Evento: La persona giusta al posto giusto

armonia benessere

La persona giusta al posto giusto!

Trovare lavoro con le nuove tecnologie e i social network

Oggi più che mai siamo immersi in un mondo tecnologico e sociale.

Siamo sicuri di essere capaci di farne buon uso fino in fondo?

In questo incontro verranno illustrati alcuni elementi essenziali per cogliere le opportunità

che le nuove tecnologie e i network sociali offrono per favorire l’incontro domanda-offerta,

e per crearsi un lavoro su misura

 Martedì 19 Maggio ore 20.45

Senigallia (Ancona)

Finis Africae – Strada P.le Sant’Angelo 155

Invitati

Omar Cafini, Sviluppatore applicazioni mobile – Co-Founder Airbag Studio

Alberto Scocco, Instructional designer e Project manager presso Università di Macerata

Elena Viezzoli, AD Aethra.net

Introduce e modera

 Anna Fata, Life & Professional Coach,Psicologa olistica, Scrittrice

Con il Patrocinio

GIO Associazione Imprenditori Valli Misa e Nevola

gio

Comune di Senigallia

comune senigallia

ANIPA – Associazione Nazionale Informatici Pubblici e Aziendali

anipa

Con il sostegno di

BCC Corinaldo

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A proposito di cibo ..

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Un’esperienza pluriquotidiana, che ci accompagna ancor prima della nascita, che costella tanti istanti della nostra giornata, non solo quando si accavallano le gambe sotto il tavolo della cucina, si cucina, o si fa’ la spesa, ma anche ogni qualvolta un pensiero fa’ capolino nella nostra mente, quando l’acquolina fa’ la sua comparsa, mentre si transita davanti ad una pasticceria, e l’occhio langue di fronte alle prelibatezze, e l’olfatto fa’ eco a questo spettacolo dell’arte umana tra i fornelli.

Stiamo parlando del cibo, della preparazione, del consumo, nella propria intimità, oppure in condivisione.

Un’occasione ampiamente codificata socialmente e culturalmente, al punto che tutto quel che sfugge ai suoi canoni viene guardato con sospetto. E come se non bastasse chi perpetra questa effrazione sacrosanta delle norme alimentari, spesso implicite, viene additato e messo alla gogna.

E, allora, uno degli strumenti di difesa più diffusi e all’apparenza efficaci, consiste nell’etichettare e, al limite, patologizzare. Ridurre a fiere in gabbia di un sempre più ampio zoo in cui racchiudere coloro che, per varie ragioni, non sono disposti ad accettare il cibo così com’è, come viene vissuto e consumato dai più. E che in molti casi rigettano anche violentemente e bulimicamente.

Etichettare sotto l’egida di un disturbo della sfera alimentare più o meno circoscritto i dissidenti aiuta i più a mettersi il cuore in pace, a porre una linea di demarcazione e di confine in cui rassicurarsi della propria sanità, evitando di confondersi e di sporcarsi le mani e la bocca con chi pensa, vive e mangia in modo diverso rispetto alle proprie consuetudini.

Il confronto con il diverso da sé, da che mondo e mondo, pur in parte attraendo, spaventa. Sempre. E, oggi, forse, in cui la libertà d’espressione lievita, ancor di più.

E, allora, meglio definire anoressica la persona che si ostina a rifiutare di alimentarsi in modo adeguato rispetto al suo fabbisogno calorico giornaliero. Che nel suo negarsi il cibo, denuncia anche un contesto sociale, culturale, familiare, politico, professionale, spirituale in cui non sente di trovare spazio né espressione. Meglio metterla a tacere dietro una definizione, che non cercare di avvicinarla, ascoltarla, confrontarsi, accettando anche e soprattutto che sia una persona diversa da sé, che porti a porre l’attenzione su aspetti dell’esistenza intima e privata spesso in ombra, o semplicemente scomodi, o, al limite, dolorosi. Che nel suo manifestarsi, inevitabilmente, portano, di riflesso, a vedere sotto una luce differente anche la propria esistenza. Che, fino a quel momento, era stata protetta e difesa da qualsivoglia attacchi alieni rispetto alla massificazione a cui ci si era uniformati.

Meglio denominare bulimica la persona che riempie i suoi vuoti interiori di cibo, per poi rigettarlo in segreto, in preda ai sensi di colpa e di vergogna, che non confrontarsi con lo scomodo e fastidioso vuoto che molti di noi covano sotto un nugolo di polvere, sfarzo, apparenze, esistenze urlate, in vetrina, lucide e scintillanti come nessun detersivo sgrassante potrebbe rendere.

Quanto è difficile, oggi, confrontarsi con la sofferenza, il vuoto di senso, la ricerca di un significato profondo che vada oltre la superficie e le apparenze. Spesso ci si trova costretti a intraprendere questi percorsi quando l’anima invia i suoi segnali di disagio attraverso il dolore emotivo e fisico, inaridendo il corpo, prosciugando il cuore di quella scintilla vitale che porta a sentire la vita come qualcosa che vale la pena vivere, ogni istante, ogni giorno, a dispetto di tutto quel che può accadere.

Rifiutare il cibo o, all’opposto, stordirsi riempiendosene all’inverosimile, sono manifestazioni eloquenti di quanto questa esistenza per come è viene disprezzata, rifiutata, gettata in un water, tirando poi lo sciacquone, affinché si perpetri l’illusione che non ne resti traccia.

E, allora, ci si consuma giorno dopo giorno, davanti agl’occhi tra l’impotente, l’indifferente, l’angosciato, il rabbioso e il perplesso, di coloro che stanno intorno. Si combatte una sorta di lotta interiore, dentro se stessi e contro se stessi, mentre si cerca di punire una vita che pare averci chiamato a questo mondo, senza poi offrirci lo spazio, le occasioni, le persone e gli strumenti necessari per portarla a compimento.

E non ci si rende conto che la vita è proprio in quelle circostanze, in quel dolore, in quella situazione da affrontare che sta offrendo un’opportunità per mettere a frutto le proprie risorse. E, perché no, magari poi metterle a disposizione di chi si trova ad affrontare situazioni simili.

Troppo spesso si riducono i disagi psicoemotivi e fisici ad un nugolo di sintomi, cause, per lo più socio familiari e/o genetiche, che richiamano terapie, più o meno mirate e circoscritte, trascurando così gli aspetti ben più profondi e carichi di significato legati alla cura e al versante spirituale.

Troppo di frequente si riduce una persona ad una classificazione, perdendone la sua peculiarità e dinamicità. Ogni individuo che presenta sintomi simili può vantare una storia etiologica molto differente. Ed, al limite, anche la medesima persona che, nel tempo, si trova ad esperire sintomi affini, può farlo in base a cause diverse. E tale, di conseguenza, deve essere l’approccio alla cura.

E, allora, impariamo ad ascoltare, con apertura, accettazione, coraggio quel che ci appare di fronte, a rapportarci a ciò che è diverso da noi, ma che comunque ha sempre e comunque molto da trasmetterci. Di sé, ma anche e soprattutto di noi stessi. Disponiamoci ad affrontare i nostri lati oscuri, anche perché nel momento stesso in cui lo facciamo, ci accorgiamo che non sono così temibili come credevamo. E che la sofferenza più consistente sta proprio nel non volerli avvicinare.

Alcune delle 927 verità

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  1. È tutto qui!
  2. Non ci sono significati reconditi.
  3. Non puoi arrivarci da qui, e inoltre non c’è alcun altro posto dove andare.
  4. Siamo tutti già moribondi, e saremo morti per molto tempo.
  5. Nulla dura per sempre.
  6. Non c’è alcun modo per ottenere tutto ciò che si vuole.
  7. Non puoi aver nulla a meno che non lasci la presa.
  8. Puoi conservare soltanto ciò che dai via.
  9. Non c’è alcuna ragione particolare per cui non hai ricevuto alcune cose.
  10. Il mondo non è necessariamente giusto. L’essere buoni spesso non viene ricompensato e non c’è alcuna ricompensa per la sventura.
  11. Nondimeno hai la responsabilità di fare il tuo meglio.
  12. È un universo casuale a cui noi apportiamo significato.
  13. In realtà non controlli nulla.
  14. Non puoi costringere nessuno ad amarti.
  15. Nessuno è più forte o più debole di te.
  16. Tutti sono, a modo proprio, vulnerabili.
  17. Non ci sono grandi uomini.
  18. Se hai un eroe, dagli un altro sguardo: in qualche modo hai diminuito te stesso.
  19. Tutti mentono, ingannano, fingono (sì, anche tu, e certamente io).
  20. Tutto il male costituisce una vitalità potenziale bisognosa di trasformazione.
  21. Ogni parte di te ha il suo valore, se solo l’accetti.
  22. Il progresso è un’illusione.
  23. Il male può essere spostato ma mai cancellato, dal momento che tutte le soluzioni generano nuovi problemi.
  24. Tuttavia è necessario continuare a lottare verso una soluzione.
  25. L’infanzia è un incubo.
  26. Ma è così difficile essere un adulto indipendente, autosufficiente, consapevole di dover badare a se stesso poiché non c’è nessun altro a farlo.
  27. Ciascuno di noi è in definitiva solo.
  28. Le cose più importanti, ciascuna persona deve farle da sé.
  29. L’amore non basta, ma certamente aiuta.
  30. Abbiamo soltanto noi stessi, e la fratellanza che ci unisce gli uni agli altri. Forse non è molto, ma non c’è altro.
  31. Che strano che tanto spesso, tutto sembri valer la pena.
  32. Dobbiamo vivere nell’ambiguità di una libertà parziale, di un potere parziale e di una conoscenza parziale.
  33. Tutte le decisioni importanti devono essere prese sulla base di dati insufficienti.
  34. Tuttavia siamo tutti responsabili di tutti i nostri atti.
  35. Nessuna scusa sarà accettata.
  36. Puoi fuggire, ma non puoi nasconderti.
  37. È importantissimo trovarsi senza più capri espïatori.
  38. Dobbiamo imparare la forza di vivere con la nostra impotenza.
  39. L’unica vittoria importante sta nell’arrendersi a se stessi.
  40. Tutte le battaglie significative vengono combattute all’interno del sé.
  41. Sei libero di fare qualunque cosa vuoi. Devi soltanto affrontarne le conseguenze.
  42. Cosa sai con sicurezza, ad ogni modo?
  43. Impara a perdonare te stesso, più e più e più e più e più volte.

Fonte: Sheldon B. Kopp, tratto da “Se incontri il Buddha per la strada uccidilo!”

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