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Quanto razzismo, quante
discriminazione dentro e attorno a noi!
Si comincia dalle piccole cose,
dai giudizi che costantemente formuliamo mentalmente, e spesso
anche emettiamo verbalmente, su di noi, le persone, le cose,
le situazioni, le circostanze che ci circondano e di cui, in
ultima analisi, siamo parte costitutiva.
Fastidio o sorriso sarcastico
per l’abito demodé dell’amico, per chi non emana un
gradevole profumo di fresco, per chi non possiede un’auto
all’ultima moda. E ancora: per il partner che non condivide
con noi la medesima concezione dell’ordine domestico, per i
figli che s’ostinano a non voler seguire il cammino che
abbiamo prestabilito per noi e che noi stessi avremmo
desiderato per noi a suo tempo.
Si potrebbe procedere pressoché
all’infinito con gli esempi.
Siamo talmente intrisi dei
nostri giudizi, preconcetti e pregiudizi che, ovunque andiamo,
spadroneggiamo e sbraitiamo, imponendo noi stessi e le nostre
‘regole’ su come dovrebbe andare il mondo, comportarsi le
persone, disporsi le cose e le situazioni.
Razionalizziamo in tutti i modi
le nostre posizioni, adducendo tutte le spiegazioni possibili
e immaginabili a sostegno delle nostre pallide tesi. E
avvaliamo tutto ciò sostenendo che si tratti un ordine
necessario delle cose, di regole del rispetto, del buon
decoro, dell’onestà, o di molti altri nobili principi che
andiamo a scomodare, illudendoci di detenere la Verità
suprema per ogni cosa. Ma con che diritto? Sulla base di quale
arcano Potere?
Ma, in realtà, che cos’è il
Rispetto se non l’umile constatare che siamo tutti diversi
nei nostri modi di porci, di esprimerci, e, allo stesso tempo,
identici, nella nostra Natura più intima e condivisa, la cui
Onda dovrebbe portare a vedere tutto ciò che ci circonda come
emanazione e riflesso della stessa Essenza generatrice?
Se è vero che l’Essenza,
nella sua ineffabilità, si declina concretamente nei modi e
tempi più svariati e multiformi, è altrettanto assoldato che
Rispetto è prima di tutto rispettare se stessi, quel Qualcosa
che non ci appartiene, ma ci accomuna e ci trascende, di cui
ci è fatto Dono e in quanto tale, di cui siamo Responsabili.
E, allora, a che serve
riflettere, o, al limite, emozionarsi, per qualche istante per
eventi traumatici e dolori passati, che riattivano memorie e
ricordi, se poi nella quotidianità ci atteggiamo da piccoli
despoti, bimbetti capricciosi che si mettono al centro,
sbraitano e si dibattono, senza rendersi conto che tutti
detengono il medesimo diritto, al pari nostro, di calcare la
scena, creare la rappresentazione, di sé, e di Sé, nel tempo
e nello spazio?
Il paradosso tra spazio-tempo
proprio e altrui, espressione di sé e dell’altro, è solo
apparente. Una formulazione teorica, logico-verbale.
Concretamente, nell’esperienza quotidiana è ben diverso.
Se ci si guarda attorno, si
possono osservare tanti piccoli, grandi, silenziosi esempi,
tanti anonimi Gandhi, Madre Teresa, delle nostre città,
paesi, rioni e borgate, che praticano tutto questo senza tanti
clamori, né sensazionalismi.
E’ alla portata di ciascuno di
noi, e non serve compiere grandi gesti.
Verifichiamo, che abbiamo da
perdere?
Evitiamo memorie nostalgiche e
strappalacrime, apriamoci ad un Presente ricco di Amore,
gioia, benevolenza, nel piccolo della nostra quotidianità.
Offriamoci
questa possibilità, e, chissà, un giorno ci troveremo a
stupirci che anche il mondo starà meglio.
Anna
Fata
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