Le 4 C del benessere psicofisico

4 Semplici segreti per stare bene con se stessi e gli altri
di Anna Fata

 

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Per stare bene con se stessi e con gli altri, contrariamente a quanto spesso si pensa, non serve molto. La famosa “ricetta magica” che molti di noi cercano è più semplice e alla portata di mano di quanto si possa immaginare.

Il National Institute of Wellness, in seguito ad una ricerca, se ne accorto e ha stilato le 4 C del benessere psicofisico:

 

  1. Connettersi a se stessi: osservarsi, ascoltarsi, assecondare i propri bisogni è la base per poter stare bene con se stessi e con gli altri. Esistono tante tecniche di ascolto e osservazione di sé: la meditazione, tenere un diario personale, condividere la propria storia con un ascoltatore fidato, ad esempio, sono modi per osservare se stessi e riflettere sul proprio modo di sentire, agire, vivere. Solo dalla connessione con se stessi può scaturire un’autentica connessione con gli altri
  2. Connettersi agli altri: trascorrere del tempo, condividere pensieri, emozioni, attività con persone aperte, disponibili, attente, che ci stanno a cuore e a cui stiamo a cuore è uno dei modi principali per alimentare il nostro benessere psicofisico. I benefici principali della connessione costruttiva con gli altri sono: livelli più elevati di felicità, minore rischio di malattie cardiovascolari, ridotti livelli di pressione sanguigna, aumento della probabilità di vita. La connessione con gli altri si verifica quando si ottiene aiuto concreto, ascolto, accettazione, assenza di giudizio, sostegno emotivo, aumento dell’autostima. Si può affermare di avere persone con cui si è connessi quando: ci si sente a proprio agio con loro, si sente di poter parlare liberamente e dire pressoché ogni cosa, si percepisce un aiuto concreto nel risolvere i propri problemi, ci si sente valutati positivamente, ci si sente importanti per loro, ci si sente trattati seriamente, con rispetto
  3. Connettersi alla comunità: essere connessi ad una comunità allevia lo stress, fa sentire sostenuti, accentua le proprie capacità di resilienza. Una comunità può essere composta da persone che condividono i medesimi interessi, può essere un luogo dove svolgere del volontariato, dove mettere a disposizione i propri talenti, sentirsi utili, realizzati, con una maggiore autostima, uno scopo e un significato in quello che si compie
  4. Creare gioia e soddisfazione: il benessere passa attraverso la salute del corpo, ma anche l’equilibrio emotivo e la serenità mentale. Vivere emozioni positive, costruttive aiuta a sviluppare le risorse per fronteggiare lo stress, essere flessibili, ristabilirsi più velocemente in caso di malattia. Prendersi cura della salute psicofisica passa anche attraverso la coltivazione di pensieri ed emozioni positive. L’ironia e le risate, ad esempio, migliorano l’attività cardiovascolare, allentano lo stress, le contrazioni muscolari del corpo, riducono l’ansia, diminuiscono la quantità di ormoni dello stress e liberano endorfine arrecando un senso generale di serenità e benessere. Svolgere attività che arrecano gioia e soddisfazione innalza l’autostima, il senso di competenza, padronanza delle proprie doti, fa sentire utili, contribuisce a creare un senso nella vita. Tutti hanno alcuni talenti, per trovarli è necessario mettersi alla prova sperimentando attività diverse. Si tratta di trovare qualcosa in cui si è abili, ma che susciti anche passione, interesse, coinvolgimento, assorbimento totale al punto da non percepire lo scorrere del tempo e la fatica. Anche il tempo trascorso nella natura, così come l’apprendimento di tecniche di rilassamento può aiutare ad allentare le tensioni e imparare a vivere la vita, con i suoi alti e bassi, con maggiore leggerezza e ironia. A prescindere da quello che accade attorno a noi possiamo decidere come vivere sul piano interiore tali accadimenti. E’ un potere che ci appartiene, che possiamo coltivare ogni giorno e che ci può aiutare a vivere meglio.

Per approfondire l’argomento vieni alle nostre Conferenze a Senigallia (Ancona)

 

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5 Passi essenziali per risolvere un conflitto al lavoro

Come risolvere un conflitto in ufficio e lavorare felici e contenti
di Anna Fata
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I conflitti possono accadere, sempre, ovunque, comunque. Anche e soprattutto nell’ambiente lavorativo in cui fretta, stress, competizioni, scadenze, possono rendere i rapporti piuttosto tesi e potenzialmente conflittuali.

Essere in disaccordo, in sé e per sé, non ha nulla di negativo. Il confronto, la discussione, lo scambio sono elementi preziosi che consentono di mettere a confronto diversi punti di vista che possono arricchirsi a vicenda e portare a nuove soluzioni e strategie creative, efficaci, efficienti, produttive.

Anche laddove si resta della propria opinione e non si riesce a costruire un punto di vista comune e condiviso, lo scambio, se effettuato con rispetto e serenità, può essere una notevole fonte di arricchimento e crescita personale e professionale.

A volte, però, nonostante il rispetto, l’empatia, la comprensione umana, i conflitti possono comunque innescarsi. Come comportarsi a quel punto?

I conflitti non vanno mai ignorati, non ci si può aspettare che passino da sé, altrimenti, alla lunga, i conflitti non riconosciuti o de liberamente non affrontati, restano irrisolti e possono inquinare le relazioni, spesso anche irrimediabilmente.

I conflitti irrisolti possono danneggiare fortemente la produttività, decretando uno scadimento sia nella qualità, sia nella qualità, rendono meno efficace il lavoro di squadra, la collaborazione, la cooperazione, il raggiungimento di obiettivi comune, possono determinare un aumento dello stress, del burnout, della depressione, di somatizzazioni psicofisiche e generare infelicità che, come abbiamo visto in precedenza (Perché investire in felicità al lavoro aumenta la produttività), è direttamente correlata in modo positivo con la produttività professionale.

 

A seguire 5 passi fondamentale per risolvere i conflitti al lavoro:

  1. Accettare che i conflitti al lavoro sono pressoché inevitabili: i conflitti nascono dalla diversità, dalle divergenze, dal non ascolto, dalla mancanza di flessibilità, dal pensiero dicotomico e da molti altri fattori. Non rappresentano la fine del mondo ma, se ben gestiti, affrontati, risolti, possono essere forieri di nuove idee, progetti, strategie e di un consolidamento delle relazioni e dello spirito di squadra. E’ importante assicurarsi che il conflitto non si estenda al punto tale da inficiare la produttività al lavoro, la salute personale e le relazioni tra colleghi
  2. Affrontare i conflitti il prima possibile: spesso si è tentati per inerzia, pigrizia, timidezza, paura, ritegno o altro di non affrontare immediatamente e direttamente i conflitti quando sorgono, aspettando che, prima o poi, svaniscano da sé. Nella stragrande parte dei casi, però, questa strategie non funziona e porta ad esacerbare i conflitti, ad alimentare più o meno aperti o sotterranei risentimenti, rancori, malumori che influiscono sulla qualità e quantità della produttività professionale e sulle relazioni. L’ambiente lavorativo diventa teso, andare in ufficio diviene pesante, faticoso, indispone a livello emotivo. Si calcola che circa il 90% dei conflitti sorge non da ciò che è stato detto, ma da quello che non è stato detto. Il motivo per cui la conflittualità si accentua è proprio per il fatto che ciascuno si aspetta che sia l’altro a compiere il primo passo, che noi siamo dalla parte della ragione, quando, in realtà, torto e ragione stanno, in proporzioni diverse, da ambo le parti. Sarebbe sufficiente acquisire questa consapevolezza e avere la forza e il coraggio di compiere il primo passo
  3. Chiedere: nei primi stadi di un conflitto il comportamento più semplice consiste nel chiedere. Se qualcuno ci ha fatto arrabbiare e non ne comprendiamo le motivazioni, la decisione migliore è chiedere il perché. Mai basarsi sul proprio punto di vista, sulle proprie supposizioni, che spesso non hanno nulla a che vedere con le ragioni dell’altro
  4. Adottare il “Linguaggio della Giraffa”: il Linguaggio della Giraffa si deve allo psicologo Marshall Bertan Rosenberg. E’ una forma di comunicazione assertiva, non violenta che egli ha creato negli anni ’60 per essere efficaci e non conflittuali. Prende come modello la giraffa in quanto il suo lungo collo le consente una visione ampia, dall’alto ed è l’animale con il cuore più grande al mondo. Si fonda su quattro passi: 1. Osservare quello che si vede nel modo più oggettivo possibile, attenendosi ai fatti, evitando di aggiungere commenti, giudizi, opinioni personali o supposizioni circa l’altro e le sue intenzioni. 2. Esprimere i propri sentimenti: dire come ci si sente, le emozioni, le sensazioni, fa capire come ci sentiamo dentro, cercando di essere il più possibile specifici e precisi. 3. Esprimere i propri bisogni e desideri insoddisfatti: essi sono alla base delle emozioni e dei sentimenti appena elencati. Essere consapevoli del legame tra emozioni, sentimenti e bisogni e desideri aiuta a viverli serenamente, senza conflitti, sensi di colpa. 4. Chiedere all’altro cosa si vorrebbe facesse per renderci felici: esprimere se stessi, i bisogni, i desideri, le emozioni genera empatia, benevolenza, compassione nell’altro. A patto di non farlo sentire dalla parte del torto. Chiedere all’altro ci mette nella condizione di ricevere dall’altro, se è nelle sue possibilità dare. Esprimersi in modo chiaro, preciso, concreto, espone alla possibilità di vedere realizzate le proprie richieste.
    Esistono delle versioni di questo modello comunicativo specifiche per il contesto business. Ad esempio, Alexander Kjerulf suggerisce queste fasi: 1. Invitare l’altro a discutere delle situazione, in un luogo e momento preciso, tranquillo, al riparo da rumori, sguardi indiscreti. E’ necessario strutturare la conversazione in modo che sia costruttiva e non degeneri in accuse reciproche. Prepararsi delle note scritte in anticipo può aiutare. 2. Osservare la situazione in modo oggettivo, neutrale, attendendosi ai fatti, senza mischiare pareri personali, assunzioni sull’altro, supposizioni, giudizi. 3. Scusarsi: ogni parte in conflitto ha la sua parte di responsabilità, grande o piccola che sia. 4. Apprezzare l’altro: fare capire apertamente perché per noi è importante affrontare e risolvere il conflitto. Se si pensa a ciò che l’altro ha di positivo diventa più facile impegnarsi per risolvere il conflitto. 5. Pensare alle conseguenze che il conflitto può avere per se stessi e per l’azienda: questo sprona ulteriormente a impegnarsi per risolverlo e aiuta a vedere la situazione anche dall’esterno. 6. Stabilire un valido obiettivo: questo crea un impegno per entrambi le persone verso cui orientarsi. 7. Chiedere di svolgere azioni specifiche, concrete, realizzabili
  5. Meditare: la Meditazione aiuta a rappacificarsi interiormente, stimola empatia, ascolto, comprensione, compassione, permette di osservare con distacco le persone, le situazioni, aiuta a non farsi prendere dall’ira, dalla tendenza a giudicare, a condannare se stessi e il prossimo. Si è visto che in ambito aziendale la pratica costante di almeno 20 minuti al giorno favorisce la concentrazione, l’attenzione, la creatività, stimola la collaborazione e la cooperazione tra colleghi e diminuisce la tendenza alla conflittualità.

Se, nonostante la pratica di queste indicazioni i conflitti al lavoro sussistono, può essere consigliabile rivolgersi ad un consulente esterno capace di mediare tra le parti, di assistere nel dipanare i nodi che possono, a volte, essere molto complessi o risalenti nel lontano passato, che non sono stati adeguatamente affrontati e che nel tempo si sono consolidati. Aiutare poi i manager, gli imprenditori a gestire in modo più consapevole, conciliante, rispettoso la loro comunicazione può essere un ottimo modo per prevenire futuri contrasti e offrire gli strumenti per affondarli quando eventualmente si presentano.

 

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11 passi per creare un sano rapporto col cibo

Come mangiare con gusto, piacere e salute 
di Anna Fata

 

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La consapevolezza di non avere un rapporto equilibrato col cibo è il primo passo fondamentale per un cammino verso il cambiamento delle proprie abitudini e schemi mentali.

Il corpo spesso subisce non solo le nostre scelte alimentari in senso organico, ma anche le ripercussioni dei nostri conflitti mentali ed emotivi fanno sentire il loro effetto su di esso. Per tale motivo non è sufficiente cambiare l’alimentazione in sé e per sé, ma l’intero rapporto mentale, emotivo, nei confronti del cibo.

 

11 Suggerimenti per cambiare il proprio approccio mentale ed emotivo al cibo possono essere:

 

  1. Mangiare con consapevolezza: utilizzare i sensi, non solo il gusto, ma anche la vista, il tatto, l’udito, l’olfatto possono rendere molto più piacevole l’esperienza del cibo, più gratificante e metterci nelle condizioni di percepire lo stimolo della fame organica distinguendolo da quella emotiva e di avvertire la sazietà senza eccedere
  2. Essere grati per il cibo: considerare il cibo come un dono, sentirsi fortunati per averlo a disposizione aiuta ad avere rispetto di esso, a non considerarlo come un nemico, ma come un alleato per la salute fisica e psichica
  3. Godere del cibo: pensare continuamente a quello che si dovrebbe o non si dovrebbe mangiare rende questa esperienza di vita una spiacevole ossessione. Lo stress che si accumula in questo modo non solo danneggia il corpo, ma rende inclini ad essere attratti proprio dai cibo ai quali abbiamo apposto un veto. Se una volta si decide di consumare un cibo non previsto dalla propria dieta tanto vale goderselo in pace fino in fondo
  4. Smetterla di punirsi quando si mangia qualcosa che non si avrebbe dovuto: il corpo risente negativamente delle emozioni e dei pensieri negativi nel breve e medio termine e nel lungo termine essi minano l’autostima, l’immagine di se stessi,la sicurezza interiore e mettono a rischio di cadere nelle trappole delle abbuffate compulsive
  5. Infrangere il circolo vizioso tutto o niente: se per una volta si cede ad uno sgarro nella dieta può essere opportuno lasciarlo andare. Il corpo risente delle abitudini consolidate e ripetute nel tempo più che dell’eccezione di una volta. Se ci si impone un divieto netto ed assoluto per un cibo l’attrazione per esso è destinata a crescere. Se una volta tanto ci si concedo una deviazione dalla regola, con consapevolezza, ci si può gustare l’eccezione e non procedere oltre
  6. Cambiare linguaggio: le parole che scegliamo rappresentano il modo in cui guardiamo noi stessi e il mondo. E’ il classico esempio del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto: la quantità del liquido è la medesima, cambia la percezione di essa. Se anziché pensare e parlare in termini di divieti lo facciamo in termini di possibilità il senso di libertà percepito sarà maggiore
  7. Smetterla di aspirare a mangiare in modo perfetto: non esiste la dieta perfetta, ma una dieta che si adatta alla singola persona, per lo specifico stile di vita, i suoi gusti, le abitudini, le attività che svolge. Ciò che può andare bene per una persona o che poteva essere stato adatto in passato, non sempre né necessariamente è adattabile a noi nel presente attuale
  8. Smetterla di paragonarsi agli altri: spesso osserviamo le copertine delle riviste, le pubblicità in televisione, o i nostri amici e ad essi paragoniamo il nostro corpo, il nostro rapporto col cibo, la nostra dieta. Ogni persona è un mondo a sé, ogni corpo è unico, voler assomigliare a qualcun altro, utilizzarlo come metro di paragona ci svilisce e ci allontana da noi stessi
  9. Non lasciare che il cibo interferisca con la vita sociale e professionale: talvolta la nostra fissazione per il cibo è tale da compromettere la vita professionale o sociale. E’ importante poter trovare un equilibrio tra uno stile di vita e alimentare sano e bilanciato con il resto della propria esistenza. In caso contrario si rischia di complicarsi ulteriormente la vita
  10. Non ricorrere al cibo quando si è in preda di un moto emotivo: in tali momenti può essere opportuno fermarsi e ascoltare quello che si verifica interiormente. Quando ci si rende conto che non è vera fame fisiologica è possibile trovare attività alternative per compensare tale disagio che non sia il cibo
  11. Avere cura del corpo: spesso ci si dimentica che abbiamo solo un corpo, una sola vita e dobbiamo custodirli con rispetto. Sarebbe opportuno occuparsi del corpo, anche tramite una sana alimentazione, quando si sta bene e non aspettare di cadere in malattia.

E se proprio non riusciamo a migliorare il nostro rapporto col cibo, magari potrebbe essere utile il supporto di un professionista che possa affiancarci per un periodo in questo processo. Perché chiedere è già l’inizio del nostro percorso di cambiamento.

 

Per approfondire questo argomento potresti partecipare a queste conferenze a Senigallia (Ancona)

 

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Perché investire in felicità al lavoro aumenta la produttività

Come il benessere e le emozioni positive alimentano la produzione
Di Anna Fata
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Per lavorare bene, per produrre di più in quantità e qualità esistono infinite tecniche e strategie. Obiettivi ben chiari e performanti, strategie adeguate, tecniche ineccepibili, tempi, luoghi, ruoli ben definiti sono indubbiamente indispensabili per lavorare in modo produttivo. Manca, però, in molti casi, il riferimento alla qualità interiore con cui si lavora, che, in genere, è quello che fa la differenza tra un prodotto o servizio ben fatto e un prodotto o servizio eccellente.

Il lavoro che si svolge deve poter essere sentito come un piacere, una passione, una forma di coinvolgimento, di realizzazione personale, di utilità per la società, di applicazione del proprio potenziale, di padronanza dei propri talenti e delle mansioni che si stanno eseguendo. Tutti questi elementi insieme contribuiscono a creare quella che si definisce la felicità al lavoro.

Secondo Alexander Kjerulf  i 10 motivi principali per cui la felicità al lavoro alimenta la produttività sono:

 

  1. Le persone felici lavorano meglio tra loro: le persone felici tendono a vedere il lato ludico in ogni cosa, per questo hanno anche delle buone relazioni con coloro che stanno intorno. Questo si traduce in: migliore lavoro di squadra, migliore rapporto con i collaboratori, colleghi, superiori, clienti più soddisfatti, maggiori vendite
  2. Le persone felici sono più creative: soprattutto se la produttività dipende dall’avere sempre nuove idee, è necessario essere felici al lavoro. Teresa Amabile in una ricerca ha rilevato che se si è di buon umore si è più creativi non solo quel giorno, ma anche i successivi. Questo pare che accada perché i processi cognitivi associati alle emozioni positive conducano al pensiero flessibile, fluente, originale che aiuta ad incubare nuove idee in seguito
  3. Le persone felici risolvono i problemi, anziché lamentarsene: quando non piace il proprio lavoro ogni situazione che si presenta sembra uno scoglio insormontabile. Quando, invece, si è felici, quando sorge una situazione la si affronta e basta
  4. Le persone felici hanno più energia: le persone felici hanno più energia e pertanto sono più efficaci ed efficienti al lavoro
  5. Le persone felici sono più ottimiste: le persone felici hanno un approccio più positivo, fiducioso, ottimistico, sono più produttive e hanno più successo. Quando si crede che qualcosa è possibile è più probabile che lo sia (e viceversa)
  6. Le persone felici sono più motivate: un basso livello di motivazione porta a minore produttività. La motivazione viene alimentata dalla felicità e dalle emozioni positive
  7. Le persone felici si ammalano con minore frequenza: i periodi di malattia sono tra le cause principali del calo di produzione. Se non si gradisce il proprio lavoro è più facile che ci si ammali di diverse patologie, psicosomatiche e no, che si sia vittime di stress, ansia, depressione, burnout. Pare che l’impatto sulla salute dell’infelicità al lavoro sia pari al rischio connesso alla sedentarietà e al fumo di sigaretta
  8. Le persone felici apprendono più velocemente: quando si è felici e rilassati si apprende più velocemente nuove cose e pertanto la propria produttività al lavoro può aumentare
  9. Le persone felici si preoccupano meno di compiere errori: poiché le persone felici si preoccupano meno di compiere errori, nei fatti, ne fanno di meno. Anche quando cadono in errore apprendono rapidamente da esso, vi pongono rimedio, lo ammettono senza imbarazzo, si assumono la loro responsabilità, si scusano, e si riprendono velocemente dall’accaduto
  10. Le persone felici prendono delle decisioni migliori: le persone infelici operano in una condizione di crisi permanente. La loro attenzione è molto ristretta e focalizzata, perdono la visione ampia e generale delle situazioni, vivono con un costante senso di allerta legato al senso di sopravvivenza, pensano, scelgono e agiscono nel breve, medio termine, se non nell’immediato. Al contrario le persone felici prendono decisioni in modo più informato, consapevole, sono più capaci di attribuire le reali priorità nel loro lavoro.

Per concludere: esiste una chiara e netta connessione tra felicità e produttività. Resta un dubbio causale ad oggi: essere produttivi ci rende felici o essere felici ci rende produttivi? La risposta attualmente data è che va in entrambe le direzioni. E’ un circolo virtuoso, ma il legame più forte pare essere dalla felicità alla produttività cioè se si vuole essere più produttivi è fondamentale dare la priorità alla coltivazione della felicità.

Come fare per conquistare la felicità al lavoro?
In due modi principali: scegliere un lavoro che piace, che soddisfa, che realizza, oppure costruire interiormente la propria felicità, indipendentemente da quel che si fa, dove, come, con chi.

 

Per coltivare le tue emozioni positive e avere un migliore rendimento al lavoro, dai un’occhiata ai nostri corsi

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