Ciascuno di noi ha la sua
personale missione di vita, che è racchiusa nelle risposte
alle domande che, prima o poi, almeno una volta nella vita
tutti ci poniamo: che cosa ci faccio io qui? Che cosa mi
chiede la Vita?
Esiste, però, un obiettivo a
cui ci alleniamo progressivamente lungo tutto il corso
dell’esistenza, che consiste nell’accommiatarsi – che
nel suo significato originario comporta una transizione, un
passaggio da un luogo ad un altro - e che prelude all’ultimo
distacco finale.
In molti di noi,
paradossalmente, questo non avviene, ci si oppone con tutte le
forze: nella vita si accumula, di tutto, oggetti, soldi,
prestigio, benefici, relazioni, e più si prosegue nel cammino
esistenziale, più il nostro ego si riempie, al pari della
cassaforte di Zio Paperone. Ci godiamo quel che otteniamo, lo
custodiamo gelosamente, lo lustriamo, ne vogliamo sempre di più
perché non ci basta mai e, ancora peggio, siamo costantemente
all’erta per timore di ‘furti’ o smarrimenti. Diventiamo
tesi, sospettosi, diffidenti e chiusi di fronte a chiunque.
Tutto questo raggiunge l’apice
in molte persone anziane che insieme a tutto ciò si attaccano
ad un altro ‘bene’ apparentemente indispensabile: il
passato. E la loro vita diventa sempre più zavorrata,
pesante, tra timori, ricordi, recriminazioni, rimpianti. Il
presente scompare e il futuro pare diventare una fotocopia di
un presente inesistente.
All’opposto, c’è chi cerca
di liberarrsi subito dopo l’uso di cose, persone,
situazioni, per evitare, ammesso che sia possibile, il sorgere
di qualsivoglia legame affettivo. Tutto diventa un mezzo. Il
fine, in ultima analisi, è il medesimo come per le precedenti
persone: la fuga, in primis da se stesse.
Rendersi conto che tutto è
impermanente, soggetto ad un ciclo esistenziale, a cominciare
da se stessi, di primo acchito può apparire inquietante. Le
nostre fantasie più o meno inconsce di immortalità (oltre
che di onnipotenza), di retaggio infantile, svaniscono. E non
si può fare a meno di avvertire la propria fragilità, i
propri limiti. Solo in seguito ci si rende conto che sta
proprio in questo la nostra reale forza.
E’ la nostra capacità di
vivere la vita, di lasciarla fluire con naturalezza,
leggerezza, consapevolezza, senza cercare di imbalsamarla,
ingessarla, ‘comprarla’, che ci rende pienamente umani e
che pone le basi per poter trascendere tutto ciò. In caso
contrario siamo costretti ad una fuga continua da noi,
all’infelicità, alla paura, all’insoddisfazione.
Anna Fata