Come coltivare l’umiltà e beneficiare salute, relazioni, lavoro

Una virtù controcorrente che innalza il benessere psicofisico e le performance professionali
di Anna Fata

 

benefici umiltà

 

Nella cultura occidentale l’umiltà viene presa in scarsa considerazione. A volte bistrattata, altre volte male interpretata, l’umiltà viene spesso sottovalutata come virtù e nelle sue potenzialità per la nostra salute, il benessere, la costruzione di persone, relazioni e ambienti migliori.

Nella società odierna tende ad essere premiato l’egocentrismo, l’esibizionismo, l’affermazione di sé, spesso anche la prevaricazione, il successo ad ogni costo. In questo senso l’umiltà mal si presta a tali obiettivi.

 

Cos’è l’umiltà?

Iniziamo a fare chiarezza sul vero significato del termine.
L’umiltà è un orientamento psicosociale caratterizzato da

  • Autonomia emotiva
  • Libertà dal senso di competizione.

 

L’umiltà, all’opposto, NON è:

  • Non è permettere agli altri di farsi calpestare
  • Non è essere servile a qualcuno
  • Non è sacrificare di continuo i propri interessi per quelli altrui (magari sentendosi anche una vittima o un martire)
  • Non è evitare il confronto o il conflitto per apparire buono
  • Non è nascondere i propri sentimenti, emozioni o punti di vista per non offendere o allontanare gli altri.

 

L’umiltà, piuttosto, è una sorta di neutralità emotiva. Comprende una esperienza di crescita in cui non si avverte più il bisogno di elevarsi sopra gli altri, ma neppure di collocarsi al di sotto.
Ci si sente alla pari con tutti, portatori del medesimo valore. Comporta un modo di agire focalizzato sugli obiettivi, i propositi, più che sulle emozioni subitanee. E’ come se si avesse imparato a non reagire più in modo competitivo, soprattutto quando si sente che non serve.

Per riassumerla con una citazione dello psicologo Fritz Perls possiamo dire:

Io sono io e tu sei tu; io non sono in questo mondo per incarnare le tue aspettative e tu non sei in questo mondo per vivere le mie”.

L’effetto che ne consegue è liberatorio.

 

Come si fa a liberarsi dal riflesso competitivo?

Per liberarsi dal riflesso competitivo è essenziale:

  • Riconoscere tale istinto quando sta per sorgere
  • Imparare a scegliere una modalità di reazione più versatile.

Spesso reagiamo in modo istintivo, automatico, per questo è indispensabile osservare e sviluppare la consapevolezza di noi e dei nostri comportamenti.
Diventare umili non significa auto-controllarsi, auto limitarsi, ma ha a che fare con l’autostima. Quanto più aumenta la sensazione del valore di sé, tanto più si riesce ad apprezzare gli altri, lodarli e incoraggiarli, senza per questo sentirsi sminuiti.

Ha a che fare con l’intelligenza sociale, che fa sì che le persone si sentano incoraggiate a venirci incontro, invece che ad attaccarci o difendersi da noi.
Quando l’umiltà cresce in noi si manifesta nei comportamenti, gli altri dall’esterno la percepiscono, si sentono bene con noi, apprezzati, incoraggiati, confermati e nutriti interiormente.

Del resto, lo psicologo William James ci ricorda che:

“La brama più profonda di tutti gli esseri umani è desiderio di essere apprezzati”.

 

A cosa serve l’umiltà?

L’umiltà è connessa a molti comportamenti prosociali. Essa ha a che fare con la cura sia di sé, sia degli altri. La persona umile si conosce bene, è consapevole delle sue doti, dei suoi talenti, così come dei suoi limiti, al tempo stesso è orientata verso gli altri, il benessere collettivo e ha la capacità di dimenticarsi di sé, quando è necessario.

L’umiltà in una prospettiva psicologica è una vera e propria virtù che è collegata a migliori risultati accademici, professionali, nella leadership. Le persone umili pare che abbiano relazioni sociali migliori, evitano gli inganni, le menzogne, sono inclini al perdono, alla gratitudine, alla cooperazione, alla generosità di tempo e denaro. Si è visto che molti manager e leader di successo hanno livelli elevati di umiltà, sono percepiti come gentili, generosi, ben adattati, capaci di offrire un valido contributo alla società.

Nella società attuali molti di noi farebbero di tutto pur di essere visibili, famosi, accettati, apprezzati, elogiati. A volte siamo disposti ad enormi sacrifici, a mettere da parte la nostra personalità, le reali esigenze pur di ottenere tutto ciò. Con questo atteggiamento ci garantiamo frustrazione a vita.

Essere umili va di pari passo con l’imparare a conoscere, accettare, apprezzare se stessi. In questo senso è una virtù molto pratica. Alfred Adler ritiene che l’ambizione egoistica, il potere, le ricchezze ci portano fuori strada perché alla fine generano solo illusioni destinate a naufragare. Tutto questo non è in grado di dare risposte efficaci al vero senso della vita.

Il significato della vita passa attraverso l’attribuzione del reale valore a se stessi e al prossimo, all’autostima, all’amore per sé e per l’altro.

L’umiltà in questo senso porta con sé una forte componente spirituale, che implica che la soddisfazione nella vita deriva dall’essere a servizio del prossimo. Alcune correnti religiose, dal Cristianesimo in poi, hanno incarnato fortemente questa convinzione. Al tempo stesso l’orgoglio è stato strenuamente osteggiato, perché responsabile dell’isolamento e della distruzione di sé e del prossimo.

Secondo le ricerche della psicologia positiva, si è visto che le persone umili riferiscono livelli più elevati di felicità, soddisfazione, rispetto a quelle orgogliose. La persona umile paradossalmente non cerca attivamente il successo come meta fine a se stessa, ma riesce comunque a ottenerlo, si mette a servizio, loda gli altri per i loro conseguimenti, contribuendo ad elevarli, motivarli e farli crescere ulteriormente.

Secondo tale orientamento psicologico l’umiltà ha benefici sia per la società, sia per il singolo.

A livello macro sociale l’umiltà permette di:

  • Riconoscere la propria mortalità
  • Credere nella vita dopo la morte
  • Rendersi conto delle proprie inadeguatezze ed errori
  • Accettare il nostro bisogno di redenzione
  • Accettare il nostro bisogno di essere guidati
  • Credere in una qualche forma di spiritualità e trascendenza
  • Credere nel bisogno di essere sottomessi ad un potere più alto.

 

Al livello individuale, l’umiltà pare comportarsi come un muscolo, quanto più viene esercitato, tanto più si potenzia. Per questo si è rilevato che può essere utile coltivare l’umiltà con pratiche quotidiane.

 

Pratiche per coltivare l’umiltà

 

Alcune pratiche utili alla coltivazione dell’umiltà possono essere:

 

  • Riconoscere gli errori compiuti
  • Ricevere feedback e correzioni con gentilezza
  • Astenersi dal giudicare gli altri
  • Perdonare chi ci ha feriti
  • Scusarsi con coloro che abbiamo ferito
  • Tollerare i comportamenti scortesi degli altri con pazienza e compassione
  • Osservare e sottolineare le doti degli altri
  • Rallegrarsi dei successi altrui
  • Benedire ogni cosa, buona e cattiva
  • Cogliere ogni opportunità per aiutare gli altri
  • Cercare di restare anonimi quando si aiutano gli altri
  • Mostrare gratitudine per i propri successi
  • Dare credito agli altri per i nostri successi
  • Considerare i successi come una forma di responsabilità per offrire di più agli altri
  • Essere disposti ad imparare dai propri fallimenti
  • Assumersi le responsabilità dei propri fallimenti
  • Accettare le circostanze e i limiti che comportano
  • Prendere atto delle discriminazioni e dei pregiudizi
  • Trattare ogni persona con rispetto a prescindere dallo status sociale
  • Saper gioire del proprio anonimato.

 

Le conseguenze benefiche che possono sorgere da queste pratiche possono comportare:

 

  • Riduzione di ansie, paure, depressione
  • Abbassamento dei livelli di conflittualità, aggressione, rabbia
  • Aumento dei livelli di benessere e felicità
  • Riduzione dello stress
  • Aumento dell’ottimismo
  • Miglioramento delle relazioni amicali e affettive
  • Apertura a nuove esperienze e nuovi apprendimenti
  • Maggiore empatia, compassione, altruismo
  • Maggiore soddisfazione professionale.

 

Considerati dunque i numerosi benefici, personali e sociali, che l’umiltà sembra arrecare, potrebbe valere la pena investire un po’ di tempo nella sua coltivazione.

 

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Come evitare i 5 più comuni rimpianti prima di morire

Come trovare il coraggio di fare ciò che ci fa sentire profondamente vivi
di Anna Fata

 

 

rimpianti vivere morire

 

Tutti noi vogliamo una vita, un lavoro che ci fanno sentire vivi, pieni, soddisfatti, realizzati. Questo, almeno nei sogni. Nella realtà di tutti giorni spesso finiamo col procedere col pilota automatico inserito, presi dalla fretta, dalla routine, dalle abitudini, dal dover fare e dimentichiamo di ascoltare noi stessi, di interrogarci su quali sono le reali priorità, gli interessi, le passioni, i valori, tutto ciò che ci fa sentire che stiamo vivendo una vita che vale la pena di essere vissuta.

A tutti possono capitare alti e bassi nella vita, nel lavoro, negli affetti, ma quando il senso d’insoddisfazione, di vuoto, di mancata realizzazione diventa persistente, profondo, ricorrente, forse è ora di fermarsi e fare il punto della situazione, prima che sia troppo tardi.

 

Bronnie Ware, un’infermiera australiana che lavora nel reparto di cure palliative per i malati terminali, nel suo libro “The top five regrets of the Dying”, nell’ascoltare i suoi pazienti ha individuato i rimpianti che più di frequente ricorrono tra le persone in fin di vita e da qui è nata la sua riflessione circa ciò che si potrebbe fare oggi per modificare la propria esistenza al fine di non arrivare alla fine dei propri giorni con tali ripensamenti.

 

I 5 rimpianti più comuni e come evitarli

 

  1. Avrei voluto avere il coraggio di vivere una vita più vera, autentica, in linea con quel che sento e non secondo le aspettative altrui”. Fin dalla nostra nascita ci comportiamo per assecondare chi ci sta attorno, i genitori, gli insegnanti, gli esponenti culturali, sociali, civili, professionali degli ambienti in cui viviamo. Cerchiamo chi ci fornisce norme, regole, punti di riferimento in modo da essere accolti, accettati, apprezzati, lodati, amati. Comportandoci così, però, alla lunga, finiamo col tradire noi stessi. Non ci ascoltiamo più, non sappiamo più cosa vogliamo, chi siamo, oppure lo sappiamo, ma lo mettiamo in secondo piano, con grande fatica, insoddisfazione e sofferenza. Potrebbe essere utile chiedersi: Come sarebbe mettermi in contatto con la mia parte più profonda, autentica, e vivere una vita piena, autentica, aderente a quello che sono e che sento?
  2. “Avrei voluto non lavorare così tanto”. Il lavoro serve, oggi più che mai, come mezzo che ci offre gli strumenti economici per il sostentamento, ma anche per realizzarci come esseri umani, come professionisti, per offrire il nostro contributo alla società. A volte, però, esageriamo e ci dimentichiamo di ciò che conta veramente per noi. In questi casi potremmo domandarci: A cosa varrebbe la pena che dedicassi la mia attenzione, che mi nutre, mi soddisfa e che trascuro lavorando troppo?
  3. Avrei voluto avere il coraggio di esprimere le mie emozioni. Nella vita, privata, in famiglia, con gli amici, al lavoro spesso temiamo il giudizio dell’altro e così cerchiamo di trattenerci dall’esprimere quel che vorremmo, i pensieri, i sentimenti, le sensazioni, le emozioni. Cominciamo a vivere secondo le aspettative altrui, le consuetudini, le regole sociali, culturali, professionali, Non esporre le nostre emozioni, gli affetti, i sentimenti crea legami superficiali, basati sull’apparenza con chi ci sta intorno. Anziché aprire il nostro cuore, preferiamo cercare di proteggerci da possibili delusioni, ferite, dolori, tuttavia anche questa modalità non ci rende felici. Apprendere come essere più consapevoli delle proprie emozioni, come esprimerle, rispettando sia se stessi, sia chi sta intorno aiuta a sviluppare empatia, calore, vicinanza, legami umani, affettivi, professionali più sereni, costruttivi, pieni, soddisfacenti, profondi.
  4. “Avrei voluto restare più in contatto con i miei amici”. Una delle fonti di maggiore felicità sono le relazioni. Oggi abbiamo a disposizione numerosi modi per restare in contatto, telefono, chat, mail, messenger, social network, ma soprattutto vis a vis. Nonostante ciò spesso affermiamo di non avere tempo né modo per coltivare le relazioni che diciamo ci stanno a cuore. Potrebbe essere utile chiedersi: Come posso rendere la coltivazione delle relazioni una priorità nella mia quotidianità?
  5. Avrei voluto concedermi di essere più felice”. La maggior parte delle persone vive momenti di felicità, ma non se ne accorge se non a posteriori. La felicità è una scelta, che si coltiva grazie alla consapevolezza. Tramite quest’ultima possiamo prendere coscienza di ciò che ci nutre, ci riempie, ci arricchisce, ci rasserena, e ciò che, invece, ci svuota, ci demoralizza, ci inaridisce. A quel punto siamo liberi di scegliere quali situazioni vivere e quali allontanare. Possono accadere tante situazioni nella nostra esistenza privata, in famiglia, nel lavoro, che possono suscitare tutte le emozioni possibili, sta a noi decidere come reagire ad esse. La domanda chiave in questo caso può essere: Che cosa mi rende veramente felice?

 

Osservare la propria vita presente, come ci sentiamo mentalmente, emotivamente, fisicamente in relazione ad essa può essere un atto di forza e di coraggio molto forte, perché non sempre il risultato può essere soddisfacente, ma è l’unico modo per cambiare eventualmente rotta, casomai ci rendessimo conto che non stiamo vivendo la vita che ci rende veramente felici come sentiamo di desiderare e meritarci.

L’esercizio di immaginare di lasciare questa vita tra una settimana ci mette implacabilmente di fronte alle nostre reali priorità: a quel punto abbiamo in mano le chiavi del cambiamento. A noi la scelta se decidere di aprire quella porta.

 

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Come capire che non stai vivendo la vita che vorresti

6 segni che indicano che dovresti cambiare la tua vita
di Anna Fata

 

vita che avresti sempre voluto

 

 

Fin da piccoli cominciamo ad immaginare la nostra vita futura, il lavoro, gli affetti, il luogo in cui vivremo. A volte sono sogni, pure fantasie, che poi prendono tutt’altra direzione in seguito, altre volte, invece, rappresentano quello che effettivamente sarà la nostra vita. O almeno quella che veramente ci sta a cuore.

Tutti siamo chiamati a realizzare noi stessi. Abraham Maslow la chiama autorealizzazione. Essa rappresenta la punta più alta della nota gerarchia dei bisogni che tracciò nel 1954.
Tutti abbiamo un potenziale, dei talenti che siamo chiamati a mettere a frutto. Sono ciò che quando li utilizziamo ci fanno sentire soddisfatti, appassionati, pienamente coinvolti in quel che stiamo facendo, che non ci fanno quasi avvertire la fatica, lo scorrere del tempo. In quei momenti è come se fossimo nati solo per compiere ciò a cui ci stiamo dedicando in quel momento.

Realizzare se stessi rappresenta una delle fonti fondamentali di felicità.
E tutti, indistintamente, cerchiamo, in ultima analisi, la felicità.

A volte, però, questo senso di realizzazione, passione, soddisfazione, felicità manca del tutto o in ampia parte.
La vita quotidiana ci pesa, il lavoro non ci soddisfa, gli affetti, le relazioni vengono portati avanti con fatica, pesantezza, abitudine. Niente sembra avere senso. Si avanza con il pilota automatico inserito. Si vive, si agisce per dovere, abitudine, senza riflettere, senza porsi domande, senza emozioni particolari.

 

E’ questa la vita che veramente vogliamo vivere?

Prima o poi questa domanda sorge, inevitabile, magari dopo giorni, mesi, anni di mancanza totale di senso.
Affonda dentro di noi come una lama affilata.
Fa male.
Però ci apre gli occhi.
E ci permette, volendo, di cominciare ad agire diversamente. Di iniziare a costruire la vita e il lavoro che abbiamo sempre desiderato.

 

Quali sono i segni che ci fanno capire che stiamo vivendo una vita insoddisfacente?

Esistono alcuni segnali che quasi inevitabilmente ci fanno capire che la vita che stiamo vivendo non ci soddisfa. Anche se possono esistere dei momenti esistenziali che possono risultare particolarmente faticosi, frustranti, dolori, vuoti, quando questa dimensione si approfondisce eccessivamente, va oltre il limite della nostra sopportazione, oppure quando si protrae oltremodo, forse è arrivato il momento di fare il punto della situazione e magari iniziare a cambiare qualcosa della propria vita.

 

  1. Si sopprimono le emozioni: per non avvertire le emozioni, spesso dolorose, pesanti, frustranti, si cerca di distrarsi. Magari si ricorre all’alcool, al gioco d’azzardo, ma anche semplicemente all’eccesso di lavoro, al sovrautilizzo del Web, dei Social network, del cibo, del sesso. Qualsiasi cosa o attività che distrae la mente può andare bene per non ascoltare le emozioni e i pensieri.
  2. Si invidia il successo altrui: quando ci si guarda attorno sembra che tutti siamo migliori di noi, che abbiamo più soldi, lavoro, felicità, affetti. Si finisce quasi inevitabilmente per invidiare più o meno apertamente gli altri. Anche perché ci si sente esclusi da una vita che anche noi vorremmo e che in qualche modo sentiamo di meritarci di diritto, ma per qualche oscura (o manifesta) ragione non riusciamo ad ottenere. Ci si rivolge ad altre forme di soddisfazione, ci si accontenta, ma si cova nel profondo insoddisfazione, astio, risentimento, rancore. Ci si sente impotenti, incapaci di ottenere quel che veramente si vorrebbe. Non ci si sente di fare mai abbastanza o non mai bene a sufficienza.
  3. Cercare continuamente l’approvazione altrui: in sé e per sé non c’è nulla di sbagliato nel gradire lodi, apprezzamenti, ma quando la cosa diventa costante e soprattutto essenziale nella propria esistenza e nel lavoro, può rappresentare un campanello d’allarme. E’ come se si cercassero fuori delle conferme a dubbi che, in realtà, sono ben più profondi in noi circa la nostra vita e il lavoro. E’ come se il timone della nostra esistenza fosse delegato a qualcosa o qualcuno fuori e non a se stessi. C’è la sensazione, a volte consapevole, a volte meno, che ci sia qualcosa che non va, che non sia giusto dentro di noi e nel nostro pensare, sentire, agire. In realtà, quando siamo veramente convinti, appassionati, realizzati, non abbiamo alcun dubbio sul nostro essere e soprattutto sul nostro fare in quel momento e non cerchiamo alcuna conferma fuori. Se arriva è un di più, ma non è in alcun modo essenziale per noi.
  4. Sentirsi vuoti: può capitare, talvolta, di sentirsi soli, smarriti, svuotati, ma se queste sensazioni risultano troppo ricorrenti, profonde o devastanti, può essere il segnale che qualcosa nella nostra vita non sta andando nel verso giusto. C’è la sensazione che manchi uno scopo, un senso, una direzione nel nostro vivere e lavorare. Quando ci si spende per ciò che ci realizza, soddisfa, appassiona, questo senso di vuoto difficilmente sorge.
  5. Sentirsi frustrati facilmente: a volte può capitare di sentirsi frustrati, specie quando si cerca di raggiungere obiettivi complessi, impegnativi, di lunga durata. Quando però questo vissuto accade molto di frequente, è debilitante, paralizzante, molto profondo e prolungato, può essere sintomo di una vita non del tutto realizzata. In genere la frustrazione può scaricarsi un atto aggressivo, verbale e/o fisico, di rabbia, di attacco, di sé o del prossimo. A volte la frustrazione, infatti, non si manifesta all’esterno, ma si rivolge contro se stessi, col rischio di sviluppare disturbi psicosomatici che danneggiano la salute.
  6. La vita manca di direzione: a volte momento di confusione, di smarrimento nella vita, nel lavoro, possono capitare. Quando questa sensazione però è molto ricorrente e profonda, può essere il sintomo di una insoddisfazione più ampia e radicata. Quando non si crede in quello che si sta facendo, quando non ce lo si sente proprio, quando non si sente che si sta percorrendo la propria strada, che si sta realizzando la propria missione, forse è arrivato il momento di cambiare rotta. In realtà il cambiamento da attuare prima di tutto è dentro, non fuori. Quest’ultimo avviene successivamente, di conseguenza. Solo individuando i propri talenti, le risorse, le potenzialità si può iniziare a mettere a frutto. Quando le si individua diventa quasi automatico sentire il bisogno di realizzarle.

 

Come costruire la vita che abbiamo sempre voluto?

Tutti abbiamo delle possibilità di modificare la nostra vita, il lavoro. Oppure, a volte, quando le circostanze non si possono più di tanto cambiare, può essere utile cambiare i pensieri, gli schemi mentali, il modo in cui interpretiamo le situazioni. Fuori oggettivamente la situazione può essere la medesima, ma dentro lo stato d’animo con cui la si vive può modificarsi. Questo ci aiuta ad essere più sereni. E la serenità ci rende più lucidi e capaci magari in seguito di cambiare le circostanze anche fuori.

Ecco alcune strategie specifiche per affrontare i segnali di mancata realizzazione sopra citati:

 

  1. Fermarsi e ascoltare: quando siamo in fuga da noi stessi non facciamo altro se non perpetrare il problema. Non è certo ignorandolo che si risolve. Anzi, a volte si fossilizza sempre di più e può diventare ancora più arduo affrontarlo. E’ necessario in questi casi ascoltare al di là della superficie. Alcune domande a quel punto possono aiutarci: Come mi sento? Cosa provo nel profondo? Quali sono i pensieri connessi a queste emozioni? Come sento il mio corpo? Da cosa sto scappando?
  2. Smettere di guardarsi attorno e iniziare a guardarsi dentro: invece di osservare le vite altrui, ammirarle o invidiarle, forse conviene iniziare a guardarsi dentro e chiedersi cosa si desidera ottenere e come attivarsi per raggiungerlo.
    Quali parti della mia vita mi risultano inaccettabili? Cosa posso fare per modificarle? A chi, eventualmente, posso chiedere aiuto?
  3. Invece di continuare a cerare approvazione, consigli, suggerimenti, soluzioni fuori, può essere utile porsi alcune domande: Quando mi sento veramente realizzato, coinvolto, appassionato, totalmente immerso? Che cosa mi piace veramente? A cosa mi dedico senza alcun ripensamento, dubbio, esitazione? In questa fase è importante focalizzarsi sulle emozioni, le sensazioni, i pensieri che emergono quando ci si sente totalmente immersi e senza distrazioni esterne.
  4. Quando ci si sente svuotati, scarichi, inariditi, possono essere utili alcune domande: Quando mi sento che quel che sto facendo ha senso? cosa sto facendo mentre sento che quel che faccio ha valore? Quando sento che quel che faccio fa la differenza? Come mi sento dentro in quei momenti? Cercare di essere il possibile precisi relativamente ai luoghi, modi, tempi, persone, attività e soprattutto in merito alle sensazioni interiori, emotive, mentali, corporei
  5. Quando i livelli di frustrazione sono molto alti, profondi, paralizzanti, alcune domande possono essere vantaggiose: Che cosa mi frustra maggiormente nella vita, nel lavoro? Che cosa proprio non sopporto? Quale è la cosa che maggiormente vorrei cambiare nella mia vita, nel mio lavoro? Se potessi cambiare quell’aspetto di vita o di lavoro, come mi sentirei? Queste domande possono aiutare a individuare chiaramente gli aspetti più insoddisfacenti della propria esistenza. Dopo avere individuati tali aspetti ci si può chiedere: Quali sono le mie priorità di vita e di lavoro? Quali sono i miei valori fondamentali per cui vale la pena vivere? Come posso concretizzarli nella vita e nel lavoro?
  6. Nei momenti in cui si avverte una totale mancanza di senso nel proprio fare, essere, agire, alcune domande possono essere d’aiuto: Cosa sto facendo quando avverto questa mancanza di senso? Che cosa mi depriva di energia? Che cosa faccio in automatico che, alla lunga, sento che manca di senso? Che cosa, invece, sento che ha un senso, un valore per me? Che cosa mi coinvolge, mi assorbe, mi appassiona mentre la sto compiendo? Dove mi trovo in quei momenti? Con chi? Come mi sento nel corpo, nella mente, nelle emozioni?

 

Tutti siamo in questo mondo per realizzare noi stessi. Tutti viviamo, lavoriamo, ci fidanziamo, ci sposiamo, mettiamo al mondo figli per lasciare una traccia del nostro passaggio su questa terra, per renderla un po’ migliore, per costruire qualcosa che duri nel tempo, per offrire un lascito alle future generazioni.
Ciascuno di noi possiede dei talenti differenti per poter compiere tutto questo. Sta a noi scoprire quali essi siano, magari con l’aiuto di un professionista, se necessario. Solo in questo modo potremmo dire un giorno di avere vissuto. E che questa vita è stata esattamente come l’abbiamo sempre desiderata.

 

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Come diventare più coraggiosi

Cos’è il coraggio e come coltivarlo
di Anna Fata

 

coraggioso

 

Credo che oggi più che mai, chi vive consapevolmente, non possa se non essere una persona coraggiosa. Coraggiosa perché sa che ogni istante può essere costellato da situazioni più o meno impegnative da affrontare, nonostante ciò prosegue con fiducia, buona volontà, intraprendenza, un pizzico di ottimismo.

Tutti potenzialmente possiamo essere coraggiosi. In genere sono le situazioni in cui ci troviamo che stimolano il nostro coraggio quando dobbiamo affrontarle. A volte osserviamo dall’esterno alcuni individui alle prese con eventi molto impegnativi da dover affrontare e ci chiediamo come possano fare. Poi, un giorno, magari, capitano a noi e ci sorprendiamo della forza che può sorgere in noi per affrontarle a nostra volta.

Questa forza che sorge è una miscela di diversi fattori, tra i quali spicca anche il coraggio.

 

Cos’è il coraggio

Il coraggio si può definire come una qualità della mente e dello spirito che rende capaci le persone di affrontare difficoltà, pericoli, dolori, sofferenze, andando oltre la paura.

L’assenza di paura, in sé, non è sinonimo di coraggio.
A volte esistono reazioni istintive, legate alla sopravvivenza o all’incoscienza: in esse non vi è coraggio.

Il famoso psicologo Stanley Racham sostiene che le persone coraggiose vivono ansie e paure, ma nonostante ciò proseguono nei loro intenti. Quanto più tali ansie e paure sono ingenti, tanto maggiore è il coraggio. Senza ansie né paure non si può parlare di coraggio.

Tutti abbiamo la potenzialità di diventare coraggiosi, al punto che la psicologia positiva riconosce il coraggio come virtù universale appartenente ad ogni essere umano nel mondo, ma spesso questa dote alberga latente in noi finché non ci confrontiamo con situazioni ed eventi che ci destabilizzano.

Nel coraggio, quindi, vi sono tre componenti fondamentali:

  • La sensazione soggettiva di apprensione
  • La reazione fisiologica della paura (es. aumento del battito cardiaco e della pressione arteriosa, sudorazione, ecc.)
  • La risposta comportamentale (ad es.: attacco, fuga, ecc.).

 

I tipi di coraggio

Si possono identificare diversi tipi di coraggio, a seconda delle occasioni in cui si manifesta. A volte possono essere compresenti, ma in genere uno di essi tende a prevalere:

  • Coraggio fisico: è la tipologia a cui la maggior parte di noi in genere pensa, è ciò che mette a repentaglio la salute o la vita stessa, comporta sviluppare forza fisica, resilienza, consapevolezza
  • Coraggio sociale: anch’esso è molto evidente per tutti noi, comporta il rischio di imbarazzo, vergogna, esclusione, impopolarità, disapprovazione, rifiuto ed è legato alla leadership
  • Coraggio intellettuale:ha a che fare con l’impegnarsi in idee sfidanti, originali, innovative, fuori dal senso comune e condiviso, col rischio di essere travisati, incompresi, mistificati, strumentalizzati, comporta la capacità di discernere tra bene e male
  • Coraggio morale: comporta il fare la cosa giusta, soprattutto quando si rischia vergogna, opposizione, disapprovazione dagli altri. Ha a che fare con la morale e l’etica, la coerenza tra dire e fare
  • Coraggio emotivo: ci apre all’intero spettro di emozioni positive, al rischio di essere felici
  • Coraggio spirituale: riguarda la domande legate alla fede, al senso della vita, sia un contesto religioso, sia laico.

 

Come sviluppare il coraggio

Il coraggio è come un muscolo: con l’impegno, nel tempo, la volontà, l’impegno, si può incrementare.

Per compiere questo è fondamentale affrontare gradualmente le proprie paure, impegnandosi ogni giorno e suddividendo i grandi obiettivi in sotto obiettivi può affrontabili, fisicamente, mentalmente, emotivamente.

Secondo Jeff Wise, autore di “Extreme Fear: The Science of Your Mind in Danger”, sulla base dei fondamenti neuropsicologici della paura, egli ritiene che sia possibile concretamente adottare delle strategie per imparare ad essere ogni giorno un po’ più coraggiosi.

Alcune tecniche che potrebbero essere utili per allenare ogni giorno il nostro muscolo del coraggio:

 

  • Essere consapevoli dei propri pensieri, sensazioni, emozioni
  • Immaginare una situazione che ci spaventa e percepire ogni reazione del corpo, delle emozioni, della mente
  • Rievocare le situazioni che ci spaventavano da piccoli e osservare come nel tempo abbiamo imparato ad affrontarle
  • Osservare cosa ci spaventa di più e provare mentalmente ad immaginare come affrontarla, a piccoli passi
  • Praticare sport e attività fisica, perché aiuta a scaricare e prevenire stress, ansia, depressione
  • Esercitare la forza fisica: fare grandi sforzi fisici pare che generi reazioni chimiche che mimano gli effetti piacevoli delle anfetamine e della marijuana, che contribuiscono a rilassarsi e fare svanire il dolore e la paura d’esso
  • Appoggiarsi agli amici, in quanto l’ormone ossitocina che si libera grazie ai rapporti umani stabili, calorosi, rassicuranti attenua il senso di dolore e di paura
  • Esporsi, al fine di coltivare gradualmente fiducia in sé, nelle proprie risorse, stabilendo e raggiungendo progressivamente obiettivi sempre più sfidanti
  • Pensare positivo: coltivare emozioni e pensieri positivi, costruttivi, aiuta a rafforzarsi, a sopportare ansia, stress, potenzia le capacità di reazione e di azione nelle situazioni più ardue
  • Cambiare cornice interpretativa: imparare a vedere le situazioni da altri punti di vista, trovare nuove interpretazioni, inserire i fatti in una cornice di senso più ampia aiuta a trovare nuovi significati, possibili soluzioni, ridimensiona timori, ansie, preoccupazioni
  • Pensare in piccolo: i compiti più ampi, impegnativi si possono suddividere in elementi più piccoli, da affrontare gradualmente. Questo riduce ansia, stress, timori, senso di impotenza e frustrazione
  • Pensare al peggio: estremizzare le situazioni, in alcuni casi, può aiutare a trovare in sé la forza per agire con decisione e in breve tempo
  • Apprezzare i piccoli e grandi successi che nel tempo si compiono nel superare le proprie paure
  • Se necessario, farsi aiutare da amici, parenti, o professionisti che ci possano offrire il loro sostegno nel nostro percorso verso un crescente coraggio.

 

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Come realizzare i buoni propositi per il nuovo anno

Strategie pratiche per fare in modo che i buoni propositi diventino realtà 
di Anna Fata

 

realizzare buoni propositi

 

Fine di un anno, tempo di bilanci. Arrivo del nuovo anno, tempo di nuovi progetti.

Secondo le ricerche di Mark Griffith della Nottingham Trent University pare che circa la metà delle persone formuli uno o più buoni propositi per il nuovo anno, ma meno del 10% riesce a portarli avanti per più di pochi mesi.

 

Quali sono i cambiamenti più ambiti?

Tra i cambiamenti più frequenti che ci si propone di raggiungere ci sono:

  • Perdere peso
  • Fare più esercizio fisico
  • Smettere di fumare
  • Risparmiare denaro.

 

Perché non si raggiungono gli obiettivi?

Tra le motivazioni per cui non si raggiungono gli obiettivi che ci si propone ci sono:

  • Obiettivi irrealistici, troppo radicali
  • Sindrome della falsa speranza, caratterizzata da aspettative irrealistiche su velocità, entità, agevolezza e conseguenze del cambiamento
  • Perdita della motivazione, frustrazione, stanchezza
  • Persone intorno che demotivano, criticano, inducono a perpetrare le vecchie abitudini.

 

Come realizzare concretamente i buoni propositi?

Per concretizzare i buoni propositi d’inizio anno, e non solo quelli, è fondamentale è cambiare il proprio modo di pensare. Nello specifico, sarebbe opportuno:

 

  • Essere onesti con se stessi: riconoscere quali sono le proprie potenzialità, cosa si può ambire, e quali sono i propri limiti, cosa proprio non si otterrà mai
  • Riconoscere i propri valori, le priorità, ciò che sta veramente a cuore e per cui si è disposti ad impegnarsi, nonostante la fatica, le resistenze, le difficoltà
  • Fare in modo che i propositi siano sempre positivi, mai negativi, cioè non focalizzarsi su quel che non si vuole fare, essere, dire, ma quel che si desidera e ci si vuole impegnare a fare, essere, dire
  • Iniziare subito: più si rimanda, più le resistenze aumentano
  • Essere realisti: prendere decisioni che si sa di poter portare avanti e che sono pratiche
  • Fare una cosa alla volta: suddividere gli obiettivi complessi in sotto obiettivi, fare una cosa alla volta, iniziare la successiva solo quando si è terminata la precedente
  • Concedersi tempo: le nuove abitudini per potersi consolidare hanno bisogno di tempo, così come ne è necessario per sradicare quelle vecchie
  • Definire obiettivi SMART: Specific (Specifici), Measurable (Misurabili), Achievable (Raggiungibili), Realistic (Realistici), Time Related (definiti nel Tempo)
  • Rendere preciso e concreto ogni passo che si compie: es. non “Voglio dimagrire 10 chili”, ma “Voglio dimagrire 1 kg alla settimana, per 10 settimane” . specificare poi ulteriormente oltre a cosa, anche come, dove, quando, con chi, perché
  • Focalizzarsi sul processo, oltre che sull’obiettivo, ancor più se di lungo termine e apprezzare quel che si consegue in itinere
  • Visualizzare se stessi nel futuro, quando si avrà raggiunto l’obiettivo, nel modo più preciso e concreto possibile, percependo come ci si sente, si pensa, si vive, si aprla, si agisce, dove, come, con chi, quando
  • Raccontare a qualcuno le proprie scelte: cambiare abitudini può essere difficile. Condividere con qualcuno i propri propositi può aiutare in caso di difficoltà
  • Condividere con qualcuno il proprio percorso: appartenere ad un gruppo, una comunità di persone che condividono i medesimi intenti può essere di grande sostegno e motivazione reciproca
  • Accettare eventuale cadute: il cambiamento richiede tempo, impegno, pazienza, perseveranza. le abitudini tendono a radicarsi per questo è possibile, a volte, ricadere in esse.

 

E TU vuoi raggiungere gli obiettivi che ti stanno a cuore?

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