Come aiutare sé e le persone care ad affrontare un trauma emotivo

Tutte le cure per il Disturbo Post Traumatico da Stress
di Anna Fata

sopravvivenza trauma

 

Esistono situazioni, per lo più improvvise e non preventivate, che possono toccarci emotivamente in modo molto profondo e destabilizzante. Incidenti, scippi, furti, terremoti, alluvioni, abusi sessuali, atti di violenza che sono stati subiti in prima persona oppure di cui si è stati testimoni oppure di cui sono state vittime persone care, attentati, guerre, lutti improvvisi, ecc. possono scatenare reazioni psicoemotive sia transitorie, sia a lungo termine. Tutto ciò che mette a rischio la propria sopravvivenza può risultare traumatico.

E’ fisiologico che nel breve termine possano sorgere sintomi post traumatici passeggeri.
Si può parlare di Sindrome Post Traumatica da Stress (PTSD) solo quando tali sintomi creano un insieme strutturato, che perdura nel tempo. Esso può insorgere da poche ore dopo l’evento traumatico, a parecchio tempo dopo, giorni, settimane, o anche mesi. I sintomi devono durare almeno un mese ed essere severi al punto da interferire con la vita quotidiana, le relazioni, il lavoro.

Il decorso del PTSD può variare da persona a persona, alcune persone si ristabiliscono in sei mesi, altre impiegano più tempo. In alcune persone il disturbo può diventare cronico.

 

Chi può essere vittima di una Sindrome Post Traumatica da Stress?

Solitamente le vittime della Sindrome Post Traumatica da Stress (PTSD) si dividono in tre gruppi:

  • Primarie: sono le vittime dirette dell’evento traumatico
  • Secondarie: i testimoni diretti dell’evento o i parenti delle vittime
  • Terziarie: i soccorritori delle vittime.

Non solo gli adulti, ma anche i bambini possono essere soggetti a PTSD. I bambini e gli adolescenti possono presentare dei sintomi diversi rispetto agli adulti.

 

Quali sono i fattori di rischio?

Ogni persona reagisce a suo modo nelle situazioni. Alcune persone possono presentare fattori di rischio per lo sviluppo della PTSD, mentre altre sono dotate di elementi protettivi. Pare che le donne siano più a rischio di sviluppare la PTSD, anche se in termini assoluti generali l’incidenti dell’insorgenza di tale disturbo nella popolazione è circa del 7-8%.

Alcuni fattori di rischio possono essere:

  • Vivere traumi o eventi pericolosi
  • Farsi male
  • Vedere una persona che si fa male oppure muore
  • Traumi infantili
  • Provare paura intensa, impotenza, terrore
  • Avere scarso o nullo supporto sociale
  • Fronteggiare quote extra di stress dopo l’evento
  • Avere una storia di malattia mentale o abuso di sostanze.

All’opposto i fattori protettivi e di resilienza sembrano essere:

  • Avere sostegno sociale
  • Fare parte di un gruppo di sostegno
  • Imparare a sentirsi bene interiormente, nonostante le difficoltà da affrontare fuori
  • Avere delle strategie per affrontare le difficoltà
  • Sapere imparare dalle difficoltà
  • Sapere agire efficacemente nonostante la paura.

 

Come agisce il PTSD sul sistema nervoso?

Quando sentiamo minacciata la nostra sopravvivenza è normale avere paura, avere incubi o pensieri ricorrenti in merito a quanto accaduto. Nel giro di un breve periodo di tempo, però, per la maggior parte delle persone questi sintomi vengono meno.

Il sistema nervoso agisce in base a due modalità di fronte agli eventi stressanti:

  • Mobilizzazione o attacco-fuga: si verifica quando si presenta la necessità di fuggire o difendersi dall’evento traumatico. Il ritmo cardiaco aumenta, la pressione sanguigna si innalza, i muscoli entrano in tensione, la forza fisica aumenta, sorge un senso di allerta psicofisica. Quando il pericolo passa il sistema nervoso si rilassa e con esso anche il corpo
  • Immobilizzazione: quando l’evento supera la quantità di stress individualmente tollerabile, che è diverso da persona a persona e nelle diverse situazioni, ci si sente paralizzati. Il sistema nervoso appare incapace di ritornale all’equilibrio di partenza e non ci si sente in grado di affrontare la situazione. Questa situazione può innescare la Sindrome Post Traumatica da Stress.

 

Quali sono i sintomi specifici della PTSD?

Affinché si possa parlare di PTSD devono essere presenti tutti i seguenti sintomi per almeno un mese:

  • Almeno un sintomo che porta a rivivere l’esperienza: flashback, pensieri spaventosi, interferenza con la vita quotidiana (es. parole, oggetti, situazioni che riportano alla mente l’evento)
  • Almeno un sintomo di evitamento: stare lontano da luoghi, situazioni, oggetti che ricordano il trauma, evitare pensieri o sentimenti correlati all’evento, oggetti che possono scatenare i comportamenti di evitamento e che interferiscono con la vita quotidiana
  • Almeno un sintomo di attivazione e reazione: essere costantemente all’erta, sentirsi in tensione, avere difficoltà a dormire, avere scoppi di rabbia. In genere questi sintomi sono costanti, rendono la persona stressata, nervosa, e interferiscono con la vita quotidiana
  • Almeno un sintomo cognitivo ed emotivo: avere difficoltà a ricordare gli elementi chiave dell’evento, pensieri negativi su di sé o il mondo, emozioni distorte, quali sensi di colpa o vergogna, perdita d’interesse per le attività divertenti. Pensieri e stati d’animo possono sorgere o peggiorare dopo l’evento, possono fare sentire la persona alienata, distaccata del mondo e dalle persone circostanze.

Nei bambini molto piccoli, di età inferiore a 6 anni i sintomi possono includere:

  • Bagnare il letto, anche quando ormai si è persona tale abitudine
  • Perdere la capacità di parola
  • Agire la paura durante il gioco
  • Essere molto appiccicosi con i genitori o altri adulti.

I bambini più grandi e gli adolescenti in genere presentano sintomi più simili agli adulti. Possono sviluppare comportamenti distruttivi, irrispettosi, possono manifestare sensi di colpa per non essere stati in grado di evitare l’evento. Possono anche arrivare ad avere pensieri e/o azioni di vendetta.

 

Quali sono i trattamenti e le terapie?

Alcuni dei trattamenti e delle terapie più comuni possono essere:

  • La psicoterapia (o cura parlata): consiste nel parlare con un professionista in forma individuale, oppure in gruppo. Può durare 6-12 settimane, ma anche di più. Esistono molti tipi di orientamenti di terapie: cognitivo-comportamentali, psicoanalitiche, familiari, sociali, a seconda delle persone. I trattamenti più efficaci tendono a focalizzarsi su alcuni fattori: imparare a identificare i fattori scatenanti dei sintomi e le abilità per affrontarli, affrontare e controllare la paura tramite l’esposizione graduale alla situazione scatenante, ristrutturazione dei pensieri e dei ricordi dell’evento, controllo della rabbia, suggerimenti per una migliore qualità del sonno, della dieta, sport
  • Le medicine: i farmaci più utilizzati per il trattamento della PTSD sono gli antidepressivi, che sembrano efficaci per ridurre tristezza, rabbia, insensibilità, incubi.

 

Come aiutare se stessi?

E’ possibile aiutare se stessi, meglio se in concomitanza con il supporto di un professionista, anche con strategie pratiche quotidiane:

  • Effettuare dell’attività fisica anche moderata per allentare lo stress
  • Seguire una dieta sana, non abusare di alcoolici, né fumo
  • Dormire a sufficienza
  • Stabilire degli obiettivi realistici
  • Dividere gli obiettivi di lungo termini in piccoli sotto obiettivi, stabilendo con cura le priorità
  • Condividere del tempo con altre persone, specie di fiducia
  • Aspettarsi che i sintomi migliorino gradualmente, non immediatamente
  • Identificare luoghi,persone, situazioni che fanno stare bene
  • Condividere i propri pensieri e stati d’animo con persone capaci di ascoltare senza giudicare
  • Condividere l’esperienza con persone che si sono trovate in situazioni simili
  • Prendersi cura di sé in tutti i modi possibili
  • Trascorrere del tempo nella natura
  • Focalizzarsi sul ritmo del respiro e la percezione del corpo
  • Ascoltare tutte le emozioni e i pensieri
  • Imparare una tecnica di rilassamento.

 

Come aiutare una persona cara vittima del PTSD?

Quando una persona cara, un amico, un familiare, il partner ha vissuto una situazione traumatica può essere molto difficile e destabilizzante starle accanto.

Alcune modalità potrebbero essere utili in questi casi:

  • Non forzare la persona a parlare dell’evento, stare accanto mostrando apertura, disponibilità e rispetto dei modi e dei tempi della persona traumatizzata, senza essere invadente, soffocante, ansiosi
  • Lasciare completa libertà alla persona di agire e reagire secondo i suoi modi, tempi, emozioni, pensieri, preferenze. Ogni persona reagisce a suo modo e necessita di approcci differenti
  • Gestire il proprio stress, non riversarlo sulla persona traumatizzata, che ha già il suo personale disagio da fronteggiare. Imparare tecniche di rilassamento, meditazione, o anche affidarsi ad un professionista per colloqui di sostegno
  • Prepararsi ad eventuali crisi di ansia e terrore della persona cara in caso di fattori scatenanti (es. persone, oggetti, situazioni, ecc) e cercare di evitarli
  • Non prendere sul piano personali eventuali malumori, ansie, rabbie, chiusure della persona traumatizzata
  • Documentari il più possibile sulla PTSD per conoscere bene tempi, modi, sintomi, cure, ecc. ed essere pronti ad agire correttamente
  • Prendersi cura di sé.

 

*********************************************************

 

Hai bisogno di aiuto per affrontare una situazione traumatica?

Fissa subito un appuntamento nel mio Studio a Senigallia (AN)

*********************************************************

 

Magari ti può anche interessare leggere altri articoli:

Come creare e mantenere nuove amicizie?

Buone pratiche per attrarre nuove persone con cui stare bene
di Anna Fata

 

amicizia

 

C’è sempre spazio e tempo nella vita per avviare nuove amicizie, per recuperare quelle che si sono spente, per continuare a coltivare quelle già avviate.

In un precedente articolo  abbiamo descritto l’amicizia, i confini che la separano dall’amore, i suoi ingredienti essenziali, la sua evoluzione nelle varie fasi di vita. Qui vorremmo illustrare alcune buone pratiche che ci possono aiutare a coltivare le amicizie, giorno per giorno. Perché, volendo, esistono delle possibilità, per tutti noi, in ogni luogo, in qualsivoglia momento di vita.

Senza dubbio nell’infanzia e in generale nell’età scolastica vi sono maggiori occasioni per entrare in contatto con i propri coetanei e trovare persone con cui sentirsi in sintonia. Durante l’adolescenza si creano veri e propri gruppi a cui si può appartenere, con legami anche molto solidi ed esclusivi, ma non sempre è facile accedervi per chi sta fuori.

Nell’età adulta, complice il minore tempo, gli impegni professionali e spesso anche la competizione, i doveri familiari, non sempre si dispongono di ampie risorse energetiche e di spazio per coltivare queste forme di relazione come si vorrebbe. Spesso si portano avanti relazioni già avviate, oppure se ne creano con persone affini alle proprie cerchie, altri genitori, colleghi di lavoro, di palestra o altri contesti che si frequentano.

Quando si diventa anziani in alcune persone tende ad affacciarsi un movimento di chiusura, di silenzio, anche se questo non significa che non si abbia bisogno di relazioni amicali. Anzi, spesso è proprio in questa fase di vita che diventa importante il confronto, il sostegno, la compagnia, lo scambio con i propri pari, e non solo.

 

La legge di attrazione nell’amicizia, funziona?

In genere siamo portati a pensare che scegliamo i nostri amici in virtù di ciò che sono. In realtà può anche essere vero che li apprezziamo e li amiamo perché ci sostengono per quel che siamo.

Le interazioni regolari sono ciò che sedimenta maggiormente le amicizie, insieme alla condivisione di passioni e attività svolte insieme. A tutto ciò si aggiungono la reciprocità, l’intimità, lo svelarsi in modo fiducioso, incondizionato, certi che dall’altra parte potremo incontrare rispetto, accettazione, discrezione.

Contrariamente a quello che si potrebbe pensare non sono né l’aiuto pratico né i soldi che possono contribuire più di tanto a consolidare le amicizie. Secondo una ricerca del sociologo Beverly Fehr, essi sono marginali.

Oltre alla vicinanza, all’intimità, anche il sostegno alla propria identità sociale, cioè il modo in cui gli amici comprendono e sostengono il nostro senso del sé nel mondo può contribuire a cementificare le relazioni. L’evidenza di quanto il sostegno sociale nel gruppo si importante si nota soprattutto nel periodo dell’adolescenza, ma anche in quei gruppi che si aggregano in virtù di ideali, passioni, attività, convinzioni politiche, religiose, sociali, ecc.

Secondo le psicologhe Carolyn Weisz e Lisa F. Wood, pare che sia proprio quest’ultimo aspetto che rende una amicizia la “migliore” rispetto a tante altre. Pare che questo sia dovuto al fatto che i “migliori” amici ci stanno vicino, appartengono al nostro stesso gruppo sociale, ci aiutano in caso di bisogno, e nutrono in tal modo la nostra autostima.

Il desiderio del sostegno e dell’appartenenza sociale è molto forte in ogni essere umano e finché le amicizie ci consentono questo ci motivano a coltivarle ulteriormente.

 

Come avviare nuove amicizie?

E’ necessario precisare che ciascuno ha la sua personalità, le sue dinamiche interiori, le sue abitudini, le sua preferenze, le sua passioni, pertanto il modo in cui ciascuna persona può avviare e mantenere una relazione di amicizia può essere molto personale e soggettivo. Non esiste un unico modo valido per tutti.

 

Alcuni suggerimenti generali magari possono rivelarsi utili:

  • Rendere l’amicizia una priorità, al pari di tante altre
  • Uscire dalla propria zona di confort e frequentare nuovi luoghi
  • Partecipare ad una vacanza, un viaggio avventura in cui ci si possa sentire parte di un gruppo
  • Provare a coltivare le proprie passioni, magari frequentando corsi, circoli, ritrovi con persone a sé simili
  • Portare a passeggio un cane, un nipotino, un figlio, in modo da incontrare persone simili
  • Guardare con occhi potenzialmente amicali le persone che si hanno intorno, colleghi, clienti, vicini di casa, compagni di palestra e provare ad avviare un dialogo
  • Dedicare del tempo ogni giorno o quasi per la ricerca delle amicizie.

 

Come coltivare le nuove (e vecchie) amicizie?

Una volta che le amicizie sono state avviate è importante saperle mantenere nel tempo. Anche quelle che si sono sopite possono, volendo, essere riattivate. Anche in questo caso che le modalità e le strategie possono essere assai personali, ma alcune linee guida potrebbero rivelarsi utili:

 

  • Dedicare del tempo ogni giorno o quasi per coltivare le amicizie
  • Dedicare del tempo all’ascolto dell’altro, prima ancora che parlare di sé
  • Evitare di mettersi sempre al centro, di avere aspettative elevate
  • Essere se stessi, con spontaneità, e consentire all’altro di fare altrettanto
  • Dare attenzione all’altro, farlo sentire importante, sostenuto, apprezzato, accettato
  • Dare spazio alla presenza di persona e non solo tramite telefono, mail, chat, ecc.
  • Condividere delle attività di mutuo interesse
  • Essere positivi, perché l’amicizia, al contrario dell’amore, rifugge il dolore.

 

*************************************************************************************

Vuoi sviluppare anche tu le tue abilità di relazione?

Fissa subito il tuo appuntamento nel mio Studio a Senigallia (AN)

*************************************************************************************

 

Se ti è piaciuto questo articolo potresti anche leggere:

Come la psicologia può aiutare a perdere peso

Dieta sana e gustosa, sostegno psicologico e sport per dimagrire con successo 
di Anna Fata

 

dimagrire

 

 

Dimagrire: il sogno auspicato da tante persone, ancora più donne, tanto rincorso, spesso cercato di raggiungere con perseveranza, costanza, altre volte con l’attesa di una rapida e indolore soluzione, che in molti casi si può anche raggiungere ma sfuma altrettanto rapidamente quanto il suo conseguimento.

Perdere peso non è sempre facile. Non lo è perché il sovrappeso e l’obesità sono il risultato di diversi fattori che s’intersecano, si sovrappongono, si intrecciano. L’alimentazione e la conformazione fisica è il risultato di elementi: genetici, ambientali, familiari, comportamentali, di stile di vita. Ciò che conta ancora di più è che dietro questi elementi vi sono cause mentali, emozionali, educative, culturali che spingono a comportarsi in un modo oppure in un altro.

In una ricerca pubblicata sulla Cochrane Review si è visto che solo la dieta nella maggior parte dei casi non è sufficiente per perdere peso nel lungo termine. Pare che meno del 20% delle persone obese siano capaci di perdere il 5% del loro peso corporeo e di non recuperarlo nei successivi 5 anni.
Sembra che il programma più efficace di perdita di peso nel lungo termine sia quello che combina dieta, esercizio fisico e sostegno psicologico. Inoltre, aumentando la durata del sostegno psicologico migliora ulteriormente i risultati dei pazienti.

 

Alcuni approcci psicologici per la perdita del peso

Alcuni approcci psicologici si sono rivelati utili per la perdita del peso e il mantenimento del nuovo peso corporeo:

  • La terapia cognitivo-comportamentale: è stata creata da Judith Beck, si basa sulla programmazione di cosa mangiare, organizzando attentamente l’acquisto, l’assunzione, la creazione dell’ambiente, la programmazione dei “momenti a rischio”, a lettura di bigliettini con gli obiettivi della perdita del peso, ogni giorno, e la gestione dei pensieri che ostacolano la perdita del peso
  • La terapia della consapevolezza alimentare basata sulla mindfulness (MB-EAT): è stata ideata da Jean Kristeller della Indiana University, a partire dall’approccio di riduzione dello stress basato sulla mindfulness (MBSR) di Jon Kabat-Zinn e colleghi della Harvard University. Si focalizza sullo sviluppo della saggezza innata circa l’appetito e il cibo. Gli esercizi di mindfulness insegnano alle persone a rivolgere la loro attenzione sui segnali del corpo, la fame, la sazietà, il gusto, la consistenza, di ciò che desiderano mangiare. C’è anche una fase di esposizione in cui le persone vengono poste di fronte a delle tentazioni. Il focus è sulla soddisfazione, la piacevolezza del mangiare più che sulla restrizione. Pare questo tipo di intervento sia particolarmente efficace nel ridurre la fame emotiva e la depressione
  • Fattori biologici e ambientali: i fattori che contribuiscono a mantenere l’eccesso di peso possono essere diversi da persona a persona. Non esiste una ricetta magica valida per tutti per dimagrire. Uno studio pubblicato sul Journal of Clinical Endocrinology and Metabolism ha rilevato che la leptina e la gherlina sono in grado di identificare le persone obese che con maggiore probabilità riacquisiranno peso dopo una dieta. E’ come se il cervello di queste persone fosse maggiormente resistenze agli stimoli della sazietà. Altre ricerche hanno evidenziato che le persone soggette alla fame emotiva, alla depressione o all’ansia più facilmente riacquistano peso. Sono state anche riscontrate correlazioni tra abusi nell’infanzia e obesità. Fattori ambientali come la povertà, la mancanza di accesso a cibi sani, sport, mancanza di tempo e altre pratiche culturali giocano un ruolo nella perdita di peso e nella buona forma fisica.

 

Alcune strategie utili per seguire con successo una dieta dimagrante

Alcune strategie generali possono rivelarsi utili per affrontare un percorso di dimagrimento e mantenimento:

  • Programmare ogni giorno una adeguata quantità di tempo per scegliere cosa mangiare, acquistarlo, cucinarlo, mangiarlo
  • Tenere un diario dei cibi assunti, la quantità, le variazioni di peso corporeo, gli stati emotivi e mentali concomitanti ai pasti
  • Dividere gli obiettivi a lungo termine in sotto obiettivi da verificare in itinere
  • Disegnare se stessi magri, dopo 6 o 12 mesi
  • Avere delle aspettative realistiche, nello specifico non pensare ad un numero ben preciso di chili per il proprio peso forma, ma un parametro più ampio, da rivalutare nel tempo
  • Pensare a tutte le attività che non si possono svolgere a causa del sovrappeso e che una volta magri si vorrebbe praticare
  • Non svolgere attività in contemporanea mentre si mangia
  • Evitare discussioni accese in famiglia o di lavoro al ristorante
  • Assaporare ogni singolo boccone, cercando di cogliere ogni minima sensazione
  • Curare l’aspetto del cibo: la presentazione, i colori, la tavola, l’illuminazione e tutto ciò che può gratificare
  • Masticare a lungo prima di deglutire
  • Fare delle pause, di tanto in tanto
  • Respirare
  • Fare attenzione agli stati mentali ed emotivi che si associano al cibo, alla scelta, alla preparazione, al consumo
  • Togliere dalla dispensa, dai cassetti, ecc. ogni cibo insalubre
  • Attrezzarsi con snack salubri in caso di necessità, per evitare di arrivare troppo affamati al pasto successivo
  • Ricordarsi spesso quali sono gli obiettivi della propria perdita di peso e che cosa ci spinge a farlo
  • Non drammatizzare in caso di sgarro, ma considerarlo una possibilità, senza che però diventi una abitudine sistematica
  • Cercare di comprendere le ragioni dello sgarro e affrontarle in altro modo che non comporti il cibo
  • Celebrare i propri successi in modi che non contemplino il cibo
  • Alimentare la fiducia in sé, grazie anche alla propria motivazione
  • Socializzare con persone che stanno vivendo una situazione simile o che comunque possono fungere da sostegno e incoraggiamento
  • Se necessario, chiedere aiuto ad un professionista che possa sostenere sul piano emotivo
  • Impegnare costruttivamente il proprio tempo in attività creative, gratificanti, realizzanti
  • Praticare uno sport che piace, da soli o in gruppo

 

*****************************************************************************

Hai bisogno di supporto psicologico ed emotivo per la tua dieta?

Contattami subito per un appuntamento nel mio Studio a Senigallia (AN)

******************************************************************************

 

Per approfondire puoi anche leggere:

 

Portare avanti una relazione o concluderla?

Come capire quando una relazione va conclusa, oppure continuata
di Anna Fata

 

coppia amore separazione divorzio

 

 

Nella mia pratica quasi ventennale di psicologa e coach ho notato che la questione delle relazioni affettive insieme a quella legata al cibo e al lavoro sono tra quelle più sentite, discusse e volte turbolente che ci possono riguardare. Per intenderci: sono alcune tra quelle sfere della nostra esistenza a cui teniamo maggiormente, intorno a cui impostiamo la nostra vita, ma anche tra quelle che più di frequente ci creano dei grattacapi.

 

Perché le relazioni sono così importanti per noi?
Nessun uomo è un isola, completo in se stesso”, scriveva John Donne, ma a tempo stesso afferma “Che i nostri affetti non uccidano noi, né muoiano essi”.

Se è vero che tutto è in relazione con tutto e che non possiamo fare a meno di relazionarci, con noi stessi, il nostro corpo, la nostra interiorità, gli oggetti, i luoghi, le persone che ci stanno intorno, che non possiamo neanche solo pensare di chiuderci, perché come ci insegna la fisica un sistema chiuso è un sistema morto, è altrettanto vero che esiste un come nel nostro modo di relazionarci e questo dipende da noi, dalla nostra personalità, dalle abitudini, dalle consuetudini, dall’educazione che abbiamo ricevuto, dal contesto culturale in cui viviamo. Tutto questo così come lo abbiamo acquisito, volendo, possiamo in parte impegnarci a modificarlo, al fine di vivere relazioni più sane e costruttive per noi e per chi ci sta intorno.

Alcuni di noi nelle relazioni tendono ad assumere comportamenti molto dipendenti dall’altro, mentre al contrario altri di noi propendono per atteggiamenti e comportamenti molto più indipendenti. E’ chiaro da questo esempio che nel proprio cammino personale all’interno di una relazione la prima persona potrà magari imparare ad essere più autonoma, mentre la seconda ad affidarsi maggiormente.
Ogni situazione è a sé, nonostante ciò alcuni elementi accomunano il procedere delle relazioni, soprattutto quelle affettive.

 

Le fase delle relazioni

Nelle relazioni, in particolar modo in quelle affettive, c’è una prima fase di esplorazione, all’inizio ci guardiamo con interesse, curiosità e timore al tempo stesso. Non sappiamo chi abbiamo di fronte, e l’altro non sa quasi nulla di noi. Eppure c’è la voglia di esplorare, indagare, conoscersi, avventurarsi in un terreno vergine che sembra presentare, almeno a prima vista, qualcosa che potrebbe suscitare emozioni, coinvolgimento mentale, fisico, o qualsiasi altra cosa che possa interessarci e arricchirci.

In questa fase si resta un po’ guardinghi, si compiono piccoli passi in direzione dell’altro, si sta a osservare la reazione dell’altro, mentre questo, nella migliore delle ipotesi, a sua volta prova a svelarsi quanto può e/o vuole.

Passo dopo passo l’avvicinamento, lo svelamento di sé crescono, e con essi l’entusiasmo, le emozioni, le emozioni e magari anche le passioni. Si prendono piccoli elementi che si conoscono dell’altro, che ancora sono una minima parte rispetto all’intera sua esistenza, presente e passata, si colmano i vuoti conoscitivi, quasi senza accorgersi, finendo per costruire un castello di sabbia, secondo il nostro gusto e desiderio.

Le relazioni iniziano così, con le migliori intenzioni, con più o meno aspettative. Magari la passione di una notte, magari una relazione per una vita. In entrambi i casi che sia intenso, coinvolgente, appassionato. Se poi sarà per una sera, un giorno, un mese, una settimana, una vita, poco conta. O forse no.

Con il procedere della frequentazione, la conoscenza si approfondisce, di tanto in tanto un po’ di quel castello di sabbia si sgretola, si consuma sotto il peso della quotidianità, dell’uso, del tempo, della distanza. Ci si trova, così, a sostituire parti di quel sogno con sempre più elementi presi dalla realtà. A volte lo scenario che si staglia non è dei migliori.

Piccoli tic, abitudini, comportamenti, parole, umori, odori, di quello che sta per diventare a tutti gli effetti un partner sono alla luce del sole, e brillano nella loro implacabile nudità. E non solo possono essere anni luce diversi dal nostro bel castello di sabbia che con tanta cura, dedizione, entusiasmo e soprattutto velocità avevamo eretto, ma sono anche molto, molto meno affascinanti e intriganti rispetto a quanto ci eravamo illusi.

A quel punto ci troviamo inesorabilmente ad un bivio: procedo nella relazione o fuggo?

 

Dalla passione all’amore: e’ sempre possibile?

Se la passione, l’innamoramento scaturiscono spesso in modo inatteso, repentino, prorompente, concitato, altrettanto rapidamente possono a volte svanire. Dipende. Dipende da tanti fattori, chimici, di disponibilità di tempo, energia, di apertura emozionale e mentale, di distanza geografica e mille altri elementi squisitamente soggettivi per ogni persona.

E’ sempre possibile riuscire a passare dalla passione all’amore, o meglio, integrare la passione nell’amore, renderla matura e completa all’interno di un quadro più vasto, dal sapore esistenziale, per ogni coppia?

Dipende.
Non credo sia possibile una risposta valida per tutti e in ogni circostanza.
Credo che la risposta sia molto soggettiva, che dipenda dalle persone stesse, dal momento di vita che stanno affrontando. Scelte che possono rivelarsi valide a 30 anni per una persona, possono non essere quelle più opportune anche a 50 anni, ad esempio.
Da ogni situazioni di vita credo che si possa imparare qualcosa, ritengo sia questa la chiave che ci permette di scegliere se impegnarci nel costruire una relazione, oppure troncarla sul nascere o ad un suo stadio più avanzato.

A seguire alcune domande chiave che ci si può rivolgere in queste situazioni

  • Cosa sento di avere imparato dalla situazione che sto vivendo?
  • Sento di avere ancora qualcosa da imparare da questa relazione?
  • Come mi sento emozionalmente, mentalmente e fisicamente quando sto con questa persona?
  • Quali sono i pensieri che attraversano la mia testa quando non sto con questa persona?
  • Quali sono le mie aspettative all’interno di questa relazione?
  • Esistono degli obiettivi comuni all’interno della coppia, nel caso quali sono e quali strategie sono state definite per poterli raggiungere?
  • Come mi vedo in questa relazione tra 5 o 10 anni?
  • Se mi sento fortemente a disagio in questa situazione, ci sono altri modi altrettanto formativi per me che posso scegliere al di fuori di questa relazione?

 

Vuoi migliorare le tue relazioni affettive?

Fissa subito il tuo appuntamento nel mio Studio a Senigallia (AN), raggiungeremo questo obiettivo insieme!

 

Per approfondire l’argomento puoi anche leggere altri articoli:

Come diventare un po’ più felici

La felicità: Cosa è, a cosa serve, come accrescerla
di Anna Fata

 

felicità

 

Da che mondo è mondo l’essere umano ricerca la felicità, la pace interiore, le quiete mentale.

Esistono momenti di vita e/o della giornata in cui il tono dell’umore tende ad abbassarsi fisiologicamente. Esistono anche vere e proprie patologie, quali la depressione primaria e secondaria, i disturbi bipolari che possono incidere, tra le altre cose, anche sul tono dell’umore abbassandolo.
Le stesse malattie fisiche possono condurre ad un concomitante calo dell’umore.

Queste patologie richiedono un approccio medico e psicologico strutturato, costante e tempestivo perché possono degenerare e compromettere seriamente la qualità della vita privata e professionale.

Senza sconfinare nella patologia, è possibile prendersi cura del proprio stato d’animo e della nostra interiorità in modo sano e semplice quotidianamente.

 

Cos’è la felicità?

La felicità è uno stato d’animo, una emozione positiva di chi ritiene soddisfatti i propri desideri.
Felicità in senso etimologico si rifà alla radice del verbo greco “produco”, quindi ha il senso di “fecondo”. Felice è quindi colui che possiede ciò che veramente appaga i suoi desideri.

 

A cosa serve essere felici?

Pare che le persone felici siano anche non tanto in uno stato migliore di salute in senso oggettivo, ma che la percezione del loro stato sia migliore. Le persone felici tendono ad avere un sistema immunitario più reattivo, si ammalano meno, guariscono più rapidamente, invecchiano più lentamente, sono pieni di energie, si stancano meno facilmente.
Esiste un legame stretto tra salute psicofisica e felicità: non necessariamente essere in buona salute arreca la felicità, ma essere felici migliora la salute.

Una persona felice, a sua volta, è in grado di contribuire attivamente per il Bene della società, il buon funzionamento delle istituzioni sociali, economiche, politiche.
La soddisfazione dei bisogni di base è precondizione della felicità, ma non è sufficiente. E’ importante soprattutto che le risorse economiche siano equamente ripartite nella società.
La persona felice, inoltre, è anche più propensa ad aiutare il prossimo, a fare volontariato, ricevendo gratificazioni nel dare e aumentando ulteriormente la sua felicità.

 

Felici si nasce o si diventa?

Secondo lo psicologo Michael Fordyce la felicità dipende da fattori:

  • genetici (15%);
  • educativi (35%);
  • ambientali (50%).

In base a ciò si può notare quanto ampio possa essere il margine su cui agire per mutare tale condizione.

 

Come diventare un po’ più felici

Secondo Fordyce, esponente della psicologia positiva, esistono delle condizioni fondamentali per costruire, riconoscere e vivere la propria felicità, che lui ha definito i “14 Fondamentali della felicità“:

 

  1. Essere più attivi e tenersi occupati
  2. Passare più tempo socializzando
  3. Essere produttivi svolgendo attività che abbiano significato
  4. Organizzarsi meglio e pianificare le cose
  5. Smettere di preoccuparsi
  6. Ridimensionare le proprie aspettative e aspirazioni
  7. Sviluppare pensieri ottimistici e aspirazioni
  8. Essere orientati sul presente
  9. Lavorare a una sana personalità
  10. Sviluppare una personalità socievole
  11. Essere se stessi
  12. Eliminare sentimenti negativi e problemi
  13. I rapporti intimi sono la fonte principale di felicità
  14. Considerare la felicita la priorità numero 1

A questi il nostro Metodo ArmoniaBenessere® aggiunge il 15° principio:

15. Riconoscere e coltivare la propria spiritualità.

 

Vuoi diventare anche tu un po’ più felice?
Fissa subito il tuo appuntamento nel mio Studio a Senigallia (AN), ci lavoreremo insieme!

 

Se ti è piaciuto questo articolo potresti approfondire leggendo anche:

Social Network Widget by Acurax Small Business Website Designers
Visit Us On FacebookVisit Us On TwitterVisit Us On Google PlusVisit Us On LinkedinCheck Our Feed