| |
|
Perché oggi più che mai le
persone hanno perso la capacità di attendere?
Perché la pazienza è diventata
una perla così rara?
Perché vogliamo tutto e subito,
una disponibilità incondizionata, ubiquitaria, atemporale?
Attendere implica una tensione,
un tendere verso qualcosa a cui si aspira, ma che non si
possiede. E’ uno stato che se protratto oltremodo, genera
disagio.
Eppure, l’attesa è la
componente essenziale di numerosi eventi, situazioni, passaggi
di vita. Siamo venuti alla luce dopo nove mesi di attesa da
parte dei nostri genitori, attendiamo dodici mesi prima di
poterci godere nuovamente il sole in spiaggia, o di scartare i
regali il giorno di Natale o del compleanno.
L’attesa è l’ingrediente
essenziale del desiderio, l’ambire a qualcosa di immaginato,
fantasticato. Il desiderio, in realtà, è destinato a non
essere mai soddisfatto una volta per tutte. Desiderare, nel
suo significato etimologico, è l’atto di volgere lo sguardo
alle stelle, qualcosa che brilla, ma che in realtà ha già
concluso la sua esistenza. Da qui il desiderio che anela a
qualcosa di parzialmente impossibile da ottenere.
Il desiderio ha a che fare con
il trascendente, il divino, consta di una componente
aspirazionale, tendenziale, a cui non si approda mai del
tutto. Il desiderio si riferisce a qualcosa che si conosce,
almeno in buona parte: non si può desiderare ciò che non si
conosce o non si concepisce. L’oggetto del desiderio, però,
in quanto essere concreto, limitato, finito, non può
soddisfare qualcosa di infinito, immateriale, come il
desiderio.
D’altro canto, una
insoddisfazione cronica del desiderio sfocia, in buona parte,
nell’area del bisogno, una necessità cogente, definita,
limitata, impellente, da soddisfare, senza proroghe né
sconti.
Viene da chiedersi se ci
troviamo, socialmente, nella sfera del desiderio o del
bisogno. Forse siamo nella fase del bisogno, almeno in
apparenza. Pare che non si possa più fare a meno di cambiare
telefono cellulare ogni tre mesi, di mangiare sushi (anche se
può non piacere), o di possedere l’ultima versione della
playstation. Pensando alla Gerarchia dei Bisogni di Maslow
verrebbe da domandarsi a che livello collocare tali bisogni
(fisiologici, sicurezza, appartenenza, stima,
autorealizzazione).
Coltivare il desiderio richiede
tempo: oggi, almeno nella percezione comune, pare che non ce
ne sia più eppure non è cambiato rispetto a qualche decennio
fa. Anzi, al limite, con l’allungamento della vita media e
il rallentamento della rotazione terrestre, ne disponiamo
anche di una quantità maggiore. Forse, però, lo utilizziamo
peggio, lo riempiamo all’inverosimile, fino a perdere noi
stessi e le nostre reali priorità.
Eppure saper dilatare i tempi di
vita, saper vivere pienamente, con completa immersione nel
tempo e nello spazio, l’essere, l’esserci, il fare,
possono condurre ad un piacere inimmaginabile. E così si
impara a gustare anche l’attesa, senza rischiare di cadere
nella trappola del vivere nell’attesa.
L’attesa
implica pazienza, che comporta sofferenza, portare un peso, ma
riscoprire l’attesa come momento a sé, con il suo valore,
ricco di piacevole emozione, intensità, portatore di quel
vuoto necessario per poter accogliere l’oggetto ambito, può
rappresentare un momento di notevole meraviglia e pienezza.
Anna Fata
|
|