1 maggio 2011: Anatomia di un giorno ambivalente
   
 
   
 
   

Mai come oggi si consumano ambivalenze e asimmetrie in quel che ci accade intorno.

Abbiamo creato due scenari diametralmente opposti, segno e sintomo di istanze contraddittorio che ci alimentano e si susseguono, dentro e fuori di noi.

Da una parte la beatificazione di un individuo che non ha mai rinnegato che se stesso, che non si è mai tirato indietro alle chiamate, ai ruoli, alle funzioni, ai compiti attributi. Che non ha usato soldi e potere per farsi bello, nel corpo e nell’animo, ma che si è reso disponibile in tutto e per tutto per la missione che gli è stata affidata. Fin dove il corpo e i limiti dell’esistenza terrena glielo hanno consentito.

Eloquente esempio di come sia la Vita a disporre di ciascuno di noi, non viceversa.

Non è stato lui a voler scalare la gerarchia di ruoli e funzioni, è semplicemente accaduto.

E il suo intimo gli ha suggerito di aderire.

Dall’altra, le manifestazioni, le recriminazioni, le lamentele, le paure, le parole, i buoni e meno buoni propositi di chi ha un lavoro, di chi l’ha avuto, di chi non ce l’ha e sente che non gli capiteranno altre occasioni, parole di chi sta dalla parte dei cosiddetti lavoratori, delle istituzioni, dei politi, degl’imprenditori.

Parole appunto.

Se, da un lato, come ha ben dimostrato l’ex Pontefice, le parole rappresentano un importante strumento di azione e di cambiamento del mondo, dall’altra, nel mondo istituzionale e professionale, le parole, se portate ad un eccesso e con toni accesi, vittimisti e distruttivi, sembrano rivestire sempre più una connotazione opposta. Vengono uccisi sul nascere l’impeto creativo e generativo, generando uno stallo che pare non più solo toccare l’economia, le istituzione, ma l’intera società e i singoli individui.

E’ evidente che stiamo perdendo l’occasione di apprendere una importante lezione che questi macro eventi ci stanno gridando a gran voce.

E’ venuto il momento di rimboccarsi le mani, di non aspettare che un aiuto, un sostengo, un lavoro, delle entrate economiche giungano da fuori, che sia lo Stato assistenziale, l’impresa genitoriale, l’educazione infantilizzante, universitaria compresa.

E’ arrivato il tempo di cominciare a dare una rispolverata allo spirito imprenditoriale e creativi che tutti, ma proprio tutti noi nutriamo nel nostro intimo.

E non servono capitali, luoghi, dipendenti, ma semplicemente se stessi, la propria volontà di mettersi in gioco, in discussione, a disposizione.

Si dice che Madre Teresa di Calcutta non fosse una grande oratrice perché non aveva tempo di parlare, in quanto agiva istante dopo istante, sulla base di quel che sentiva si doveva fare.

Forse sarebbe ora che anche noi apprendessimo la lezione.

Altrimenti, il loro esempio sarà andato a vuoto.

E con esso anche la nostra vita.

Anna Fata
Psicologa olistica