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Mai come oggi si consumano
ambivalenze e asimmetrie in quel che ci accade intorno.
Abbiamo creato due scenari
diametralmente opposti, segno e sintomo di istanze
contraddittorio che ci alimentano e si susseguono, dentro e
fuori di noi.
Da una parte la beatificazione
di un individuo che non ha mai rinnegato che se stesso, che
non si è mai tirato indietro alle chiamate, ai ruoli, alle
funzioni, ai compiti attributi. Che non ha usato soldi e
potere per farsi bello, nel corpo e nell’animo, ma che si è
reso disponibile in tutto e per tutto per la missione che gli
è stata affidata. Fin dove il corpo e i limiti
dell’esistenza terrena glielo hanno consentito.
Eloquente esempio di come sia la
Vita a disporre di ciascuno di noi, non viceversa.
Non è stato lui a voler scalare
la gerarchia di ruoli e funzioni, è semplicemente accaduto.
E il suo intimo gli ha suggerito
di aderire.
Dall’altra, le manifestazioni,
le recriminazioni, le lamentele, le paure, le parole, i buoni
e meno buoni propositi di chi ha un lavoro, di chi l’ha
avuto, di chi non ce l’ha e sente che non gli capiteranno
altre occasioni, parole di chi sta dalla parte dei cosiddetti
lavoratori, delle istituzioni, dei politi,
degl’imprenditori.
Parole appunto.
Se, da un lato, come ha ben
dimostrato l’ex Pontefice, le parole rappresentano un
importante strumento di azione e di cambiamento del mondo,
dall’altra, nel mondo istituzionale e professionale, le
parole, se portate ad un eccesso e con toni accesi, vittimisti
e distruttivi, sembrano rivestire sempre più una connotazione
opposta. Vengono uccisi sul nascere l’impeto creativo e
generativo, generando uno stallo che pare non più solo
toccare l’economia, le istituzione, ma l’intera società e
i singoli individui.
E’ evidente che stiamo
perdendo l’occasione di apprendere una importante lezione
che questi macro eventi ci stanno gridando a gran voce.
E’ venuto il momento di
rimboccarsi le mani, di non aspettare che un aiuto, un
sostengo, un lavoro, delle entrate economiche giungano da
fuori, che sia lo Stato assistenziale, l’impresa genitoriale,
l’educazione infantilizzante, universitaria compresa.
E’ arrivato il tempo di
cominciare a dare una rispolverata allo spirito
imprenditoriale e creativi che tutti, ma proprio tutti noi
nutriamo nel nostro intimo.
E non servono capitali, luoghi,
dipendenti, ma semplicemente se stessi, la propria volontà di
mettersi in gioco, in discussione, a disposizione.
Si dice che Madre Teresa di
Calcutta non fosse una grande oratrice perché non aveva tempo
di parlare, in quanto agiva istante dopo istante, sulla base
di quel che sentiva si doveva fare.
Forse sarebbe ora che anche noi
apprendessimo la lezione.
Altrimenti, il loro esempio sarà
andato a vuoto.
E con esso anche la nostra vita.
Anna
Fata
Psicologa
olistica
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