Eravamo più felici quando si stava peggio?

Dal 1776 come sono cambiati i livelli di felicità nel mondo
Di Anna Fata

 

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Spesso indugiamo nei ricordi, con un misto di nostalgia, dolcezza, rimpianto. Gli eventi restano, le emozioni si attenuano, diventano più ovattate, i dolori si attenuano, le felicità sembrano ancora più delicate e desiderabili. Siamo sicuri che i ricordi rispecchiano fedelmente la realtà, soprattutto sul piano emotivo?

Una recente ricerca condotta dal Social Market Foundation e dal Centre for Competitive Advantage in the Global Economy (CAGE) ha messo in luce che i livelli di felicità hanno raggiunto il culmine durante l’era Vittoriana e nel corso del 20° secolo, con un apice nel 1957, che poi non si è più ripetuto.

La ricerca ha preso in esame un periodo che è iniziato nel 1776, anno della Dichiarazione Americana di Indipendenza che ha rappresentano un momento di elevata felicità, che si è abbassata drasticamente nel corso delle due Guerre Mondiali e della Grande Depressione.

La ricerca è stata condotta tramite la linguistica computazionale che si avvale delle tecniche delle scienze del computer per analizzare il linguaggio, i discorsi al fine di valutare il benessere e la soddisfazione di vita delle persone. Le parole utilizzate per l’analisi sono state tratte dai libri digitalizzati di Google. Sono stati analizzati 8 milioni di libri per tracciare i cambiamenti di livelli di felicità in Gran Bretagna, Italia, Stati Uniti, Francia, Spagna, Germania.

Anche se nel 1957 le aspettative di vita erano più basse di quelle odierne, si lavorava più ore a settimana, poche case avevano il riscaldamento centralizzato e la televisione, i livelli di felicità avevano raggiunto livelli che successivamente non si sono più ripetuti nel periodo post bellico.

Si è visto che esiste una correlazione tra la felicità e la politica pubblica. Tradizionalmente la crescita del Prodotto Interno Lordo (PIL) è sempre stato il dato principale per misurare il successo di un piano di governo politico nei Paesi occidentali. Solo di recente si è posta maggiore attenzione al cosiddetto benessere soggettivo o felicità e sulla possibilità di incrementarlo al pari del PIL.

Poiché si è rilevato che non sempre i livelli di felicità procedono di pari passo con l’incremento del PIL si è ipotizzato che esistano anche altri fattori che influiscono sui livelli di felicità. Al fine di capire quali variabili mancanti siano sottese, i ricercatori hanno esaminato le medesime nazioni per un periodo estremamente lungo. Per fare ciò si sono avvalsi di Google Books.

Sono stati esaminati oltre 8 milioni di libri digitalizzati e soprattutto la valenza emotiva insita in essi, positiva (ad es.: gioia, vacanza, pace, ecc.) o negativa (ad es.: assassinio, malessere, stagnazione).

Da tale analisi è emerso che non esiste una connessione tra la crescita economica e la condizione della felicità umana nel lungo termine, ma è soprattutto l’instabilità economica, le recessioni, le crisi, i crolli economici della portata della Grande Depressione che abbassano i livelli di benessere soggettivo o felicità.

Questa indagine giunge alla conclusione che la felicità è un concetto relativo: dipende da fattori come le aspettative, le aspirazioni e queste sono cambiate nei secoli. Se oggi abbiamo delle aspirazioni più elevate rispetto ad un secolo fa questo sembra che rappresenti una delle ragioni principali per cui siamo particolarmente infelici oggi.

Alla luce di ciò, Daniel Sgroi, Professore della Warnick University, conclude gli esiti della presente ricerca affermando che la politica dovrebbe porre attenzione sulla felicità proprio a partire da tale concezione, allocando il budget delle spese in forme capaci di considerare anche i costi benefici sul piano della felicità.

 

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