Il ben-essere in azienda

benessere azienda

 

Che le aziende non siano solo un mero affare economico è ormai noto da tempo, che non si tratti esclusivamente di questioni di amministrazione, gestione, politica interna ed esterna è sempre più evidente, ma quali sono le condizioni che consentono ad una realtà produttiva di effettuare un salto di qualità verso un funzionamento più consapevole del suo essere articolato, complesso e, in ultima analisi, intrinsecamente umano?

Riportare l’individuo al centro, a prima vista, può sembrare un paradosso, laddove il lavoro di squadra, le sinergie sono indispensabili per raggiungere gli obiettivi in modo efficace, in tempi brevi. In realtà, ogni cosa, ogni situazione va costruita un po’ per volta, a partire dalle sue fondamenta, dalle sue singole cellule e l’elemento primo è il singolo essere, che con la sua essenza peculiare, unica, può apportare un contributo veramente significativo, espressione del suo essere solo dove c’è sinergia con se stesso e armonia con chi sta intorno.

Si comincia da se stessi, per arrivare agli altri, e poi tornare a sé, e ancora agli altri, in un circolo virtuoso che si autoalimenta costantemente.

Questa è la filosofia che orienta i manager ‘illuminati’, i ‘visionari’, quelli che sanno guardare oltre la contingenza presente, che hanno dei sogni, che credono in essi, nella vita privata e ancor più in quella professionale, che si danno da fare per realizzarli e che coinvolgono chi li circonda in questi progetti.

Questo è il senso del concetto di ben-essere in azienda.

Se per ben-essere si intende quel rapporto di armonia tra mente, corpo e spirito, che porta a vivere un senso di soddisfazione, di pienezza, e, in ultima istanza, di felicità, questo per analogia può essere esteso anche all’organismo azienda, che nasce non da una mera somma delle singole cellule, i singoli individui, ma anche e soprattutto dalle sinergie e dai legami che si instaurano tra loro. L’equazione: persona che sta bene, felice, produttiva = azienda che sta bene, produttiva è eccessivamente semplicistica.

Occorre rimettersi in gioco come persone, è indispensabile affiancare alle immancabili competenze tecniche, all’aggiornamento costante, all’esperienza sul campo, un bagaglio di vita, di passioni, di emozioni che arricchiscono l’uomo e la donna, che danno loro valore aggiunto che poi si esplica anche in azienda e nell’immagine che questa offre a tutti gli stakeholder. Ogni azienda è composta da persone e si rivolge a persone, non è da dimenticare.

L’azienda è in tutto e per tutto assimilabile ad un essere vivente: l’”organismo azienda” è composto dai singoli individui e dalle relazioni tra loro, che come un insieme gestaltico danno luogo ad una somma che è maggiore dell’insieme delle singole parti.

Così come coltivare l’essere, prima ancora che il fare, di cui è la naturale espressione, è fondamentale per un individuo autentico, soddisfatto, realizzato, lo stesso si può dire di un’azienda, nutrire la sua essenza per dare vita a forme espressive, a prodotti e servizi in piena sintonia con i suoi principi e valori.

Laddove si riesce a creare una continuità, basata sull’essere, tra la vita privata e quella professionale, quando le persone si trovano nelle condizioni di poter mettere a frutto le proprie inclinazioni, i talenti, le potenzialità, l’essere si esprime fluidamente nel fare e dà luogo a performance di livelli assai elevati, soddisfacenti e automotivanti.

Questo modello si può applicare ad ogni aspetto della vita aziendale, dalla creazione o ridefinizione dell’identità, alla comunicazione interna ed esterna, dalla costituzione delle squadre di lavoro, alla leadership di se stessi, dalla creatività, all’empatia, dall’ottimismo, all’etica.

Vivere meglio con se stessi (e con gli altri) è possibile ed è molto più semplice di quanto si possa pensare. Mettersi in gioco, essere più autoconsapevoli, aperti, ricettivi, disponibili al cambiamento, sono le chiavi di volta.

Anna Fata

Attesa e desiderio

 

Perché oggi più che mai le persone hanno perso la capacità di attendere?

Perché la pazienza è diventata una perla così rara?

Perché vogliamo tutto e subito, una disponibilità incondizionata, ubiquitaria, atemporale?

Attendere implica una tensione, un tendere verso qualcosa a cui si aspira, ma che non si possiede. E’ uno stato che se protratto oltremodo, genera disagio.

Eppure, l’attesa è la componente essenziale di numerosi eventi, situazioni, passaggi di vita. Siamo venuti alla luce dopo nove mesi di attesa da parte dei nostri genitori, attendiamo dodici mesi prima di poterci godere nuovamente il sole in spiaggia, o di scartare i regali il giorno di Natale o del compleanno.

L’attesa è l’ingrediente essenziale del desiderio, l’ambire a qualcosa di immaginato, fantasticato. Il desiderio, in realtà, è destinato a non essere mai soddisfatto una volta per tutte. Desiderare, nel suo significato etimologico, è l’atto di volgere lo sguardo alle stelle, qualcosa che brilla, ma che in realtà ha già concluso la sua esistenza. Da qui il desiderio che anela a qualcosa di parzialmente impossibile da ottenere.

Il desiderio ha a che fare con il trascendente, il divino, consta di una componente aspirazionale, tendenziale, a cui non si approda mai del tutto. Il desiderio si riferisce a qualcosa che si conosce, almeno in buona parte: non si può desiderare ciò che non si conosce o non si concepisce. L’oggetto del desiderio, però, in quanto essere concreto, limitato, finito, non può soddisfare qualcosa di infinito, immateriale, come il desiderio.

D’altro canto, una insoddisfazione cronica del desiderio sfocia, in buona parte, nell’area del bisogno, una necessità cogente, definita, limitata, impellente, da soddisfare, senza proroghe né sconti.

Viene da chiedersi se ci troviamo, socialmente, nella sfera del desiderio o del bisogno. Forse siamo nella fase del bisogno, almeno in apparenza. Pare che non si possa più fare a meno di cambiare telefono cellulare ogni tre mesi, di mangiare sushi (anche se può non piacere), o di possedere l’ultima versione della playstation. Pensando alla Gerarchia dei Bisogni di Maslow verrebbe da domandarsi a che livello collocare tali bisogni (fisiologici, sicurezza, appartenenza, stima, autorealizzazione).

Coltivare il desiderio richiede tempo: oggi, almeno nella percezione comune, pare che non ce ne sia più eppure non è cambiato rispetto a qualche decennio fa. Anzi, al limite, con l’allungamento della vita media e il rallentamento della rotazione terrestre, ne disponiamo anche di una quantità maggiore. Forse, però, lo utilizziamo peggio, lo riempiamo all’inverosimile, fino a perdere noi stessi e le nostre reali priorità.

Eppure saper dilatare i tempi di vita, saper vivere pienamente, con completa immersione nel tempo e nello spazio, l’essere, l’esserci, il fare, possono condurre ad un piacere inimmaginabile. E così si impara a gustare anche l’attesa, senza rischiare di cadere nella trappola del vivere nell’attesa.

L’attesa implica pazienza, che comporta sofferenza, portare un peso, ma riscoprire l’attesa come momento a sé, con il suo valore, ricco di piacevole emozione, intensità, portatore di quel vuoto necessario per poter accogliere l’oggetto ambito, può rappresentare un momento di notevole meraviglia e pienezza.

Anna Fata

 

 

L’arte dell’ascolto

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La maggior parte di noi trascorre gran parte della sua giornata chiusa in se stessa. Ciascuno a rincorrere il suo piccolo mondo, le sue piccole, grandi mansioni, scadenze, obiettivi, e presunti problemi. Mentre il mondo dell’altro resta ai propri occhi per lo più un mistero, o, al limite, uno scomodo impedimento sul cammino personale.

E così, nella chiusura, non ci rendiamo conto che tutti siamo nella stessa barca, ciascuno con le proprie gioie, i propri dolori, le proprie ansie, le proprie paure, i propri tormenti, i desideri, le aspettative, le aspirazioni, le ambizioni. Ci crediamo sempre un po’ più degl’altri, un poco più in alto, con diritti vagamente speciali, che ci consentono di viaggiare sempre sulla corsia preferenziale, dettando norme e regole e pretendendo che gl’altri e la vita sottostiano al nostro volere. Quando poi, in realtà, la vita segue il suo corso e anche chi ci sta intorno incede lungo il suo percorso, in ampia parte indipendente e differente dal nostro. Smentendoci e contrastandoci, indirettamente, di continuo.

Delineo un paio di esempi concreti.

Ero in attesa dell’apertura di un ufficio pubblico della mia città. C’era un’anziana signora intirizzita ad aspettare di fronte alla porta. Mi guarda e, di fronte al mio sguardo ricambiato, coglie immediatamente l’occasione per iniziare a parlare.

L’ascolto, e, con estrema spontaneità comincia a raccontarsi, minuto, dopo minuto. Narra di sé, della sua famiglia, del lutto recente che l’ha colpita. Osservo il suo portamento dignitoso, il corpo contratto dal freddo, avvolto in un lungo cappotto nero, dall’imbottitura sintetica. Lamenta che vorrebbe entrare, scaldarsi un po’, che gli addetti allo sportello dovrebbero aprire un po’ prima, che i suoi piedi sono ghiacciati, che ha pochi soldi e che fare quadrare il bilancio, ora che è rimasta sola, le risulta ancora più arduo.

Quando ascoltiamo veramente una persona, quando le dimostriamo, anche solo con uno sguardo, che siamo lì con lei, immancabilmente accade un miracolo. Un’anima che si svela all’altra, dietro un corpo che solo all’apparenza differenzia un individuo da un altro. Sotto sotto, siamo tutti profondamente e intimamente identici, animati dalla medesima natura che quando si può svelare manifesta la sua bellezza e magnificenza, che ci lascia senza parole.

Quando riusciamo ad andare oltre il nostro ombelico, ci accorgiamo che non siamo gl’unici ad avere freddo, ad essere stanchi di un’attesa che pare interminabile, ad essere preoccupati per l’esito della nostra pratica, a sapere che a casa, magari, non ci aspetta nessuno. Ma che, nonostante questo, quando decidiamo di esserci, di svelarci, di metterci in gioco, di partecipare pienamente alla vita, il freddo, la stanchezza, lo scoramento, il timore, la solitudine sono vissuti propri, ma anche altrui e viceversa.

Siamo noi e solo noi che decidiamo di vivere nell’isolamento, di confinarci nel nostro ristretto mondo, e di perdere la ricchezza che l’apertura e la condivisione ci riservano. Oppure, all’opposto, abbiamo la possibilità di aprirci, svelarci, e correre il rischio di vivere in un alleggerimento che deriva dalla condivisione dei pesi, delle tribolazioni, così come delle gioie con gl’altri.

Secondo esempio.

Mi trovo di fronte alla responsabile dello sportello dell’ufficio pubblico in questione. Mi siedo, con calma, respiro, la osservo con discrezione, senza invadenza. La vedo indaffarata, tra pile di fogli e cartelline, mentre distrattamente mi dice che sarebbe arrivata a breve. Mi appare appesantita, non solo nel corpo, ma anche nell’animo. Ha un aspetto ben curato, truccata a puntino, con una messa in piega fresca e un colore biondo brillante, come appena fatto. Mentre cerca di sbrigare la mia pratica viene interrotta tre volte dal telefono, e un paio di volte estromessa dal sistema operativo che va in errore e la costringe a dover ricominciare tutto l’iter da capo.

Nel frattempo, si affaccia ripetutamente alla porta l’utente successivo a me, per verificare a che punto sono i lavori. Ad un tratto pare arrendersi, vinto dall’attesa protratta, e si va a sedere su una delle sedie in plastica rossa nell’ampio locale d’ingresso.

La signora addetta allo sportello si lamenta più volte del disordine delle colleghe nell’archiviare le pratiche, che la obbliga ad un surplus di lavoro e a prolungare i tempi d’attesa dei clienti. La vedo molto dedita al suo lavoro, precisa, puntuale, affidabile. Si vede che sta facendo del suo meglio. E’ molto cortese e gentile nel suo porsi, esaustiva nelle sue risposte e accurata nello svolgere le procedure.

Mi viene spontaneo commentare alcune sue azioni con parole di apprezzamento. E altrettanto spontaneamente fluisce un tocco di ironia che contribuisce a smorzare la lieve tensione che avverto sul suo volto e farle accennare un sorriso che l’alleggerisce.

Ancora una volta, l’eccesso di attenzione per noi stessi, i nostri tempi, i ritmi, inducono un clima di pretesa, attesa, aspettativa costante. E impediscono di vedere l’altro, con i suoi disagi, imbarazzi, tensioni, al pari, se non più di noi.

Anna Fata  

(fonte immagine: http://www.psicologiaok.com/1405/larte-di-ascoltare-ascolto-attivo-e-comunicazione-efficace/)

Cibo & Eros

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Non conosco nulla che vellichi
così voluttuosamente lo stomaco e la testa
quanto i vapori di quei piatti saporiti
che vanno ad accarezzare la mente
preparandola alla lussuria

De Sade

Eros, in origine, non era una divinità, ma pura forza di attrazione. Al di là della logica, della ragione, capace di andare oltre ogni confine ed ogni limite. Il suo potere non conosce restrizioni.

Eros è passione che muove, smuove, motiva, scalda, anima, alimenta, trasforma, in grado di influire su tutte le aree della vita. La sfera sessuale è solo una delle tante possibili, non l’unica, né l’esclusiva.

Allo stesso modo, il cibo è energia, per le funzioni corporee, emotive, spirituali, ha potere nutritivo, trasformativo, riempitivo, saziante, soddisfacente. Mette in moto un processo e ne consente la prosecuzione.

Eros porta novità, scompiglio, sovverte gli ordini, gli schemi, le funzioni, le strutture. Anche il cibo arreca il nuovo, sempre e comunque, anche quando all’apparenza si presenta nella forma conosciuta e consueta. Si tratta di un’esperienza sempre nuova, dagli esiti incerti, non definiti, né definibili a priori. Non si tratta mai di quel che si è assaporato un giorno, un mese, e neppure un istante prima. E’ costantemente una nuova esperienza. Che per poter essere vissuta pienamente come tale richiede la capacità di lasciarsi fluire, rinnovare, senza aggrapparsi a sensazioni già vissute, senza cercare di ricreare percezioni già sperimentate, ma con la capacità di ri-cominciare ogni istante il processo.

Ogni volta non si sa come andrà a finire: farà bene o male all’organismo? Lo stomaco lo digerirà o meno? Sarà di gusto gradito o meno? La cottura sarà a puntino o meno?

Eros, al pari del Fuoco, deve essere presente ed esercitare la sua funzione in modo adeguato, non eccessivo, non scarso. Se in eccesso, brucia, devasta, fa piazza pulita, annienta, produce un eccesso di velocità, oltre che di temperatura; se in difetto suscita indolenza, noia, apatia, freddezza interiore, che spesso si ripercuotono anche sul piano fisico, irradiandosi a partire dal ventre.

Allo stesso modo, il cibo in eccesso ottunde, gonfia, induce sonnolenza, apatia, disgusto; in difetto genera un senso di vuoto, fisico ed emotivo, una penuria di calore e di energie, scarsità di risorse per affrontare produttivamente l’esistenza quotidiana.

Eros conduce a vivere l’esperienza che vale la pena impegnarsi nella vita di ogni giorno, darsi da fare, buttarsi a capofitto, con passione, emozione, motivazione, in un’impresa.

Il cibo, quello che veramente piace, sprona ad attraversare la città trafficata per consumarlo, ad attendere lunghe e laboriose preparazioni e cotture, a svegliarsi all’alba per andare al mercato a reperire le materie prime fresche e di qualità.

Eros è vitale, viscerale, autentico, un impeto difficilmente contenibile e trattenibile, pena la perdita di quell’autenticità, spontaneità e immediatezza che una vita piena e soddisfacente dovrebbe esprimere. A sua volta, cucinare e poi gustare una pietanza dovrebbe essere frutto di una scelta di pancia, non di un ragionamento contorto e laborioso sul peso, le calorie e le caratteristiche nutrizionali, pena la perdita di buona parte del gusto e del piacere connesso.

Eros non ha a che fare con il razionale, ma con una sorta di chiamata che per certi versi ha del numinoso, una vocazione che si esprime nei molteplici piani dell’esistenza, della vita privata, e socio professionale. Cibarsi, del resto, ma anche cucinare, è un atto di fiducia: non c’è garanzia verbale che tenga circa la bontà delle materie prime o dei manicaretti, vanno provati. L’istinto s’affianca e s’accompagna alla fiducia di fondo che sarà quel che sarà. Comunque un’esperienza.

Eros non segue le buone maniere, le convenzioni sociali, le aspettative altrui. Talvolta il cibo, per poter essere esperito nel modo più pieno e soddisfacente richiede di andare oltre le forma: noti sono i vecchi film di Totò, che con ampi tovaglioli legati al collo s’apprestava a immergersi in immensi piatti di spaghetti, o i più attuali spot pubblicitari che invitano a leccarsi le dita, altrimenti si gode solo a metà. Essere pienamente nel momento presente e nell’esperienza sensoriale, emotiva, spirituale che si sta vivendo richiede di andare oltre i conformismi, per affidarsi ai moti interiori che sorgono, istante dopo istante.

Eros consente di andare oltre i sensi, le contingenze, i limiti della concretezza, mettendoci nelle condizioni d’esperire vissuti legati al rito e alla sacralità. Il cibo rappresenta uno strumento e una situazioni di tal sorta. Del resto, nei riti cattolici, ad esempio, ostia e vino rosso rappresentano, anzi, dopo la consacrazione, diventano pane e vino quale stessa carne di Cristo. Nel nostro piccolo, ogni esperienza alimentare quotidiana può avere un profondo valore celebrativo e sacrale. E’ solo a partire dalla materia, trascendendola, che si può fare esperienza del sacro.

Anna Fata

 

(fonte immagine: http://www.ravennaedintorni.it/ravenna-notizie/36122/san-valentino-e-l-eros-va-in-tavola.html)

Altruismo, mito o realtà?

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L’altruismo è una qualità (morale) che consiste nell’interessarsi al benessere dei propri simili. E’ un concetto studiato in vari ambiti, biologico, psicologico, sociologico, antropologico, filosofico.

L’altruismo è totalmente disinteressato, comporta un prezzo per chi lo effettua e un beneficio per chi lo riceve.

Purtuttavia, a ben vedere, chi compie un gesto altruistico ne ricava differenti vantaggi, specie in termini psicologici, più o meno consapevolmente. Colui che riceve offre in dono la possibilità all’altro di essere ri-conosciuto come persona generosa e altruista, grazie alla possibilità di vedere accolta quella parte di sé che viene veicolata dallo stesso atto di generosità.

Nella vita quotidiana tutti noi esercitiamo e riceviamo piccoli gesti di altruismo, anche se forse sarebbe più corretto definirli di cortesia: fare passare avanti a noi alla cassa del supermercato una persona con un solo oggetto, fermarsi a fare attraversare un pedone anche fuori dalle strisce, sono piccole cose che fanno funzionare meglio l’assetto sociale e che consentono di instaurare relazioni più armoniche tra le persone.

Ma quale è il limite tra cortesia e altruismo?

Se la condizione distintiva è l’annullarsi di se stessi e delle proprie necessità, le piccole cortesie quotidiane non sono gesti di altruismo, nella misura in cui spesso non ci costano più di tanta fatica né intaccano in modo particolare le nostre esigenze e diritti.

E ancora: chi è in grado di definire ciò che è veramente altruismo distinguendolo da ciò che non lo è?

Innanzi tutto, è sempre necessario considerare le motivazioni alla base del gesto: dall’esterno può accadere che gli astanti considerino altruistico qualcosa che non lo è affatto per chi lo esegue e viceversa. Una persona che sacrifica la propria vita per il figlio o il partner può magari trovare più dolorosa la loro sopravvivenza senza di loro rispetto alla loro stessa morte. Allo stesso modo, dall’esterno manifestazioni autentiche di altruismo possono essere misinterpretate e valutate come espressione di fini altri che l’agente può non avere affatto considerato.

E ancora, detto tutto questo, l’altruismo esiste veramente?

L’altruismo, in effetti, è un concetto sorto prima di tutto nel contesto della morale e come tale è suscettibile di una immensa varietà di interpretazioni. Ecco il perché di una tale difficoltà di interpretazione.

Nelle varie teorie psicologiche l’altruismo viene spesso affrontato facendo riferimento ai giochi in cui si valuta quanto i partecipanti sono disponibili a mettere da parte i loro interessi personali e/o a breve termine favore di quelli del loro gruppo di appartenenza. Sono approcci piuttosto artificiali di studio del fenomeno in quanto spesso affrontano situazioni che difficilmente si rinvengono nella vita di tutti i giorni.

Molto più interessante è l’analisi del confine tra se stessi e gli altri, tra ciò che in termini di morale sarebbe definito come egoismo versus altruismo presente nelle filosofie orientali zen e che forse è in grado di risolvere alcune diatribe che in ambito morale, filosofico, psicologico, antropologico restano ad oggi insolute.

Essere centrati su se stessi è la condizione fondamentale e indispensabile per essere con se stessi, nel mondo e con gli altri. Nel momento in cui si è presenti a se stessi, quando si è pienamente in sintonia con i propri bisogni, necessità, desideri, si è in grado di rispondere ad essi. Questo è il presupposto di base per fare altrettanto con gli altri.

Se non si è con se stessi, non si può neppure essere con gli altri.

Quando abbiamo la testa tra le nuvole, quando siamo sviati da mille pensieri che ci impegnano la mente, finiamo col perdere il contatto più profondo con noi stessi, ci dimentichiamo di tante cose e anche l’attenzione nei confronti di chi ci sta attorno tende a diminuire.

Da qui l’importanza del sentire, del percepire i messaggi che a più livelli ci arrivano da dentro di noi, e poi anche da fuori. Solo con una presenza mentale costante, che non coincide con uno stato di attenzione vigile e persistente, con uno sforzo faticoso e opprimente, ma che è uno stato di osservazione pacata, non giudicante di sé (e degli altri), si possono cogliere i segnali anche più sottili che giungono da dentro e da fuori.

In tale condizione la dedizione agli altri diventa una propensione naturale, proprio come lo scorrere dell’acqua in un fiume: è la sua stessa natura che lo suggerisce, non c’è sforzo di volontà, non c’è alcun secondo fine. Si trattano gli altri come si tratta se stessi. Se si riesce ad essere altruisti con sé, generosi, accomodanti, non giudicanti, si riesce a fare altrettanto anche con gli altri.

C’è un punto di inizio, dunque, il proprio essere, e da qui il cerchio di amplia e si dilata fino a comprendere l’intero universo, nella misura in cui ci si sente parte di un tutto e si percepisce l’appartenenza ad un insieme più ampio e vasto che si vive come parte di sé.

Che sia questa veramente la chiave di tutto:evitare le etichette moralistiche, come quella di altruismo, ad esempio, e limitarsi ad essere e agire secondo quanto la nostra natura più intima ci suggerisce? Forse ci sentiremmo tutti più soddisfatti, sereni, autentici e, in ultima analisi, noi stessi.

Anna Fata

(fonte immagine: http://cms2.veintitantos.com/2013/10/31/tuvida-4101-beneficios-del-altruismo.php)

 

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