L’altruismo
è una qualità (morale) che consiste nell’interessarsi al
benessere dei propri simili. E’ un concetto studiato in vari
ambiti, biologico, psicologico, sociologico, antropologico,
filosofico.
L’altruismo
è totalmente disinteressato, comporta un prezzo per chi lo
effettua e un beneficio per chi lo riceve.
Purtuttavia,
a ben vedere, chi compie un gesto altruistico ne ricava
differenti vantaggi, specie in termini psicologici, più o
meno consapevolmente. Colui che riceve offre in dono la
possibilità all’altro di essere ri-conosciuto come persona
generosa e altruista, grazie alla possibilità di vedere
accolta quella parte di sé che viene veicolata dallo stesso
atto di generosità.
Nella
vita quotidiana tutti noi esercitiamo e riceviamo piccoli
gesti di altruismo, anche se forse sarebbe più corretto
definirli di cortesia: fare passare avanti a noi alla cassa
del supermercato una persona con un solo oggetto, fermarsi a
fare attraversare un pedone anche fuori dalle strisce, sono
piccole cose che fanno funzionare meglio l’assetto sociale e
che consentono di instaurare relazioni più armoniche tra le
persone.
Ma
quale è il limite tra cortesia e altruismo?
Se
la condizione distintiva è l’annullarsi di se stessi e
delle proprie necessità, le piccole cortesie quotidiane non
sono gesti di altruismo, nella misura in cui spesso non ci
costano più di tanta fatica né intaccano in modo particolare
le nostre esigenze e diritti.
E
ancora: chi è in grado di definire ciò che è veramente
altruismo distinguendolo da ciò che non lo è?
Innanzi
tutto, è sempre necessario considerare le motivazioni alla
base del gesto: dall’esterno può accadere che gli astanti
considerino altruistico qualcosa che non lo è affatto per chi
lo esegue e viceversa. Una persona che sacrifica la propria
vita per il figlio o il partner può magari trovare più
dolorosa la loro sopravvivenza senza di loro rispetto alla
loro stessa morte. Allo stesso modo, dall’esterno
manifestazioni autentiche di altruismo possono essere
misinterpretate e valutate come espressione di fini altri che
l’agente può non avere affatto considerato.
E
ancora, detto tutto questo, l’altruismo esiste veramente?
L’altruismo,
in effetti, è un concetto sorto prima di tutto nel contesto
della morale e come tale è suscettibile di una immensa varietà
di interpretazioni. Ecco il perché di una tale difficoltà di
interpretazione.
Nelle
varie teorie psicologiche l’altruismo viene spesso
affrontato facendo riferimento ai giochi in cui si valuta
quanto i partecipanti sono disponibili a mettere da parte i
loro interessi personali e/o a breve termine favore di quelli
del loro gruppo di appartenenza. Sono approcci piuttosto
artificiali di studio del fenomeno in quanto spesso affrontano
situazioni che difficilmente si rinvengono nella vita di tutti
i giorni.
Molto
più interessante è l’analisi del confine tra se stessi e
gli altri, tra ciò che in termini di morale sarebbe definito
come egoismo versus altruismo presente nelle filosofie
orientali zen e che forse è in grado di risolvere alcune
diatribe che in ambito morale, filosofico, psicologico,
antropologico restano ad oggi insolute.
Essere
centrati su se stessi è la condizione fondamentale e
indispensabile per essere con se stessi, nel mondo e con gli
altri. Nel momento in cui si è presenti a se stessi, quando
si è pienamente in sintonia con i propri bisogni, necessità,
desideri, si è in grado di rispondere ad essi. Questo è il
presupposto di base per fare altrettanto con gli altri.
Se
non si è con se stessi, non si può neppure essere con gli
altri.
Quando
abbiamo la testa tra le nuvole, quando siamo sviati da mille
pensieri che ci impegnano la mente, finiamo col perdere il
contatto più profondo con noi stessi, ci dimentichiamo di
tante cose e anche l’attenzione nei confronti di chi ci sta
attorno tende a diminuire.
Da
qui l’importanza del sentire, del percepire i messaggi che a
più livelli ci arrivano da dentro di noi, e poi anche da
fuori. Solo con una presenza mentale costante, che non
coincide con uno stato di attenzione vigile e persistente, con
uno sforzo faticoso e opprimente, ma che è uno stato di
osservazione pacata, non giudicante di sé (e degli altri), si
possono cogliere i segnali anche più sottili che giungono da
dentro e da fuori.
In
tale condizione la dedizione agli altri diventa una
propensione naturale, proprio come lo scorrere dell’acqua in
un fiume: è la sua stessa natura che lo suggerisce, non c’è
sforzo di volontà, non c’è alcun secondo fine. Si trattano
gli altri come si tratta se stessi. Se si riesce ad essere
altruisti con sé, generosi, accomodanti, non giudicanti, si
riesce a fare altrettanto anche con gli altri.
C’è
un punto di inizio, dunque, il proprio essere, e da qui il
cerchio di amplia e si dilata fino a comprendere l’intero
universo, nella misura in cui ci si sente parte di un tutto e
si percepisce l’appartenenza ad un insieme più ampio e
vasto che si vive come parte di sé.
Che sia questa veramente la chiave di
tutto:evitare le etichette moralistiche, come quella di
altruismo, ad esempio, e limitarsi ad essere e agire secondo
quanto la nostra natura più intima ci suggerisce? Forse ci
sentiremmo tutti più soddisfatti, sereni, autentici e, in
ultima analisi, noi stessi.
Anna
Fata
Psicologa
Metodo ArmoniaBenessere®
www.armoniabenessere.it