioni, eventi e transiti numerologici, astrologici e planetari, danzando e creando coreografie per il piacere di celebrare la vita, gustandola e condividendola intensamente. I miei numeri dicono che per me sta iniziando l’intensificazione di contatti personali ed affettivi armoniosi, quindi lascerò che ciò avvenga, per trarne nel 2006 il massimo sviluppo e piacere.

Riguardo il lavoro, il 2006 si aprirà con alcuni progetti che mi stanno particolarmente a cuore: l’inizio del primo Master di Aromaterapia e Massaggio Essenziale a Cernusco Lombardone (LC) che condurrò assieme alla Dott. Anna Fata di Monza (MI) di ArmoniaBenessere.

Proseguirò la formazione a Padova, presso il Motus Mundi, con la Scuola Annuale di Numerologia Energetica, dove per entrare maggiormente in risonanza con l’energia dei numeri propongo l’approfondimento di tre diverse tematiche: 1) Numerologia, Karma e Destino Personale, 2)Numerologia, Salute e Rimedi vibrazionali, 3)Numerologia, Relazioni, Amicizia ed Amore. Sempre presso il Motus Mundi ho in programma per il fine  2006 d’iniziare il primo Corso Biennale Professionale di Massaggio Aromaterapico che mi auguro di poter attivare presto anche a Roma con l’Associazione Centro di Ricerca Erba Sacra.

Naturalmente continuerò la collaborazione come docente di aromatologia e massaggio aromaterapico per la ditta Floraproduttrice di fito-aromaterapici di Lorenzana (PI).

Mi stanno arrivando molte idee per formulare una serie di olio aromatici professionali da massaggio formulati secondo i canoni alchemici dell’uso degli elementi, dei numeri e la geometria sacra. Sono certo che appena avrò finito di formularli qualcuno mi proporrà di produrli.

Mi piacerebbe creare, assieme ad un imprenditore, in una grande città un’aromoteca, dove far annusare odori di pregiate essenze aromatiche di provenienza vegetale, di alta qualità biologica e tradizionale compatibilità con l’utilizzo umano: oli vegetali spremuti a freddo, oli essenziali biologici, erbe officinali essiccate e the pregiati provenienti da tutte le parti del mondo.

In questo modo si potrà conoscere queste pregiate intelligenze vegetali sia a livello olfattivo, sia a livello culturale e corporeo per poterle far agire in noi, provandole e assaporandole, magari nello stesso luogo: bevendo un’ infuso o scegliendo o facendosi comporre una composizione su misura per un massaggio o la profumazione personale, fatta di quelle qualità aromatiche con cui ci siamo sentiti in risonanza.

Vorrei riprendere in questo modo la tradizione della migliore profumiera, un po’ come è sempre avvenuto in tutte le culture dell’Occidente e dell’Oriente, quando le essenze per i profumi, dedicati protettori psichici, erano solo di alta qualità vegetale e venivano scelti secondo i nomi ed i numeri di nascita, utilizzando le conoscenze di numerologia ed astrologia medica.

Credo di aver detto molto sulle mie aspirazioni future, perciò voglio che mi arrivino sempre più opportunità di lavorare creativamente con persone, associazioni e strutture sia private, sia pubbliche e di conseguenza quindi mi rendo disponibile, aperto e recettivo affinché tali opportunità possano presto manifestarsi.

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Renato Tittarelli opera dal 1986 come terapeuta psicorporeo.

Si è specializzato in aromaterapia sottile, naturopatia, terapia ayurvedica, yogaterapia, massaggio aromaterapico, massaggio essenziale, shiatsu olistico, moxa aromatica, lettura numerologica, lettura energetica, guarigione spirituale. Ha diretto a Bologna dal 1990 al 1997 l’AMOT, Associazione Medicine Olistiche Tradizionali. Fondatore e direttore nel 2000 a Bologna della SOAM, Scuola Olistica di Aromaterapia e Massaggio). Dal 2002 è membro dell’AEMO, Associazione Europea Massaggiatori Olistici. Dal 2005 è presidente dell’ ”Associazione Cielo in Terra” di Arti per la Salute e la Crescita Personale di Chiaravalle (AN). Autore del Corso on line di Aromaterapia per l’Associazione Erba Sacra di Roma

 

Intervista ad Anna Barracco

Intervista ad Anna Barracco*

a cura di Anna Fata

 

D: Qual è la sua definizione di amore?

R: Certo è molto difficile definire l’amore … Una bella domanda!

L’amore è un’energia, una tensione relazionale. L’amore è un effetto. Non è qualcosa che può essere isolato in quanto tale. L’amore è l’effetto della relazione, del bisogno primordiale di relazione che caratterizza l’essere umano, più di qualunque altra specie, perché l’essere umano nasce profondamente carente, sul piano biologico, profondamente incapace di sopravvivere, senza la significativa e intensa relazione con l’Altro, che è l’Altro dell’amore, appunto, e non l’Altro dell’etologia.

Anche il cucciolo di cane o la paperella ha bisogno di un Altro che lo accolga e lo addestri alla vita, ma si tratta di relazioni predeterminate, scritte in qualche modo nei pattern etologici e piuttosto standardizzate, per quanto complesse.

Il neonato invece prende forma, prende vita, all’interno di questa relazione che ha una sua unicità, una sua cifra, che alla fine sarà responsabile della creazione di un nuovo soggetto. Un neonato può diventare soggetto solo all’interno di questa relazione d’amore, cioè all’interno di una relazione in cui, come diceva Lacan, egli potrà incontrare, riconoscere un “desiderio non anonimo”.

L’amore è dunque questo “desiderio non anonimo”, questo dono in fondo misterioso e anche casuale, un po’ assurdo, in cui un soggetto decide di farsi carico di un altro soggetto, di interessarsi a lui in modo speciale, di rispondere a una domanda d’amore che spesso sfugge nelle sue vere coordinate.

Molto bello, io credo, per esemplificare questo, è il film d’animazione  “la gabbianella e il gatto”, tratto dal libro di Sepulveda, e realizzato magnificamente da Enzo d’Alò. Il gatto Zorba si trova a raccogliere l’uovo di gabbiano e promette alla gabbiana morente innanzitutto di non mangiare l’uovo, quindi di non godere dell’uovo, di non farne un oggetto orale, una cosa da possedere. In secondo luogo, promette di prendersi cura del piccolo di gabbiano, che è qualcosa che lui peraltro non sa fare assolutamente, qualcosa che non è programmato, non è predisposto a fare come gatto. Egli dovrà insegnare alla gabbianella a vivere una vita che non è la vita del gatto Zorba, tuttavia egli dovrà insegnarglielo con i suoi strumenti, con i suoi attrezzi, a partire dalle sue relazioni e dalle sue abitudini. Questo è l’amore, penso.

L’amore è accettare la propria mancanza e la mancanza dell’Altro, l’amore è non godere dell’Altro, non utilizzare l’Altro per i nostri scopi ma imparare ogni giorno a stare nella dialettica del desiderio, che non è desiderio di cose, ma desiderio di mancanza. L’amore, si potrebbe anche dire in un certo senso, è l’effetto della mancanza, è il prodotto della mancanza (che è cosa diversa dal vuoto).

D: In che modo si sviluppa la capacità di dare e ricevere amore?

R: Questo è molto interessante.

In analisi molti pazienti nevrotici si lamentano del fatto di non aver ricevuto amore e attenzione (e spessissimo questo è vero, peraltro).

E’ osservazione diffusa e abbastanza banale per un terapeuta, quella per cui i pazienti poco amati, che hanno alle spalle storie di abbandono o poche attenzioni, in realtà sono soprattutto incapaci di farsi amare, diciamo di lasciarsi amare.

In questi casi dunque la prima cosa importante è mettere le persone in condizione di fidarsi di un legame, di poter accettare il dono d’amore. Prioritario dunque è il farsi amare.

Ma non si è in grado di farsi amare, non si struttura un livello sufficiente di fiducia nei confronti dell’Altro, se non si è stati effettivamente amati in modo sufficiente.

Alcune carenze molto primordiali sono difficilissime da ricucire. I soggetti borderline o psicotici, alla fine, soffrono di una condizione davvero tragica, perché temono ciò di cui hanno bisogno.

Dunque innanzitutto occorre che un neonato, un bambino, possa avere le condizioni minime di ricevere amore, e questa è una diagnosi difficile da generalizzare. Quando, cioè, per un soggetto, si sono date queste condizioni minime o meno. Questo non coincide necessariamente con un livello di cure primarie minime (certo anche questo è molto importante). Quando un bambino è sufficientemente accudito, ma accudito all’interno di questo “desiderio non anonimo” , egli svilupperà la capacità di farsi amare, che è poi quello che in termine tecnico si chiama “attaccamento”.

L’attaccamento del neonato è un’attitudine di cerniera, fra l’etologico e lo psicologico, che ha però a che fare molto di più con la capacità di rendersi disponibile alle cure materne, di lasciarsi amare dunque, che non con la capacità di dare. E’ la certezza che la madre è “sufficientemente buona”. Sempre venendo alla gabbianella, lì vediamo che la madre “naturale” è in grado di segnare profondamente il gatto Zorba, inserendo in lui, attraverso le promesse, il desiderio non anonimo. Il gatto allora accetta la sua mancanza, e cerca il cibo adatto alla gabbianella, accetta il fatto che lei si nutra di cose profondamente diverse da quelle che lui avrebbe pensato adatte ad un cucciolo, la osserva ed entra in un dialogo intersoggettivo, a due vie, in cui anche la gabbianella, per quanto piccola e impotente, ha un suo spazio di soggettività e di contrattualità.

E da parte sua, la gabbianella quando Zorba le dice “ma io non sono la tua mamma …”, risponde decisa “oh sì che lo sei! Sei la mamma più buonissima del mondo!” e qui c’è la risposta del cucciolo che è nell’attaccamento, che si installa saldamente all’interno del contenitore-madre, e ne accetta le mancanze, le imperfezioni (guai se non ci fossero!);  questo reciproco adattamento, sulle reciproche mancanze, è l’amore, è il prototipo di quello che sarà poi la capacità anche di dare amore.

Dare amore significa, appunto, volersi sperimentare in una relazione oblativa, aver interiorizzato e fatto propria la relazione di protezione e dono, e volerla inventare e dedicare ad un altro essere vivente.

Ma la capacità di dare amore è comunque anche più complessa. Penso che per il solo fatto che un individuo sia vivo, egli ha una capacità per quanto minima di farsi amare, e dunque anche una capacità minima di poter un giorno assumere la responsabilità di amare. Altrimenti, si muore. Tuttavia non è detto che una relazione, anche molto intensa fra due soggetti, fra una madre e un figlio, fra un uomo e una donna, sia una relazione in cui circola amore. Ne circola sempre in parte, ma la capacità di amare, nel senso di lasciar libero l’altro di sviluppare la propria soggettività, non è una cosa facile, e la si può trovare tanto più quanto più ci si è potuti soggettivare, a nostra volta, all’interno delle relazioni significative.

L’amore è attento al potenziale creativo dell’altro, e anche al proprio. Penso che per argomentare a fondo la questione del dare amore, occorrerebbe approfondire un po’ la relazione fra amore e creatività. Ma forse qui non è possibile.

D: E’ possibile, ed eventualmente in che modo, sviluppare tali abilità anche da adulti?

R: Certo è possibile, una psicoterapia spesso è proprio questo.

Un amore inserito in coordinate particolari, un calore che viene modulato e che cura le disfunzioni di chi non ha imparato a farsi amare, e quindi sfugge, o non è in grado di trattare e di riconoscere ciò di cui ha bisogno.

Una psicoterapia quindi lavora con l’amore, ed è un percorso creativo, a due vie, in cui i soggetti in gioco sperimentano le loro possibilità. Il terapeuta sta in disparte, cerca di dare spazio al mondo interno del paziente (o analizzante) ma mette comunque a disposizione il proprio mondo interno per aiutare il paziente a trovare la sua via. Il mezzo principale con cui si lavora è il legame stesso, lo sperimentare un legame intenso ma libero, produce l’aumento delle capacità di fare legame anche fuori dallo studio, e in genere quando un soggetto si sente inserito in una rete di legami significativi, diventa in grado di esprimere la propria creatività, creatività che si esplica prioritariamente proprio nell’alimentare questi legami.

Ma non bisogna neanche credere che solo la psicoterapia produca questi effetti di rimodulazione della capacità di stare nel legame, e di fare legame. Ogni esperienza significativa, ad alto potenziale emotivo, affettivo e cognitivo, può produrre questi effetti. Ogni relazione in cui si instauri un transfert. Può essere molto importante, in questo senso, l’incontro con un bravo educatore, con un parroco, con un insegnante, può essere molto significativa un’amicizia e naturalmente una storia d’amore.

D: In che modo commenteresti l’affermazione di Lacan “amare è donare ciò che non si ha”?

R: Penso che la frase di Lacan sia grandiosa.

E’ semplice e in questa semplicità esprime molto bene la non transitività dell’amore. Per essere in un’esperienza d’amore non basta rispondere ad un bisogno, non basta dare del cibo, non basta riempire di oggetti. Occorre essere consapevoli che si risponde sempre a qualcosa che non si conosce realmente. Per spiegare questo concetto ricorro ancora al neonato e alla relazione con la madre, anche se potrei fare anche esempi legati alle relazioni uomo-donna. Ma certamente il prototipo dell’amore, il prototipo della relazione, è quella originaria, madre-bambino. E’ lì la palestra dell’amore, per ciascuno di noi.

La madre che risponde al pianto del bambino offrendo il seno fa un atto di fede, e deve essere consapevole di questo. Lei non sa se il neonato ha fame, o se vuole essere tenuto in braccio, o se ha freddo o sonno. Certo il bambino potrà rispondere all’offerta materna accettando il cibo, anche se non ha fame, e qui si situano gli aggiustamenti reciproci. Solo se la madre è consapevole di questo “gap” di questa faglia, però, fra il bisogno del bambino e l’interpretazione che lei ne da’, potrà rendersi disponibile alla domanda. Il bambino che è all’interno di una relazione sufficientemente buona è in questa dialettica domanda/desiderio, e quindi risponde alla domanda della madre, sacrificando parte del proprio bisogno, ma anche sa che la madre è in grado di mettere in campo un repertorio vario di interpretazioni del suo pianto. Questa possibilità di interpretare in modo diversificato, si fonda sull’assunzione profonda della propria mancanza, cioè la madre accetta di non sapere, di andare per tentativi ed errori, e di costruire dunque piano piano, insieme al piccino, un linguaggio unico.

E’ molto facile vedere quando questa consapevolezza, questa assunzione di mancanza, questo “non avere”, manca, e dunque si creano le patologie della relazione madre-bambino. La madre anaffettiva, per es., che struttura solo una giornata cadenzata da orari rigidi, per cui indipendentemente da qualsiasi richiamo, la poppata è a quella tale ora, il cambio di pannolino alla tal altra ora. Oppure la madre depressa, che risponde sempre tardi al richiamo del piccino, e allora il piccino, interpretando la domanda dell’Altro materno, rende i suoi appelli sempre più rarefatti.

Una madre sufficientemente buona, si accorge prima o poi che qualcosa non va, perché il piccino perde peso, per esempio, ma non è detto. Possono esserci situazioni in cui passa una quantità appena sufficiente di soddisfazione del bisogno, ma c’è comunque carenza, perché la cifra della relazione non è vivida, non è creativa, non è dialogante.

In questo senso è molto molto bello, sempre nella “Gabbianella e il gatto” di Enzo d’Alò, la dialettica che c’è fra la mamma-gatto e la gabbanella. Lui prima le da’ un po’ di pappa, ma la gabbanella sputa, allora, come per caso, in un momento di “serendipità”, di sospensione cognitiva in cui Zorba pensa a come fare per sfamare la gabbanella, vede che la cuccioletta ingurgita un moscerino che passa di lì per caso. La creatività di Zorba, il suo dare ciò che non ha, sta innanzitutto nel cogliere questo fatto, dunque egli vede il cucciolo al di là dello schermo delle sue aspettative e dal repertorio dei suoi apprendimenti. Nasce dunque una dialettica in cui Zorba impara ad afferrare moscerini, e la piccola gabbiana impara a vivere nella comunità dei gatti, in un aggiustamento reciproco sempre ricco di soluzioni creative.

Molto significativo, rispetto al “dare ciò che non si ha”, è anche il momento in cui Zorba decide di inserire la piccola nel clan degli altri randagi. Egli comprende che non può farcela da solo, e lì allora gli viene proposto di fare in modo che la piccola gabbiana possa essere trovata dalla padrona di Zorba (una donna) e dunque allevata da lei. In questa scansione c’è appunto un mettere da una parte il bisogno, la certezza della soddisfazione del bisogno in modo adeguato, e dall’altra c’è la dialettica d’amore, che si è già creata fra Zorba e la gabbiana. Il “no” di Zorba a questa proposta così ragionevole, fin troppo ragionevole (ma l’amore non è ragionevole), segna davvero la nascita di Fifì, della piccola gabbiana, la nascita del soggetto Fifì, che in effetti in quello stesso momento in cui Zorba dice “no” e decide dunque di tenerla lui, di farla adottare al suo clan, è in quel momento che viene verificato il sesso della gabbiana, e dunque le viene dato il nome. Il nome (Fortunata, detta Fifì) richiama il nucleo della sua provenienza, il mistero dell’origine (“è fortunata perché non è morta, perché è stata consegnata a Zorba, perché è stata amata al di là della morte della madre), e dunque l’imposizione di questo nome segna molto bene, simbolicamente, come da Zorba viene donato alla piccola Fifì qualcosa che non appartiene a lui. Col nome viene trasmesso qualcosa che trascende i due soggetti.

In ogni caso, ci sono moltissimi esempi, anche tratti dalla relazione di coppia, in cui è possibile vedere come l’amore è donazione di ciò che non si ha, è accettazione del proprio limite e profonda volontà di amare non “nonostante quel limite”, ma proprio “a partire da quel limite”. E’ poi l’accettazione gioiosa di ogni nuovo soggetto come pura differenza. Ciò che è diverso da noi, è ciò che noi non possediamo, alla fine.

D: Qual è la sua opinione rispetto alla posizione di Barthes in base alla quale la passione è “la paura di una perdita che è già avvenuta, sin dall’inizio dell’amore”?

R: Qui certo si vede molto bene come la frase di Lacan e quella di Barthes sono in rapporto fra loro.

Amare a partire da ciò che non si ha, amare l’altro nella sua differenza, significa in definitiva sapere che l’altro non lo si possiede. Tanto più lo si ama, tanto meno lo si possiede.L’esperienza di attaccamento è anche un’esperienza di lutti (fisiologici) di progressive perdite e trasformazioni.

Ogni nuova esperienza d’amore da una parte si fonda sulla matrice primordiale, e dunque tende alla ricreazione della simbiosi originaria, dall’altra, quando c’è separazione e soggettivazione, ogni nuovo rapporto d’amore è anche fondato sulla consapevolezza che ogni momento fusionale è in dialettica con momenti di individuazione, e dunque di differenza, di individuazione.

Sempre vedendo nella Gabbianella (che io penso bisognerebbe davvero far vedere e commentare a tutti gli operatori sociali, gli educatori, tutti coloro che si occupano di riabilitazione intesa come  potenziamento del legame sociale ) questo aspetto, vediamo che delle tre promesse iniziali una riguarda la rinuncia a godere dell’altro, a divorare l’altro (quindi l’accettazione dell’altro come altro da sé, il fondamento della dialettica), il secondo riguarda la cura, l’allevamento, allevamento che deve avvenire dunque all’interno di questa dialettica e di questo limite, rappresentato dall’unicità e irriducibilità dell’altro, e il terzo riguarda la promessa di insegnare a volare, che è propriamente la consapevolezza di una perdita già avvenuta. Il gatto Zorba promette alla madre morente della gabbianella che le insegnerà a volare, dunque promette che la lascerà andare, che la perderà, e le insegnerà peraltro qualcosa che lui assolutamente non è in grado di insegnare, ma questo è il versante dell’amore, che abbiamo già visto.

La promessa di insegnare a volare, e la sua realizzazione successiva, disegna e circoscrive la questione della mancanza già avvenuta, che è alla base della scelta d’amare. La paura di questa mancanza che però è accettata. La paura di questa perdita e contemporaneamente l’accettazione di questo, è appunto la passione.

Questi due elementi comunque, cioè la ricerca dell’unità originaria, della simbiosi perfetta, e l’accettazione dell’altro come pura differenza, restano sempre in una tensione dialettica, in una strutturale ambivalenza. E’ tuttavia questione di accenti. Ognuno di noi, peraltro, è perfettamente in grado di pensare a relazioni in cui uno di questi due aspetti è carente.

D: Roland Gori ritiene che nelle passioni vi sia una logica. Qual è, a suo avviso, quella che sottostà alla passione amorosa?

R: A questa domanda mi è difficile rispondere.

Penso che ogni amore abbia le sue logiche. L’amore certamente ha finalità che rimandano, per quanto indirettamente, alla riproduzione e alla conservazione stessa della specie, alla trasmissione della cultura.

Penso che la logica della passione amorosa sia quella di coniugare la mortalità, il profondo senso dell’essere mortali e finiti, al principio della creatività che invece è potenzialmente infinita e immortale. Ma, ripeto, è qualcosa a cui davvero non saprei rispondere diffusamente.

D: E per concludere: siamo destinati ad essere amati non per ciò che siamo, ma per l’immagine che l’Altro ha di noi. Nonostante ciò, ciascuno costantemente cerca di superare la propria solitudine esistenziale e aprirsi all’Altro. Nella sua pratica clinica quale esperienza ha maturato circa tali aspetti di vita?

R: Posso dire che anche rispetto a questo, penso che si possono sì individuare questi due poli, ma poi alla fine questa dualità si riduce all’uno del fantasma.

Mi spiego tornando al neonato. Noi non sapremo mai che cosa veramente vuole il neonato di poche ore, di pochi giorni, che strilla. Lì a dar nome a quel bisogno è l’Altro materno. Il bambino dunque nel suo nucleo originario si struttura sull’interpretazione dell’Altro. Lacan diceva anche, con un altro aforisma celebre: “L’IO è un Altro”. Dunque poiché l’amore, così come la relazione madre- bambino, si struttura sul fantasma (con ciò intendendo, appunto, questa interpretazione, questo inganno, questa trappola, diciamo così, questo equivoco in cui si prende una cosa per un’altra), l’amore è sempre un “gioco di specchi”. Almeno, ciò che fa incontrare, ciò che alimenta l’innamoramento, è facilmente rinvenibile in questo gioco di specchi. L’altro dell’amore occupa un posto molto particolare nell’organizzazione libidica del soggetto, risponde certamente anche ad un bisogno. Così come anche un figlio, certamente. Tuttavia questo elemento fantasmatico, speculare, può essere più o meno rigido, più o meno dialettizzabile, più o meno aperto agli eventi.

Penso sia esperienza comune quella di vedere figlie che ripetono comportamenti delle madri, comportamenti che le madri non hanno “mentalizzato” e che passano pari pari dalle madri alle figlie (esempio classico, le gravidanze precoci e non previste). Queste sono relazioni in cui l’elemento fantasmatico è poco dialettizzato, in genere. Ma naturalmente, e per fortuna, la realtà è complessa e dunque si tratta di vedere se e quanto queste situazioni sono poi sganciabili dal copione.

A parte questo, che certo è molto importante e ha il suo peso in ogni relazione, resta però da dire che una relazione d’amore vivificante, che fa crescere, è una relazione in cui siamo amati per ciò che siamo, ovvero – forse è più preciso perché ciò che “veramente siamo” alla fine non lo sappiamo neanche noi, è un’astrazione – è una relazione in cui entrambi i partner restano aperti alla creazione del momento, “vedono” l’altro, e lo guardano, si vedono visti dall’altro. Come diceva Moreno, l’amore mi permette di vedere l’altro con i suoi occhi, e permette all’altro di vedere me con i miei, in uno scambio continuo, che permette alla fine l’esperienza interiore di vedere sé stessi da fuori e l’Altro dal profondo del cuore.

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A cura di Anna Fata

Anna Barracco è psicologa e psicoterapeuta ad orientamento lacaniano.

Si è occupata per molti anni di psicologia in ambito ospedaliero e di riabilitazione psico-sociale. Attualmente è libera professionista, a Milano e collabora con diversi studi associati.

E’ stata Consigliere Segretario dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia dal 1999 al 2006 e in qualità di membro del Direttivo del Consiglio ha progettato e diretto diversi corsi di formazione continua e superiore di argomento etico- deontologico per psicologi e psicoterapeuti.

E’ consigliere del Consiglio di Amministrazione dell’ENPAP e si occupa di politica della professione, con particolare riferimento alle questioni di promozione e sviluppo del mandato sociale del libero professionista. Il suo gruppo di riferimento, per la politica professionale, è il Movimento Psicologi Indipendenti (MoPI) di cui è dirigente nazionale.

 

“Non chiederti se sei felice”

Viviamo in un contesto socioculturale e familiare improntato al volere: vogliamo continuamente qualcosa, da noi stessi, dagli altri, dal mondo.

E’ come una bolla di sapone: il desiderio genera a sua volta desiderio e la cosa non ha mai fine. E, peggio, trasmettiamo tale modello educativo e di vita di generazione in generazione.

E diamo origine a persone cronicamente in fuga, insoddisfatte, alla ricerca costante di qualcosa, qualcosa di nuovo, di eccitante, che non arriva mai o che quando giunge lascia l’amaro in bocca perché non è all’altezza delle aspettative e degli sforzi, o se lo è, come tutte le cose periture di questo mondo è destinato, prima o poi, a sparire.

Comunque si rigiri la faccenda, non se ne esce con la stessa logica con cui se ne è entrati e che incessantemente la alimenta.

Ricordo di essermi confrontata molto precocemente con questo tipo di mentalità.

Quanto iniziai per la prima volta a frequentare una nota scuola privata della città in cui vivevo, osservavo schiere di persone di tutte le età, genitori, figli, insegnanti, e persino alti prelati, che erano presi da questo vortice dei soldi, degli oggetti, degli abiti, delle feste, delle cene e dei locali di tendenza.

Tutto del loro modo d’essere, di porsi, di agire denunciava una tensione di fondo, un dover apparire, comportarsi, uno sforzo ad essere il meglio, all’avanguardia, alla moda, che li portava a disconoscere e spesso anche distorcere la loro vera natura.

Spesso l’apparenza distava anni luce dalla loro reale essenza. Nonostante i formidabili sforzi, con uno sguardo attento poteva notare piccoli e grandi segnali, specie nelle persone più sensibili, di un disagio di fondo che l’indossare maschere, recitare ruoli e azioni poteva comportare in loro.

Ricordo che già anni prima, alle scuole elementari, complici alcune amichette che avevano di tutto e di più ad ogni schiocco di dita, per uniformarmi, anche le mie richieste erano leggermente aumentate.

Oggi posso affermare con sicurezza che i miei genitori sono stati molto abili nel calibrare severità e concessione, possibilità e sacrificio, rispetto dei limiti e piccole trasgressioni, reale necessità e superfluo.

Anche se un figlio, sul momento, può restare male di fronte ad un no, ad una frustrazione, saper porre un limite, paradossalmente, crea uno spazio di libertà interiore molto vasto, che quando il disappunto passa si riesce ad avvertire.

In questo senso ero ben allenata per vivere anche in un contesto molto ricercato, elegante, pieno di esteriorità e di forma in cui mi sono trovata in seguito.

Il primo anno ricordo che è stato molto duro ed io stessa mi sono fatta travolgere da questa bolla di apparenza, di dovere e volere, essere, fare, avere. Era una sorta di necessità di stare al passo, di conformarmi all’ambiente, di sentirmi parte del gruppo, come per lo più accade ad un preadolescente.

Nel giro di un anno mi sono resa conto della maschera che mi stavo costruendo, della parte che stavo recitando, dei desideri e degli obiettivi non miei e dell’assurdità della situazione che io stessa avevo creato.

Da quel momento in poi è iniziato un processo progressivo di distacco dall’uniformazione sociale e familiare, che si è manifestato nel tempo con segni più o meno tangibili, e che hanno permesso una conoscenza, un contatto, un rispetto, uno svelamento, una condivisione sempre più ampia della mia natura più autentica e profonda.

Da una parte è come se fosse stato un processo che mi ha portata avanti, mentre dall’altra mi ha ricondotto indietro nel tempo.

Ogni bambino nasce scevro dai condizionamenti e dalle aspettative socioculturali e familiari. Con gli anni viene sempre più limitato e condizionato da tutto ciò, la sua reale essenza viene tarpata, e si creano così le condizioni per una profonda infelicità, di cui spesso non si ravvisa la causa.

Ricordo quel delicato periodo, ad otto anni, quando conobbi il contatto con l’esperienza del dolore sul mio corpo.

La reale e più lancinante sofferenza, però, era costituita dai giudizi, le critiche, l’impazienza, l’insofferenza, talvolta anche lo scherno da parte degli altri. Dal lunedì al sabato questa era l’impronta di tutte le giornate.

La domenica sera, prima di dormire, mi scioglievo immancabilmente in un pianto, nell’oscurità della stanza, contro il cuscino.

Piangevo perché ripercorrevo la giornata appena trascorsa e mi accorgevo di essere stata felice!

Per lo più le domeniche erano giornate semplicissime, con i miei genitori, con alcuni piccoli appuntamenti fissi, la messa, l’aperitivo a casa e il dolcetto dopo pranzo, la passeggiata, oppure la visita alla nonna materna. Niente di che, a ben vedere.

Ai tempi credevo che il pianto fosse dovuto al dispiacere di dover lasciare i miei genitori, che durante la settimana erano assenti per lavoro dalle dodici alle quattordici ore al dì, e al tempo stesso al dolore di dover tornare a stare con persone con cui, in quel periodo, non stavo bene.

La cosa più buffa e che al tempo stesso mi addolorava di più è che mentre vivevo quelle domeniche non è che avessi uno stato d’animo particolarmente euforico o altro che sottolineasse tale felicità.

Insomma … ero stata felice e non me ne ero accorta!

Per me, allora, era inconcepibile.

Avrei voluto poter tornare indietro, come per riavvolgere la pellicola di un film e, forse, segretamente trattenere e ri-vivere più e più volte, all’infinito, tali scene.

Eppure, ogni volta in cui tentavo di fare ciò, la situazione mi sfuggiva di mano e diventavo profondamente infelice.

Oggi, a posteriori, riesco a vedere con lucidità e chiarezza quel che accadeva.

E’ un dato di fatto: quando noi siamo felici, o meglio ancora, sereni, non ne siamo consapevoli.

Felicità o serenità sono etichette verbali a posteriori che la mente sdogana.

La mente impone una definizione, traccia un limite, un confine, il che non è conciliabile con l’espressione della nostra natura più profonda, che è sconfinata.

La vera felicità o serenità si esplica proprio in quei momenti in cui ci diamo la possibilità di essere fino in fondo noi stessi, fedeli e rispettosi del sentire di coscienza, indipendentemente dal dire, fare, pensare e non.

Tutti noi, più o meno consapevolmente, abbiamo piccoli sprazzi di tali esperienze nella nostra vita.

Togliere il più possibile vincoli, limiti, schemi di cui ci siamo circondati ci riporta, da un lato, all’essenza più pura e autentica che da piccoli contattavamo con più immediatezza e facilità, dall’altro ci permette di farlo, da adulti, con l’aiuto di un carico di esperienza che ci consente di farne buon uso, a servizio dell’altro e del mondo e non in senso strettamente egoistico, come può accadere per i bimbi.

A questo “serve” vivere.

E chiedersi se si è felici è un dubbio egoistico, frustrante, inutile. Quando lo si è, lo si è e basta. Non serve sottolinearlo.

Anna Fata

 

Intervista a Claudio Bisio

Intervista a Claudio Bisio, a cura di Anna Fata

D: Molti dei tuoi ammiratori si chiedono: il senso dell’umorismo lo possiedi dalla nascita o lo hai coltivato giorno dopo giorno?

R: Probabilmente l’ho avuto fin da piccolo, ma non ne ero consapevole. Poi l’ho coltivato e “innaffiato” attraverso letture, film, visite nei cabaret e nei teatri piccoli e grandi.

D: e per chi, eventualmente, non possedesse tale meravigliosa dote, quali consigli daresti per svilupparlo?

R: Provare ad osservare gli eventi di tutti i giorni da un’angolatura differente, provare a guardare la realtà “di spalle”. Nella vita quotidiana ognuno di noi si trova in situazioni noiose o semplicemente ripetitive. Spesso lì non ci soffermiamo, sbuffiamo e tiriamo avanti. A volte basta fermarsi e provare a togliersi gli occhiali di sempre ed osservare la vita con lenti diverse. Facendo così si riescono a mettere in evidenza le contraddizioni o semplicemente le piccole sfasature del vivere quotidiano.

D: e ancor di più: come evitare di superare la sottile soglia che separa il senso dell’umorismo dal fastidioso sarcasmo?

R: Per il sarcasmo serve forse una dote di cattiveria che non tutti abbiamo. Il passaggio, quindi, non è così automatico. Ci si ferma prima.

D: Esiste una recente ricerca secondo la quale negli uomini il senso dell’umorismo è una caratteristica apprezzata dalle donne. Nelle donne, invece, il senso dell’umorismo non viene affatto apprezzato dagli uomini, anzi, tutt’altro: la donna spiritosa piace poco. Secondo te, da uomo, perché accade ciò?

R: Personalmente apprezzo le donne spiritose. Mi permette di non prendermi troppo sul serio… e’ vero che l’umorismo delle donne sa essere forse più tagliente, più efficace. Difficilmente è “gratuito”: colpisce e affonda. Forse perché più facilmente loro vanno a toccare i temi caldi della vita, mentre noi uomini ci accontentiamo di giocare con la vita in modo più leggero…

D: Nella tua vita sembra che non hai avuto subito le idee chiare circa quale avrebbe potuto essere il tuo futuro professionale. Che cosa suggeriresti ad un giovane che si trova ad un bivio della sua esistenza?

R: Seguire la pancia e il cuore, senza perdere di vista il cervello!

D: Anno 2007, ovvero anno sabbatico da Zelig. Sarà un anno di completo riposo o potremo fare il pieno di terapeutiche risate seguendoti in altri progetti professionali?

R: E’ da anni che inseguo l’anno sabbatico senza successo… Vedremo. Per ora i progetti sono ancora solo a matita. Mi piacerebbe riuscire ad avere un anno di “slow-life”, per poter leggere, viaggiare, vedere spettacoli e film, andare a qualche bel concerto e, soprattutto, godermi la mia famiglia. Potermi quindi concedere il vero lusso di questi anni: il tempo. Ma mi conosco. Se arrivassero delle proposte professionalmente allettanti, dove potermi sperimentare, cederei e soddisferei la curiosità.

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Claudio Bisio si è diplomato attore presso la Civica Scuola d’Arte Drammatica del Piccolo Teatro di Milano, la vita professionale di Claudio ha sempre visto l’intrecciarsi di teatro, cinema e televisione.

In teatro esordisce con diverse produzioni del Teatro dell’Elfo, tra cui “Nemico di classe” di Nigel Williams con la regia di Elio De Capitani (1983),  “Comedians” di Trevor Griffiths (1985) e “Sogno di una notte d’estate” di W. Shakespeare (1981) con la regia di Gabriele Salvatores. Non tralascia nemmeno il teatro d’impegno civile e nel 1987 è a fianco a Dario Fo in “ Morte accidentale di un anarchico”. Nel 1988 esordisce con il primo dei suoi one-man-show, “Guglielma”, cui seguiranno, tra gli altri, “Aspettando Godo” (1990) e “Tersa Repubblica” (1994). Nel 1997 nasce il sodalizio con il regista Giorgio Gallione, dal quale nasceranno gli spettacoli “Monsieur Malaussène” (1997) e “Grazie” (2005) di Daniel Pennac, ma anche “La buona novella” (2000) di Fabrizio de André e “I bambini sono di sinistra” (2005), scritto con Michele Serra e Giorgio Terruzzi.

Al cinema, Claudio ha lavorato con numerosi registi, tra cui Gabriele Salvatores (“Turné”, “Mediterraneo”, “Puerto Escondido”, “Sud”, “Nirvana”), Dino Risi (“Scemo di guerra”), Ugo Chiti (“Albergo Roma”), Francesco Rosi (“La tregua”), Antonello Grimaldi (“Il cielo è sempre più blu”, “Asini”), fino all’esordiente Carlo Arturo Sigon (“La cura del Gorilla”).

Si è inoltre divertito a dare la sua voce a Sid, il bradipo del film di animazione“Ice Age” (1 e 2) e alla talpa Mole di “Atlantis” (animazione, 2001).

In televisione, dopo l’esordio  con “Zanzibar”, la sit-com di cui è anche autore (1988, Italia1), ha condotto “Cielito Lindo” (1993, RaiTre) e lavorato a “Mai dire gol” con i Gialappa’s (1998-99, Italia1) , “Teatro 18” con Serena Dandini (2000, Italia 1) e “Le Iene” (2001, Italia1). Conduce “Zelig” fin dalla sua prima edizione (1997, Italia1), divenuto poi “Zelig Circus” quando il programma è passato in Prime Time (dal 2004, Canale5). Ha condotto le ultime tre edizioni del “Concerto del Primo Maggio” (2004/05/06, RaiTre).

Tra le passioni di Claudio c’è la musica e con l’amico Rocco Tanica, uno dei fondatori del gruppo Elio e Le Storie Tese, ha realizzato il singolo “Rapput”, disco dell’estate 1991 (60.000 copie e primo in classifica per tre mesi), contenuto nel successivo LP “Paté d’animo”.

Ha pubblicato alcuni libri, tra cui “Quella vacca di Nonna Papera” (1993, Baldini&Castoldi), “Prima comunella e poi comunismo” (1996, Baldini e Castoldi) e “Claudio Bisio che simpatico umorista” (2002, Mondadori, cofanetto con VHS).

 

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