Il segreto principale di una buona relazione di coppia

La felicità e la positività per l’armonia di coppia
di Anna Fata

 

coppia serena ridere ironia

 

Ogni coppia è un mondo a sé stante, ognuna d’essa ha i suoi equilibri, modi, tempi. Esiste, però, un ingrediente fondamentale che, di base, può rendere ogni coppia più affiatata di quello che magari già è: si tratta dell’umorismo.

La risata, in generale, è un vero e proprio toccasana per la salute, sia quella individuale, sia della coppia. E’ un approccio costruttivo che può aiutare ad affrontare tutte le situazioni, anche quelle più complesse e faticose.

Le coppie più felici sono quelle in cui é più frequente la condivisione di momenti sereni insieme. Quando si sorride insieme al partner si ottiene e si offre al tempo stesso un rinforzo positivo. Nella misura in cui il partner associa la nostra presenza a qualcosa di gratificante gli si fornisce contemporaneamente la motivazione per stare con noi e viceversa.

Le emozioni positive non offrono solo una forma di conforto psicologico: secondo Sophie K. Scott dello University College of London le risate sono espressioni emotive positive che sono legate espressamente ad una riduzione fisiologica dello stress causato dalle emozioni negative. Tale modalità espressiva pare essere molto più efficace rispetto ad altri modi di gestione delle emozioni negative.

Ridere aiuta sia il corpo, sia la mente. Permette di “regolare le emozioni”, cioè di aiutarsi a stare meglio quando non si sta bene. In questo modo si riesce a frenare l’espressione delle emozioni negative e si reagisce in modo più appropriato alle situazioni.

Anche Lilian Bloch della Stanford University ha rilevato che regolare l’espressione delle emozioni negative può aiutare la vita di coppia. Nello specifico ha notato che è soprattutto la capacità delle donne di regolare l’espressione delle emozioni negative che maggiormente predice la soddisfazione degli uomini nei confronti della relazione. Il ruolo delle donne di comunicare in modo costruttivo gioca quindi un ruolo cruciale nel fare funzionare una relazione a lungo termine.

Infine, Joyce Yaun dell’Università di Berkeley ha rilevato che le coppie che vivono emozioni positive sono più capaci di calmarsi psicologicamente quando si alterano emotivamente.

Secondo Scott e Colleghi, la risata è una delle reazioni più potenti che manifestiamo quando viviamo emozioni positive. Si è visto che le persone, sorprendentemente, ridono piuttosto spesso, circa 5 volte ogni 10 minuti di conversazione. Inoltre, si tende a ridere di più di quel che si sta dicendo che non a ciò che dicono gli altri. Pare che la risata venga utilizzata più come strumento per comunicare i nostri pensieri quando parliamo con qualcuno che non come reazione alle parole altrui.

Considerati i numerosi benefici che arreca l’ironia, la buona notizia consiste nel fatto che è possibile controllare il clima emotivo della propria relazione portando in essa il sorriso. All’inizio potrebbe sembrare strano oppure una forzatura, ma nel tempo si potrebbero trovare tanti aspetti in comune col partner su cui ridere.

Quando ci si trova in una situazione di attivazione emotiva negativa può essere utile porre un freno, prendere le distanze per qualche minuto, tornare a riconsiderare la situazione con più calma, a quel punto, magari, può essere possibile trovare degli aspetti della situazione su cui è possibile ironizzare.

 

Se vuoi approfondire questo argomento, vieni alle nostre conferenze a Senigallia (Ancona)

 

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4 Sintomi del non prendersi cura di sé

Come capire se non ci stiamo prendendo cura di noi stessi
di Anna Fata

 

benessere cura

 

Prendersi cura di sé: non è sempre facile né scontato come potrebbe sembrare. A volte ci occupiamo del corpo, magari solo quando duole, per il resto ce ne dimentichiamo. Altre volte ci dedichiamo al corpo più per una questione di forma, di apparenza, di mera estetica che non per reale interesse, rispetto e considerazione d’esso in quanto emanazione e veicolo anche di una vita interiore più ampia.

A volte ci prendiamo cura della nostra vita psicoemotiva quando soffriamo al punto da tale de non poterne fare a meno. Più di rado ci dedichiamo ad essa quando già stiamo bene, per potere stare meglio o anche solo per il gusto di conoscere e comprendere chi siamo, cosa vogliamo fare o diventare, per comprendere meglio gli altri, il mondo.

Talvolta alberga in noi una sorta di senso di colpa nel dedicarci a noi stessi, come se fosse un atto di egoismo verso le persone care che ci stanno intorno, o una perdita di tempo nei confronti delle tante incombenze e doveri che dobbiamo ottemperare ogni giorno.

In alcuni contesti sociali, inoltre, le questioni legate al benessere mentale ed emotivo sono tenute in minore considerazione rispetto a quelle attinenti al corpo, come se fossero un segnale di debolezza personale. Questa connotazione risulta particolarmente accentuata tra gli uomini.

Oltre a ciò esiste attualmente in molti contesti uno stile di vita improntato alla velocità, alla superficialità, mentre le questioni attinenti al benessere interiore, essendo complesse, richiedono tempo, pazienza, introspezione, e non possono essere liquidate con tecniche pronte all’uso, veloci, semplicistiche. Le pillole, ad esempio, sono un chiaro esempio di come cerchiamo di mettere a tacere un sintomo emotivo che, se ascoltato, potrebbe esso stesso portare con sé la soluzione.

All’opposto, in alcune persone vi è il pregiudizio che affrontare la propria sfera emotiva e mentale passi necessariamente attraverso l’assunzione di terapie mediche, di approcci medicalizzati di cui hanno timore, o resistenza e a cui sono contrari.

In realtà, se non affrontiamo i nostri disagi interiori, come possiamo occuparci al meglio degli altri, come possiamo offrire loro l’attenzione e l’affetto che meritano se noi non ne abbiamo altrettanto per noi stessi?
Perché aspettare di non stare bene per dedicarci a noi stessi quando potremmo stare meglio quando stiamo bene e potenziare le nostre risorse che ci torneranno utili nei momenti di difficoltà?

Il corpo, la mente, la sfera emotiva, alla lunga, possono soffrire di fronte alle nostre trascuratezze.

 

Come capire che non ci stiamo occupando a sufficienza di noi stessi?

Quando trascuriamo noi stessi, quando ci abbandoniamo, possono esserci dei segni che indicano questo processo in atto:

 

  1. Si giudica se stessi: spesso si tratta di giudizi crudi, esigenti, impietosi, freddi, distruttivi (es. sono inadeguato, cattivo, incapace, brutto, stupido, non faccio mai nulla di giusto,ecc.). ogni giudizio è soggettivo, rappresenta una visione della realtà, come tale non può essere né giusto né sbagliato. Ognuno ha il suo. A cosa serve un giudizio se non a perdere lucidità e obiettività? A cosa serve se non incasellare se stessi in modo rigido, dicotomico, una casella da cui è difficile uscire e come tale ostacola il nostro cambiamento? Spesso si apprende questo schema cognitivo giudicante fin da piccoli. Così come da piccoli si veniva trattati in questo modo, da adulti si apprende a trattare il proprio bambino interiore allo stesso modo. Quando si riconosce questo schema di pensiero e di comportamento e progressivamente lo si lascia andare, il bambino interiore si sente più libero di esprimersi, agire, si sente accolto, accettato, amato, con tutte le sue potenzialità e limiti, che sono tipici di tutti gli esseri umani
  2. Si resta confinati nella mente: quando si rimugina troppo, e il pensiero in genere è orientato al passato, o al futuro, si perde di vista il presente, la percezione del corpo, la sensorialità, e tutto quello che si sta vivendo in quel momento. Proiettarsi nel futuro o nel passato impedisce di essere consapevoli del presente e soprattutto di agire consapevolmente in esso, che è l’unico momento in cui possiamo veramente cambiare le cose, e, volendo, anche noi stessi. Quando si trascurano le percezioni e le emozioni del presente il bambino interiore si sente trascurato, ignorato, inascoltato, abbandonato. Alla lunga questo atteggiamento può indurre ansia, tristezza, depressione, stress
  3. Si sviluppa una dipendenza: esistono dipendenze di diversi tipi, non solo da sostanze, ma anche e soprattutto emotive. Sono proprie queste ultime le più difficili da riconoscere e sradicare. Quando si vive una condizione di abbandono, a causa del giudizio di sé, della mancata accettazione, accoglienza, amore, quando si fugge dal presente, ci si rifugia nelle dipendenze per attutire il dolore che sorge a causa di queste condizioni. Alcol, droghe, nicotina, smartphone, televisione, sesso, pornografia, shopping compulsivo, gioco d’azzardo, slot machine, soldi, si può diventare dipendenti praticamente da tutto e da tutti. Si sostituisce una forma di affetto di accoglienza, di benessere con qualcosa che allevia temporaneamente la tensione, ma alla lunga rischia di creare maggiori danni e soprattutto non risolve i problemi a monte
  4. Si rende responsabile qualcun altro delle proprie emozioni: quando si rende responsabile qualcun altro della propria condizione, di quel che si sente, si vive, si pensa, si abdica alle proprie responsabilità, si delega la propria vita a qualcun altro, si rinuncia alla possibilità di cambiare, volendo, la propria esistenza. Finché si abbandona se stessi, finché ci si sente non amabili, non degni di attenzione, cura, affetto, finché non si offre tutto questo per primi a se stessi, dall’esterno non potrà arrivare un trattamento diverso. Sta noi prendere nelle mani le redini della nostra esistenza. Nessuno si può sostituire a noi. Nessuno può fare al nostro posto qualcosa che noi stessi non siamo disposti a fare per primi. Tutto questo, volendo, può essere imparato. Da soli, o con l’aiuto di un professionista.

 

Per imparare a prenderti cura di te, vieni alle nostre conferenze “Primavera di Benessere”, a Senigallia (AN), dal 3 Maggio.
Leggi l’intero programma e prenotati a info(AT)armoniabenessere.it

 

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4 Problemi che possono sorgere nel rapporto col cibo

Come risolvere i più comuni conflitti col cibo
di Anna Fata

 

rapporto cibo conflitti

 

Secondo Michelle May oggi assistiamo non solo a squilibri fisici, mentali, emotivi nel rapporto col cibo, ma al contrario, sempre più spesso anche ad una vera e propria fissazione per la sua igiene, qualità, quantità, ecc. In gergo si definisce ortoressia, è l’ossessione per il cibo sano che porta ad assumere atteggiamenti molti rigidi, normativi, che possono influenzare negativamente anche la vita sociale e relazionale.

Da questa osservazione May ha individuato alcune tra le problematiche più frequenti che possono insorgere nel rapporto col cibo:

  1. Essere regolati dalle norme e regole: è una abitudine prevalentemente femminile, comporta la creazione di norme, regole, abitudini molto precise, rigide che sottendono il timore di perdere il controllo. Secondo Susan Albers la mente tende a pensare in modo dicotomico, per contrapposizioni, bianco-nero, giusto-sbagliato, sano-insano, grasso-magro. Quando questo schema cognitivo diventa talmente rigido da sfociare in una ossessione, la mente si sente persa senza uno schema di riferimento. La sovrabbondanza odierna di informazioni sul cibo, non sempre corrette e talvolta in contraddizione tra loro, su quello che è giusto mangiare e non creano grande confusione interiore e alimentano la necessità di creare chiarezza interiore con schemi sempre più rigidi e precisi. La ricerca di una dieta perfetta può danneggiare l’autostima, soprattutto se ci si trova ad infrangere una o più regole. Ci si sente cattive persone e incapaci di controllarsi. In realtà, secondo Albers non esistono cibi buoni o cattivi in assoluto e soprattutto questo pensiero dicotomico non tiene in considerazione che esistono infinite sfumature per ogni cosa, cibi compresi, e che nella propria condotta alimentare possono verificarsi momenti di fame smodata o di abbuffate saltuari. → La soluzione: per uscire da questa spirale eccessivamente normativa può essere utile mangiare una ampia varietà di cibi, perché è più corretto sia sul piano nutrizionale, sia cognitivo, sia emozionale. Per questo può essere opportuno infrangere almeno una regola ogni giorno per allentare gradualmente un po’ la tensione
  2. Non credere in se stessi: avere fiducia in se stessi è fondamentale per ogni aspetto della vita, compreso quello alimentare. Sentire che si sarà capaci di fare la cosa giusta in caso di tentazione è basilare. In un rapporto disfunzionale col cibo la sfiducia può essere molto forte. In realtà, spesso non siamo consapevoli che le nostre reazioni al cibo non dipendono solo dalla nostra forza di volontà, ma sottendono anche delle basi biologiche. Ad esempio: mangiare cibi molto ricchi di carboidrati (es. pizza, pasta, torte, biscotti) ci fa sentire bene perché aumenta i livelli dell’ormone serotonina che poi mentalmente possono associarsi a momenti positivi, come ad esempio all’infanzia. Tale associazione può ripresentarsi come pericolosa tentazione quando abbiamo bisogno di conforto, consolazione, oppure premio, celebrazione, quando ci sentiamo agitati, tristi, soli, annoiati, quando ci vogliamo premiare o festeggiare qualcosa. Lo stress innesca un processo biochimico che porta alla ricerca di zuccheri. Se il cibo in questione è a portata di mano è più facile cadere in tentazione. Se anche ci si sforza mentalmente di non pensare al cibo, di trattenere il proprio istinto fisico, si rischia di peggiorare la situazione, perché la mente si fissa ulteriormente sul pensiero del cibo. A quel punto, se si ha sottomano il cibo o si cede alla tentazione di acquistarlo, difficilmente si riuscirà a smettere di mangiarlo fino a quando non lo si è finito o si sarà sgradevolmente sazi. → La soluzione: se fossimo maggiormente consapevoli dei nostri pensieri, emozioni, sensazioni fisiche, compresi gli stimoli della fame e della sazietà, riusciremmo a scegliere in modo più libero, sano, ad assecondare le nostre necessità, senza rischiare di pentirci in seguito per le nostre azioni. Prima di avventarsi sul cibo potrebbe essere utile fermarsi qualche istante, respirare profondamente e cercare di capire se il languore che proviamo è realmente fame o è frutto di un’emozione o di un pensiero che ci mette a disagio, che cerca il nostro ascolto e magari la risoluzione in altri modi che non sia quello alimentare
  3. Punire se stessi: quando si è ipercritici, quando si considera il cibo come un nemico è importante osservare il proprio dialogo interiore nei confronti di se stessi e cercare di alimentare maggiore rispetto, compassione, attenzione, cura, amorevolezza verso di sé. → La soluzione : Nessuno è perfetto, a volte capita di eccedere nelle quantità di cibo, oppure nella qualità. Punirsi in questi casi peggiora solo la situazione
  4. Desiderare di essere molto magri: avere un rapporto onesto e consapevole con se stessi e con il cibo aiuta a vedere le cose per quelle che sono. Pare che circa il 90% delle restrizioni alimentari siano causa da una insoddisfazione nei confronti del proprio corpo. Non c’è nulla di sbagliato nel desiderare di essere magri, soprattutto se questo coincide con uno stile di vita più sano. Quando però le deprivazioni alimentari arrivano a causare carenze di sostanze nutritive indispensabili al proprio benessere scatta il campanello d’allarme. Questa carenza cronica si riflette nel corpo e nella mente rendendo più inclini alle abbuffate e all’aumento di peso. → La soluzione: è importante ricordare che ciascuno ha una struttura corporea differente e un diverso peso forma. Quando ci si sottopone ad un regime alimentare controllato, secondo disposizione mediche, occorre mirare in senso ampio alla propria salute, ad uno stile di vita sano, più che semplicemente al mero calo del peso corporeo.

 

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7 Comportamenti da evitare nella relazione di coppia

Comportamenti e atteggiamenti da non assumere per non danneggiare l’armonia di coppia
di Anna Fata

 

coppia errori da evitare

 

Tutte le relazioni hanno degli alti e bassi nel tempo. Possono alternarsi momenti di gioie, di dolori, di leggerezza, di fatica, di vicinanza, di allontanamento. Quello che differenzia le coppie che funzionano da quelle che non riescono a superare tali momenti sono la consapevolezza, la disponibilità a mettersi in gioco personalmente, la responsabilità del proprio impegno, la presenza di obiettivi e valori comuni e condivisi, l’applicazione di strategie per affrontare i problemi che possono sorgere. Per certi versi, le coppie e le famiglie che funzionano hanno delle dinamiche e dei processi simili a quelli di una azienda solida e performante.

Non sempre né necessariamente un periodo di difficoltà porta alla fine di una relazione (leggi qui come fare per capire se una relazione si sta concludendo, oppure se è il caso di decidere di concluderla). I momenti di difficoltà si possono affrontare insieme e superare e consolidare in questo modo la relazione.

Nello specifico, esistono schemi e situazioni che possono contribuire all’insorgere dei problemi e che, volendo, si possono modificare sul nascere:

  • Trascurare la relazione: sempre più ricerche evidenziano che le coppie felici si basano su una solida amicizia. Questo significa gioire della compagnia reciproca, condividere obiettivi, principi, valori, interessi, attività, amici, parentela, offrire cura, attenzione, sostegno, ascolto, comprensione, lavorare insieme come una squadra affiatata. Tale amicizia per poter fiorire ha bisogno di attenzione, tempo, energia per poter essere coltivata al meglio. Se ci si dimentica di coltivarla, se non le si dedica sufficiente tempo, se non si parla, se non si fanno cose insieme, se non si progetta il futuro, è naturale che l’amicizia gradualmente si deteriora
  • Essere in conflitto: i conflitti accadono, in ogni relazione, di amicizia, di famiglia, di lavoro. Quello che fa la differenza è il modo di affrontarli. I conflitti vanno affrontati e risolti sul nascere: in caso contrario si sedimentano, si accentuano, danno luogo a rivendicazioni, risentimenti, rancori che nel tempo si ingrandiscono, si sommano ai successivi, danneggiando spesso irreparabilmente la relazione. Spesso i conflitti possono nascere precocemente nelle relazioni, in modo quasi sottile e impercettibile. Questo genera un progressivo allontanamento tra i partner. Ciascuno ha la sensazione di essere dalla parte del giusto, si crea chiusura, indisponibilità all’ascolto, incomprensione. Ci aspetta che il partner cambi, ma questo porta il partner a irrigidirsi, a mettersi sulla difensiva. Nel tempo le critiche diventano biasimo, disprezzo, che conducano a erigere muri oppure a chiudere la relazione
  • Non gestire le differenze: le differenze tra le persone, anche le più simili tra loro, esistono sempre. Sono ciò che rende unico ogni individuo. Valori, principi, obiettivi, strategie, modi di affrontare le cose, di agire e di reagire sono strettamente personali. Sarebbe importante mantenere un atteggiamento aperto, disponibile, rispettoso, verso l’altro, senza giudicarlo, ma cercando di capire il suo punto di vista. Assai di frequente, invece, ci irrigidiamo sul nostro punto di vista, lo consideriamo come l’unico possibile, l’unico giusto e valido, facendo sentire il partner sbagliato, e inducendolo sottilmente a cambiare. Esistono altri modi più aperti e rispettosi di confrontarsi che possono rafforzare l’unione e non distruggerla
  • Ritirarsi: talvolta quando non ci sentiamo ascoltati, appoggiati, approvati, assecondati ci chiudiamo in noi stessi. Non solo, ma avviamo anche una sorta di guerra a volte più sottile e sotterranea, altre volte più aperta e manifesta, con cui puniamo il partner. Sottolineiamo gli errori del partner di continuo, le sue imprecisioni, le dimenticanze, lo puniamo sottraendogli quello che per lui conta, ad esempio il sesso, il cibo preferito, non gli rivolgiamo la parola o solo a monosillabi. Così facendo creiamo noi stessi una distanza di cui nel tempo potremmo finire per lamentarci e accusare il partner
  • Perdere la compassione: a tutti noi fa piacere che i nostri pensieri, emozioni, azioni vengano correttamente compresi da chi ci sta intorno, specie dalle persone care. Comprendere non significa necessariamente essere d’accordo. Anche solo la buona volontà e la disponibilità alla comprensione possono beneficiare il rapporto. Quando invece queste non sono presenti si perdono empatia e compassione e con esse anche cura e amore. Lo stress relazionale si accentua e la separazione tra i partner aumenta
  • Attraversare delle crisi: i periodi di crisi possono capitare a tutti. In tali momenti la vicinanza del partner può essere di grande aiuto e può rafforzare la relazione stessa. Se questo non accade i partner possono distanziarsi molto
  • Riconoscere la presenza di problemi: in tutte le relazioni sorgono delle difficoltà, molte di esse riescono ad essere superate. Quando questo non accade può essere importante farsi aiutare da un professionista, altrimenti il rischio è che tali problematiche si aggravino col tempo e magari si sommino a successive e possano condurre gradualmente alla fine della relazione. Anche quando il partner non riconosce l’esistenza di un problema o non è disponibile a risolverlo insieme, può essere utile che anche il partner più consapevole, da solo, si rivolga ad un professionista che possa aiutarlo ad affrontare la situazione e a stare meglio. Non si può forzare il partner a cambiare né a compiere azioni che non desidera, ma fare qualcosa che faccia stare meglio se stessi può essere sempre raccomandabile.

 

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10 cose da dire ad una persona che ha un disagio emotivo

Come comportarsi di fronte ad una persona che soffre
Di Anna Fata

 

disagio emotivo

 

Spesso di fronte ad una persona che ha una sofferenza psicologica, mentale, o emotiva non sappiamo come comportarci. Ci piacerebbe tanto poter risolvere i suoi problemi, vederla di nuovo serena, felice, ma non sappiamo come né cosa fare. Altre volte, invece, prese dalle buone intenzioni diciamo o facciamo cose che possono ulteriormente ferirla, urtarla, metterla a disagio e accentuare le sue sofferenze.

In un precedente articolo abbiamo elencato le 9 cose da non dire ad una persona che soffre emotivamente, qui, invece, elenchiamo le 10 cose che potrebbe essere opportuno dire.

Premesso che ogni persona è unica, che ogni situazione è diversa, che difficilmente si possono offrire indicazioni generali valide sempre e per tutti, alcune domande utili che potrebbero aiutarci a relazionarci meglio ad una persona sofferente possono essere:

 

  1. “Posso alleviare il tuo disagio in qualche modo?”: Di fronte ad una persona con un disagio il modo migliore per aiutarla può essere dare la propria disponibilità concreto, non spendersi in parole. Spesso le parole risultano inutili, magari male interpretate e rischiano di peggiorare ulteriormente la situazione
  2. “Che cosa pensi che possa aiutarti a sentirti meglio?”: Dare consigli, suggerimenti o o suggerimenti vari rischiano di fare sentire forzata la persona che li riceve e soprattutto la indirizza verso una strada che in molti casi non è la sua. Aiutarla a comprendere quello che c’è dentro di sé, indurla a sentire quello che ha dentro in modo da assecondarlo può essere di maggiore utilità
  3. “C’è qualcosa che posso fare per te?”: Si tratta di un modo di porsi concreto, attivo, ma non invadente. Fa sentire la propria disponibilità, la presenza, se gradita o necessaria
  4. “Ti posso accompagnare da qualche parte?”: Spesso quando si ha un disagio emotivo non si ha la voglia o la forza di muoversi. Sapere che si ha qualcuno su cui contare per spostarsi può aiutare a superare la propria forza d’inerzia
  5. “Dove/Da chi stai ricevendo sostegno?”: è una domanda ben diversa da “Ti stai facendo aiutare da qualcuno?” che fa sentire carente, pigra, inadeguata la persona che non si è rivolta ad alcuno per ricevere aiuto. La prima domanda, invece, sottende che la persona ha bisogno di sostegno è che è possibile trovare insieme un modo per ottenerlo
  6. “Non ti sentirai per sempre così”: Sono parole che non giudicano, non manipolano, non impongono, ma offrono speranza, che è ciò che aiuta una persona a vivere e affrontare ogni giorno le situazioni
  7. “Pensi che ci sia qualcosa che contribuisce a farti stare male?”: E’ una domanda che aiuta a riflettere sulla propria condizione, su ciò che non va. Non impone soluzioni, strategie, ma invita a guardarsi dentro con sincerità
  8. “Qual è il momento della giornata che è più difficile per te?”: E’ un modo delicato per comprendere quando la persona si sente peggio e dare così la propria disponibilità maggiore in quei momenti, se gradita
  9. “Sono qui per te, se vuoi”: E’ un’affermazione semplice, immediata, che offre concretezza, calore, presenza, disponibilità, sostegno. Ed è un dato di fatto: mentre la si pronuncia si è lì
  10. Il silenzio: Il semplice ascolto, comprensivo, empatico, non giudicante, in molti casi, può essere la forma di cura più utile e gradita a chi lo riceve. Solo chi ha una sofferenza, un dolore può sapere, nel profondo, quello che è meglio per lei. La nostra presenza, il silenzio, l’ascolto creano le basi affinché la persona si possa esprimere nel massimo della libertà possibile.

 

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