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La
maggior parte di noi trascorre gran parte della sua giornata
chiusa in se stessa. Ciascuno a rincorrere il suo piccolo
mondo, le sue piccole, grandi mansioni, scadenze, obiettivi, e
presunti problemi. Mentre il mondo dell’altro resta ai
propri occhi per lo più un mistero, o, al limite, uno scomodo
impedimento sul cammino personale.
E
così, nella chiusura, non ci rendiamo conto che tutti siamo
nella stessa barca, ciascuno con le proprie gioie, i propri
dolori, le proprie ansie, le proprie paure, i propri tormenti,
i desideri, le aspettative, le aspirazioni, le ambizioni. Ci
crediamo sempre un po’ più degl’altri, un poco più in
alto, con diritti vagamente speciali, che ci consentono di
viaggiare sempre sulla corsia preferenziale, dettando norme e
regole e pretendendo che gl’altri e la vita sottostiano al
nostro volere. Quando poi, in realtà, la vita segue il suo
corso e anche chi ci sta intorno incede lungo il suo percorso,
in ampia parte indipendente e differente dal nostro.
Smentendoci e contrastandoci, indirettamente, di continuo.
Delineo
un paio di esempi concreti.
Ero
in attesa dell’apertura di un ufficio pubblico della mia
città. C’era un’anziana signora intirizzita ad aspettare
di fronte alla porta. Mi guarda e, di fronte al mio sguardo
ricambiato, coglie immediatamente l’occasione per iniziare a
parlare.
L’ascolto,
e, con estrema spontaneità comincia a raccontarsi, minuto,
dopo minuto. Narra di sé, della sua famiglia, del lutto
recente che l’ha colpita. Osservo il suo portamento
dignitoso, il corpo contratto dal freddo, avvolto in un lungo
cappotto nero, dall’imbottitura sintetica. Lamenta che
vorrebbe entrare, scaldarsi un po’, che gli addetti allo
sportello dovrebbero aprire un po’ prima, che i suoi piedi
sono ghiacciati, che ha pochi soldi e che fare quadrare il
bilancio, ora che è rimasta sola, le risulta ancora più
arduo.
Quando
ascoltiamo veramente una persona, quando le dimostriamo, anche
solo con uno sguardo, che siamo lì con lei, immancabilmente
accade un miracolo. Un’anima che si svela all’altra,
dietro un corpo che solo all’apparenza differenzia un
individuo da un altro. Sotto sotto, siamo tutti profondamente
e intimamente identici, animati dalla medesima natura che
quando si può svelare manifesta la sua bellezza e
magnificenza, che ci lascia senza parole.
Quando
riusciamo ad andare oltre il nostro ombelico, ci accorgiamo
che non siamo gl’unici ad avere freddo, ad essere stanchi di
un’attesa che pare interminabile, ad essere preoccupati per
l’esito della nostra pratica, a sapere che a casa, magari,
non ci aspetta nessuno. Ma che, nonostante questo, quando
decidiamo di esserci, di svelarci, di metterci in gioco, di
partecipare pienamente alla vita, il freddo, la stanchezza, lo
scoramento, il timore, la solitudine sono vissuti propri, ma
anche altrui e viceversa.
Siamo
noi e solo noi che decidiamo di vivere nell’isolamento, di
confinarci nel nostro ristretto mondo, e di perdere la
ricchezza che l’apertura e la condivisione ci riservano.
Oppure, all’opposto, abbiamo la possibilità di aprirci,
svelarci, e correre il rischio di vivere in un alleggerimento
che deriva dalla condivisione dei pesi, delle tribolazioni,
così come delle gioie con gl’altri.
Secondo
esempio.
Mi
trovo di fronte alla responsabile dello sportello
dell’ufficio pubblico in questione. Mi siedo, con calma,
respiro, la osservo con discrezione, senza invadenza. La vedo
indaffarata, tra pile di fogli e cartelline, mentre
distrattamente mi dice che sarebbe arrivata a breve. Mi appare
appesantita, non solo nel corpo, ma anche nell’animo. Ha un
aspetto ben curato, truccata a puntino, con una messa in piega
fresca e un colore biondo brillante, come appena fatto. Mentre
cerca di sbrigare la mia pratica viene interrotta tre volte
dal telefono, e un paio di volte estromessa dal sistema
operativo che va in errore e la costringe a dover ricominciare
tutto l’iter da capo.
Nel
frattempo, si affaccia ripetutamente alla porta l’utente
successivo a me, per verificare a che punto sono i lavori. Ad
un tratto pare arrendersi, vinto dall’attesa protratta, e si
va a sedere su una delle sedie in plastica rossa nell’ampio
locale d’ingresso.
La
signora addetta allo sportello si lamenta più volte del
disordine delle colleghe nell’archiviare le pratiche, che la
obbliga ad un surplus di lavoro e a prolungare i tempi
d’attesa dei clienti. La vedo molto dedita al suo lavoro,
precisa, puntuale, affidabile. Si vede che sta facendo del suo
meglio. E’ molto cortese e gentile nel suo porsi, esaustiva
nelle sue risposte e accurata nello svolgere le procedure.
Mi
viene spontaneo commentare alcune sue azioni con parole di
apprezzamento. E altrettanto spontaneamente fluisce un tocco
di ironia che contribuisce a smorzare la lieve tensione che
avverto sul suo volto e farle accennare un sorriso che
l’alleggerisce.
Ancora
una volta, l’eccesso di attenzione per noi stessi, i nostri
tempi, i ritmi, inducono un clima di pretesa, attesa,
aspettativa costante. E impediscono di vedere l’altro, con i
suoi disagi, imbarazzi, tensioni, al pari, se non più di noi.
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