A proposito del cibarsi: tra emozioni, sensazioni, ossessioni
   
 
   
 
   

Un’esperienza pluriquotidiana, che ci accompagna ancor prima della nascita, che costella tanti istanti della nostra giornata, non solo quando si accavallano le gambe sotto il tavolo della cucina, si cucina, o si fa’ la spesa, ma anche ogni qualvolta un pensiero fa’ capolino nella nostra mente, quando l’acquolina fa’ la sua comparsa, mentre si transita davanti ad una pasticceria, e l’occhio langue di fronte alle prelibatezze, e l’olfatto fa’ eco a questo spettacolo dell’arte umana tra i fornelli.

Stiamo parlando del cibo, della preparazione, del consumo, nella propria intimità, oppure in condivisione.

Un’occasione ampiamente codificata socialmente e culturalmente, al punto che tutto quel che sfugge ai suoi canoni viene guardato con sospetto. E come se non bastasse chi perpetra questa effrazione sacrosanta delle norme alimentari, spesso implicite, viene additato e messo alla gogna.

E, allora, uno degli strumenti di difesa più diffusi e all’apparenza efficaci, consiste nell’etichettare e, al limite, patologizzare. Ridurre a fiere in gabbia di un sempre più ampio zoo in cui racchiudere coloro che, per varie ragioni, non sono disposti ad accettare il cibo così com’è, come viene vissuto e consumato dai più. E che in molti casi rigettano anche violentemente e bulimicamente.

Etichettare sotto l’egida di un disturbo della sfera alimentare più o meno circoscritto i dissidenti aiuta i più a mettersi il cuore in pace, a porre una linea di demarcazione e di confine in cui rassicurarsi della propria sanità, evitando di confondersi e di sporcarsi le mani e la bocca con chi pensa, vive e mangia in modo diverso rispetto alle proprie consuetudini.

Il confronto con il diverso da sé, da che mondo e mondo, pur in parte attraendo, spaventa. Sempre. E, oggi, forse, in cui la libertà d’espressione lievita, ancor di più.

E, allora, meglio definire anoressica la persona che si ostina a rifiutare di alimentarsi in modo adeguato rispetto al suo fabbisogno calorico giornaliero. Che nel suo negarsi il cibo, denuncia anche un contesto sociale, culturale, familiare, politico, professionale, spirituale in cui non sente di trovare spazio né espressione. Meglio metterla a tacere dietro una definizione, che non cercare di avvicinarla, ascoltarla, confrontarsi, accettando anche e soprattutto che sia una persona diversa da sé, che porti a porre l’attenzione su aspetti dell’esistenza intima e privata spesso in ombra, o semplicemente scomodi, o, al limite, dolorosi. Che nel suo manifestarsi, inevitabilmente, portano, di riflesso, a vedere sotto una luce differente anche la propria esistenza. Che, fino a quel momento, era stata protetta e difesa da qualsivoglia attacchi alieni rispetto alla massificazione a cui ci si era uniformati.

Meglio denominare bulimica la persona che riempie i suoi vuoti interiori di cibo, per poi rigettarlo in segreto, in preda ai sensi di colpa e di vergogna, che non confrontarsi con lo scomodo e fastidioso vuoto che molti di noi covano sotto un nugolo di polvere, sfarzo, apparenze, esistenze urlate, in vetrina, lucide e scintillanti come nessun detersivo sgrassante potrebbe rendere.

Quanto è difficile, oggi, confrontarsi con la sofferenza, il vuoto di senso, la ricerca di un significato profondo che vada oltre la superficie e le apparenze. Spesso ci si trova costretti a intraprendere questi percorsi quando l’anima invia i suoi segnali di disagio attraverso il dolore emotivo e fisico, inaridendo il corpo, prosciugando il cuore di quella scintilla vitale che porta a sentire la vita come qualcosa che vale la pena vivere, ogni istante, ogni giorno, a dispetto di tutto quel che può accadere.

Rifiutare il cibo o, all’opposto, stordirsi riempiendosene all’inverosimile, sono manifestazioni eloquenti di quanto questa esistenza per come è viene disprezzata, rifiutata, gettata in un water, tirando poi lo sciacquone, affinché si perpetri l’illusione che non ne resti traccia.

E, allora, ci si consuma giorno dopo giorno, davanti agl’occhi tra l’impotente, l’indifferente, l’angosciato, il rabbioso e il perplesso, di coloro che stanno intorno. Si combatte una sorta di lotta interiore, dentro se stessi e contro se stessi, mentre si cerca di punire una vita che pare averci chiamato a questo mondo, senza poi offrirci lo spazio, le occasioni, le persone e gli strumenti necessari per portarla a compimento.

E non ci si rende conto che la vita è proprio in quelle circostanze, in quel dolore, in quella situazione da affrontare che sta offrendo un’opportunità per mettere a frutto le proprie risorse. E, perché no, magari poi metterle a disposizione di chi si trova ad affrontare situazioni simili.

Troppo spesso si riducono i disagi psicoemotivi e fisici ad un nugolo di sintomi, cause, per lo più socio familiari e/o genetiche, che richiamano terapie, più o meno mirate e circoscritte, trascurando così gli aspetti ben più profondi e carichi di significato legati alla cura e al versante spirituale.

Troppo di frequente si riduce una persona ad una classificazione, perdendone la sua peculiarità e dinamicità. Ogni individuo che presenta sintomi simili può vantare una storia etiologica molto differente. Ed, al limite, anche la medesima persona che, nel tempo, si trova ad esperire sintomi affini, può farlo in base a cause diverse. E tale, di conseguenza, deve essere l’approccio alla cura.

E, allora, impariamo ad ascoltare, con apertura, accettazione, coraggio quel che ci appare di fronte, a rapportarci a ciò che è diverso da noi, ma che comunque ha sempre e comunque molto da trasmetterci. Di sé, ma anche e soprattutto di noi stessi. Disponiamoci ad affrontare i nostri lati oscuri, anche perché nel momento stesso in cui lo facciamo, ci accorgiamo che non sono così temibili come credevamo. E che la sofferenza più consistente sta proprio nel non volerli avvicinare.