“Cosa resta?”

vita

 

Di fronte a tanto fare, andare, creare, costruire, arrivano momenti della vita in cui si verificano perdite, rotture, smarrimenti, dimenticanze, distacchi, e allora, cosa resta?
di Anna Fata

 

E’ una domanda che, a più riprese, mi si ripropone. Amici, pazienti, parenti, colleghi, io stessa me lo ricordo costantemente: “Cosa resta?”.

Cosa resta di quel che si vede, si vive, delle persone che s’incontrano, dei luoghi che si visitano, dei successi che si raggiungono, dei progetti che si realizzano, dei soldi che si guadagnano.

Su un piano prettamente psicologico si potrebbe dire la memoria, il ricordo, il sentire, il calore.

Eppure, stare a stretto contatto con persone che, per vari motivi la memoria l’hanno persa, che ti chiedono ogni 60 secondi “Ma dove siamo? Ma tu chi sei? E questo che cos’è?”, ed ogni risposta, al pari della domanda si riazzera e si ricomincia letteralmente ogni minuto da capo, non pare propendere a favore di questa posizione.

E, allora, cosa resta?

Forse è vero che, in realtà, nel profondo, non resta nulla e nulla deve rimanere.

Anche perché, se restasse veramente qualcosa, si arriverebbe alla fine della vita terrena con un senso di saturazione. Eppure questo non pare accadere. A volte accadono comprensioni ad un livello profondo che la mente e le emozioni non riescono a cogliere. Eppure ci sono.

Solo in superficie si verifica un andirivieni di persone, luoghi, situazioni, emozioni, percezioni, affetti.

Nel profondo, nulla.

Silenzio.

Vuoto.

Immobilità.

E, allora, dopo il primo sconcerto iniziale, dopo questa brusca e netta presa di consapevolezza, che pare azzerare ogni voglia, ogn’istinto, ogni motivazione, quel che emerge è una risata, profonda, accorata, autentica. E’ come se d’improvviso ci trovassimo di fronte, faccia a faccia, con la rappresentazione di noi che ci siamo creati, giorno per giorno, in cui abbiamo creduto, investito, senza renderci conto che, la Realtà, era ben altro. Avevamo creduto di essere in un certo modo, con ruoli, funzioni, formazione, appartenenza sociale, legami affettivi, amicali, e, invece, in un istante, tutto sembra svanire.

E allora se quella rappresentazione è così aleatoria, fugace, inconsistente, che cosa resta? Una essenza più vasta, più autentica, più sconfinata, e immutabile.

E, allora, con questa consapevolezza di fondo, scaturisce una maggiore libertà espressiva, un senso di leggerezza, di armonia, di gioia, di accettazione di quel che accade.

Anche perché, alla fine, anche di questo, cosa resta?

 

Felicità: solo questione di buona volontà?

felicità

Miti, stereotipi, verità intorno uno dei temi più dibattuti al mondo
di Anna Fata

 

Mi capita spesso di sentire persone che equiparano la felicità ad uno sforzo di volontà: si è felici, se e solo se lo si vuole.

Occorre, credo, compiere un passo indietro e fare un po’ di chiarezza sui termini.

Felicità è un concetto usato, abusato, dibattuto dalla notte dei tempi. Se ne è detto di tutto e di più, è stato affrontato in quasi tutti i campi dello scibile umano, è stato persino oggetto di ricerche scientifiche, soprattutto in merito ai substrati organici che tale vissuto comporta.

In realtà, che cosa si intende per felicità e l’essere felici?

Etimologicamente l’essere felici si riferisce alla condizione di appagamento dei desideri, di successo, di vantaggio. In questo senso la felicità viene a coincidere con una forma di ricchezza, di fecondità. Da questa definizione originaria può sembrare che vi sia una qualche forma di legame tra l’interiorità di appagamento e le condizioni materiali esterne.
Psicologicamente sappiamo che, in realtà, non esiste reale appagamento da fonti esterne, quantunque esse possano essere, se non c’è una percezione adeguata in termini interiori: in breve, ci si può sentire appagati dal poco, così come insoddisfatti dal tanto.

In questa ultima accezione psicologica si inseriscono le diverse correnti interpretative che considerano la felicità come una scelta dettata da un consapevole e volitivo impegno personale.
Ma fino a che punto possiamo imporci di vedere e vivere le cose in un modo piuttosto che in altro?
E, al limite, è proprio questo il senso dell’essere felici?

Se analizziamo il termine “felice” ancora più a fondo notiamo che la sua radice dimora nel termine “fecondo”. Fecondo è ciò che per sua natura genera prole e per estensione ciò che è fertile, produttivo, abbondante. Non esiste, quindi, nella felicità e nella fecondità alcuno sforzo: si tratta di qualcosa di intrinseco, fisiologico, naturale.

Per queste motivazioni e per l’acceso dibattito che il termine felicità ha suscitato nel tempo, progressivamente ho preferito iniziare ad utilizzare un’altra espressione: serenità.

Sereno è ciò che è ardente, splendente, richiama i raggi del sole, che è senza nuvole e per estensione richiama la pace dello spirito.
A sua volta lo spirito è l’alito di vita e con esso l’anima.

Mi sento profondamente in sintonia con questa definizione, che mi appare più adatta e in linea con una dimensione sia psicologica, sia spirituale, di intendere la pace interiore.
Quest’ultima, nella mia accezione, si riferisce ad una condizione di tranquillità della mente, delle emozioni, di rilassamento fisico corporeo, nonostante quel che può accadere intorno a noi. Non è una condizione di atarassia, di anestesia, in quanto pensieri, emozioni, tensioni ci possono attraversare, ma in tale stato queste sensazioni si limitano ad attraversarci, senza permanere a lungo e senza più di tanto turbarci, né trascinarci in un vortice di instabilità interiore.

In questo stato, estremamente fluido, naturale, a cui si giunge con un progressivo allenamento quotidiano, fatto di capacità di osservare, essere consapevoli, di sé, delle proprie reazioni, delle circostanze esterne, di accettare, tutto appare più affrontabile, nonostante quelle che possono essere le reali, oggettive complessità che ogni situazione può presentare.
In questa condizione regna la fiducia, che unita all’impegno attivo, alla dedizione, pazienza, perseveranza, azione concreta, porta a cambiare attivamente le circostanze, ove possibile, e accettare quel che non è possibile cambiare, nutrendo quella convinzione di fondo sovra razionale sovra emozionale che comunque sia sarà per il meglio.

Dove sta il confine tra bene e male?

bene male

Alla ricerca di un confine tra due estremi. Se esiste …
di Anna Fata

 

Secondo le ricerche più recenti in ambito psicologico, condotte dall’illustre psicologo americano Philip Zimbardo, esiste un fenomeno che lui ha battezzato “effetto Lucifero” in base al quale le persone buone, in determinate circostanze, diventano cattive.

Secondo il ricercatore della Stanford University vi è una linea immaginaria che separa il bene dal male che è impermeabile e che lascia fluire del materiale proprio come può accadere nel caso delle cellule umane.

Ma, concretamente, cosa consente di passare dallo stato di bontà a quello di cattiveria?

Secondo Zimbardo è la diffusione della responsabilità che si verifica all’interno dei gruppi: non essere chiamati a rispondere in prima persona di una azione, poter distribuire la responsabilità d’essa tra i membri di un gruppo rende più disinibiti e porta a compiere anche ciò che da soli non si penserebbe mai di fare. In aggiunta, il ruolo che si assume al suo interno funge da autorizzazione a infrangere determinati limiti, regole o barriere che quotidianamente vengono rispettati. Per certi versi l’individuo si deumanizza e si riduce ad una maschera, un compito, un’azione.

L’elemento più a rischio sta nel fatto che una volta entrati a fare parte di questi meccanismi, diventa assai difficile uscirne, un po’ come accade all’interno delle sette, perché si innescano degli schemi di comportamento che è arduo infrangere.

Facciamo un passo indietro e analizziamo il concetto di responsabilità e di interdipendenza. Secondo le filosofie orientali c’è un meccanismo di interdipendenza che regola il fenomeno vita. C’è una evoluzione costante che porta al cambiamento verso l’opposto. Per questo non esiste contrapposizione tra bene e male, giusto e ingiusto, ma un predominio di una polarità rispetto all’altra, in alcuni momenti di vita, che si verifica per continui passaggi.

Non c’è mai stata né mai potrà esistere una conciliazione tra gli opposti e proprio per questo nessuno dei due poli è da preferire all’altro. L’esistenza di un polo è condizione necessaria e indispensabile per l’esistenza dell’altro e per la sua manifestazione. In sintesi, si va al di là del bene e del male. Semplicemente, è.

Ma in tal caso, dunque, come viene regolato il proprio comportamento?

In base all’osservazione se questo è in grado di stimolare il divenire, il cambiamento, il naturale flusso della vita, oppure se, al contrario, si oppone ad esso. La consapevolezza, quindi, diventa la molla fondamentale per agire in modo sano e naturale.

Su un piano più prettamente psicologico potremmo affermare allo stesso modo che, nella misura in cui siamo consapevoli dei nostri lati oscuri, degli aspetti più aggressivi, turbolenti, pronti ad esplodere alla minima provocazione, siamo anche sulla buona strada per decidere se e in che misura farli emergere.

Ed ecco che così torna il concetto di responsabilità: nella misura in cui siamo consapevoli di noi stessi, di ciò che ci anima e ci motiva, nella misura in cui siamo disposti a farcene carico, senza delegarla ad altri, o attribuirla a qualcosa di esterno, siamo degli individui liberi di agire, senza farci travolgere dalle nostre passioni e dai nostri istinti.

Facile a dirsi, ma, forse, a volte, un po’ meno a farsi.

In un gruppo, infatti, spesso e volentieri ci si mette in secondo piano, si abdica ad una parte di sé che, però, può essere (facilmente) recuperata, se veramente lo si desidera. Come? Coltivando il proprio senso di identità e di individualità. Questa consente di partecipare ad un gruppo, di entrarne e di uscirne senza perdere le proprie peculiarità di singolo, senza abdicare alle proprie responsabilità e impegni che vengono presi prima di tutto nei propri confronti ancor prima che nei confronti degli altri membri. D’altra parte, per citare ancora una volta il concetto di interdipendenza, se il singolo si comporta in modo attento, rispettoso e responsabile, anche chi sta intorno sarà incoraggiato a fare altrettanto, perché è consapevole che gli effetti delle sue azioni ricadono sia su di lui, sia su chi sta intorno, sia sull’insieme di coloro che lo circondano e di cui è parte, cioè il gruppo.

Ed ecco, quindi, che sebbene la questione etica risenta ancora di una quota di soggettività e sia contestualizzata in un luogo e in un tempo ben definiti, siamo riusciti a superare un dualismo che non ha ragion d’essere, nella misura in cui è costitutiva dell’essenza di ciascuno di noi e rappresenta la condizione indispensabile per l’esistenza. Andare al di là di un dualismo consente un approccio più sereno alla vita nelle sue molteplici manifestazioni, portando ad accettare con pacatezza le sue più svariate sfumature. E, ancor di più, risveglia a gran voce il senso di responsabilità di ciascuno e il senso di interconnessione che lo vede legato ad un contesto più ampio di cui è parte, in cui offre il suo contributo e da cui viene influenzato.

Psicologicamente questo coincide con un livello maggiore di maturità che potremmo paragonare alla saggezza della fase adulta della vita in cui il pensiero non si limita a se stessi, ma va oltre per connettersi ad un sistema più ampio di cui ciascuno, direttamente e/o indirettamente, è parte e a cui è chiamato a rispondere in modo pieno e responsabile.

 

E tu sei consapevole dei tuoi conflitti interiori? Sai come affrontarli e superarli?

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Anno nuovo, soliti “buoni propositi”?

anno nuovo buoni propositi

E’ sufficiente la buona intenzione per conseguire ciò che si desidera?
di Anna Fata

 

Con l’arrivo del nuovo anno è quasi inevitabile per molti di noi formulare nuovi proponimenti per i giorni, settimane, mesi a venire. Spaziamo attraverso tutto quello che ci passa per la testa, quel che avremmo sempre desiderato, sognato, auspicato, quel che ci sta a cuore, quel che è di moda al momento.. tutto può essere potenzialmente fonte di desiderio.

Il verbo “desiderare” nella sua accezione etimologica fa riferimento al “fissare attentamente le stelle” e per estensione “fissare cupidamente con lo sguardo una cosa che attrae”.
E’ sufficiente fissare qualcosa, con lo sguardo, o con la mente, per poterlo ottenere?

E’ ancora, è sufficiente formulare buoni propositi per conseguirli?
Il proposito richiama etimologicamente il portare avanti, un pensiero fermo e risoluto di fare qualcosa. Ma il pensiero è sufficiente per la concretizzazione di un obiettivo?

Ottenere qualcosa è il frutto complesso e articolato di diverse componenti, ciascuna mescolata e dosata in modo differente, a seconda degli obiettivi, contesti, persone.
Alcuni di questi ingredienti possono essere:

• Avere un obiettivo concreto, realistico, ben definito, misurabile
• Creare una strategia, un piano di azione, definendo modi, tempi, strumenti, fasi, possibili ostacoli, soluzioni, aiutanti, risorse
Verificare in itinere l’efficacia di quanto si sta compiendo ed, eventualmente, modificare la strategia
• Sapere aspettare, perseverare, impegnarsi, dilazionare la gratificazione, magari godendo di sotto-obiettivi conseguiti in itinere
• Sentire che veramente quel che si sta perseguendo ci sta a cuore, è stato stabilito da noi stessi e non imposto o ricercato per un moto, una moda del momento
• Sentire che quel che si sta facendo per noi vale la pena
• Sentire che quel cammino ha un valore di per sé, a prescindere dall’obiettivo finale
• Sentire di meritarsi quel processo e il conseguimento dell’obiettivo ultimo
• Essere consapevoli che non sempre né necessariamente le cose vanno come ci si aspetta
• Saper mantenere aperta la porta ad ogni possibilità che si presenta, anche se diversa dalle proprie aspettative
• Essere consapevoli che in ogni processo ci sono variabili che possiamo controllare, modificare, altre che non possiamo prevedere, controllare e magari neppure cambiare
• Restare aperti al cambiamento, qualunque sia il modo in cui esso si manifesta.

Detto ciò, credo che ogni giorno, momento dell’anno e della vita possa essere quello ottimale per avviare un processo consapevole di cambiamento, di conseguimento di nuovi obiettivi. A patto di sentirsi pronti e di essere profondamente motivati a camminare lungo tale strada.

E tu sei pronto a impegnarti verso nuovi obiettivi?

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