Amare fa rima con soffrire?

In che modo amore e sofferenza possono essere legati
di Anna Fata

 

amare

Ciò a cui diamo attenzione si espande.

Diventiamo ciò a cui diamo attenzione.

B. Shoshanna

Che l’amore abbia in sé una componente di tragicità, di dolore e di sofferenza è un mito duro a morire. Se è vero che ogni elemento contiene in nuce il suo opposto, è altrettanto vero che quando si sfocia nel dolore ci si trova nell’estremo opposto: non è amore, ma qualcosa d’altro.

Il dolore sorge nel momento in cui si vivono situazioni che sono contrarie alla nostra evoluzione personale. E’ il segno concreto e tangibile che stiamo sbagliando strada. Esso ha la sua utilità nel momento in cui siamo in grado di dargli un senso e troviamo il modo per reindirizzare altrimenti la nostra esistenza. C’è sempre una lezione da apprendere, nella gioia o nel dolore.

Il dolore scaturisce come segnale di allarme quando non stiamo valorizzando le nostre potenzialità, o, per dirla in altri termini, quando non assecondiamo la nostra Anima come principio vitale che ci rende pienamente umani.

L’Anima ci spinge verso la nostra autorealizzazione, ci presenta una lunga serie di opportunità che, se colte, ci possono aiutare ad espandere e ad essere pienamente noi stessi. Noi abbiamo piena libertà in questo processo: possiamo decidere se aderire al nostro progetto di vita, oppure se allontanarcene. Ma in quest’ultimo caso l’Anima ne soffrirà, per questo, di tanto in tanto, invierà segnali che possono riportarci verso un’esistenza più consona alla nostra essenza più intima e autentica.

Le ferite che nel corso delle relazioni affettive ci possono tangere rappresentano un esempio di opportunità di riorientamento vita. Ma le ferite che ci vengono inferte lungo il percorso non sono altro se non la riproposizione di qualche prova che a suo tempo non abbiamo superato. Per questo, schemi e modalità si ripresentano, pur nelle mutate circostanze. In aggiunta, le persone con cui abbiamo a che fare, non sono mai responsabili, in realtà, del nostro dolore: siamo noi che diamo loro potere di ferirci, siamo noi che esponiamo il nostro lato vulnerabile, per la scarsa consapevolezza che ci caratterizza in quel momento. Ci apriamo proprio con le persone che dovremmo evitare.

Ma anche in questo caso, non tutto è perduto. Il dolore rappresenta una grande lezione di vita nella misura in cui punta il dito sulle parti di noi che necessitano di una cura e di un’attenzione particolari.

Quando ci reimpossessiamo del nostro potere, quando diventiamo consapevoli del valore e del significato del dolore, quando ce ne prendiamo cura, senza nascondere la testa sotto la sabbia, ci rafforziamo, diventiamo autentici, e di riflesso cominciamo ad attrarre persone veramente in sintonia con la nostra natura, da cui verremo rispettati e considerati, esattamente come abbiamo cominciato a fare con noi stessi.

Prendersi cura delle proprie ferite non significa indugiare su di esse, tornare ripetutamente nelle condizioni che le hanno provocate. E’ come mettere il dito in una piaga: una inutile, masochistica sofferenza. Arriva un momento, al termine del riesame della propria esistenza, in cui il passato deve essere lasciato andare. E’ andata come è andata. Veri ‘colpevoli’ come li intendiamo noi, non ce ne sono, inutile perdere tempo in processi infiniti. A che pro? Un risarcimento per un dolore vissuto non lo lenirà mai abbastanza.

Cercare di ripetere i vecchi schemi, di trovare partner simili tra loro, o che rievocano i nostri genitori nel tentativo inconscio di correggerli è un’inutile perdita dei tempo, di energie e rinnova il dolore, perché l’irrealizzabilità completa di questo processo è costante. Ciascuno di noi nella sua vita fa del proprio meglio, a volte in questo procuriamo inavvertitamente dolore in chi ci sta intorno. In realtà, ripetere, rievocare, rimuginare, progettare vendetta, sono le vere fonti di dolore. Lasciare andare tutto ciò rende liberi.

La vita nella sofferenza è una scelta: nel momento in cui cresce la consapevolezza ci si rende conto dell’assurdità di questa scelta e della necessità di avviare un processo di cambiamento. Perdonare se stessi e chi si ritiene che abbia inflitto del dolore, con deliberata intenzione o meno, è un lasciare andare, un liberare se stessi e gli altri da un peso. E’ il rompere le catene e aprire le porte alla libertà, al rinnovamento interiore. Quanto accaduto, il fatto concreto non si cancella, la memoria resta, ma viene sgravata della sofferenza concomitante.

Accettare i lati luminosi di sé, così come quelli oscuri consente di fare altrettanto con gli altri, senza proiettare quello che non gradiamo di noi per poi assolutizzalo. Nessun essere è del tutto buono o cattivo, ma una miscellanea di questo. Anzi, per andare oltre questa classificazione, ognuno è semplicemente quello che è.

 

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