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L’autostima
è la valutazione che ciascuno di noi fa di sé stesso. Anche
se l’argomento, così riassunto, può apparire semplice, in
realtà è molto complesso, innanzitutto perché non esiste
un’autostima uguale per tutti e poi perché non esistono
parametri applicabili a ciascuno di noi. Questo significa che
se due persone conducono una vita apparentemente simile (hanno
entrambe un coniuge, un figlio, un lavoro che le soddisfa),
non significa che entrambe siano contente di sé allo stesso
modo. La stessa cosa vale per i single: perché ci sono
persone felici di non avere un partner e altre che vivono la
situazione come una catastrofe? Tutto dipende
dall’autostima.
È
probabile che ciascuno di noi ami sé stesso in base a dei
parametri appresi all’interno della famiglia di origine; se
per i miei genitori, per esempio, la cosa più importante del
mondo, è la bellezza, essere brutti sarà un disonore
pazzesco e una condanna all’infelicità; se io sono
l’unica persona “normale” in una famiglia di
fotomodelle, è probabile che avrò di me un’idea
catastrofica del tipo: “Sono brutta e quindi non valgo
nulla”. Se, al contrario, sono la figlia più bella e quindi
l’orgoglio di mamma e papà, è molto probabile che avrò di
me un’opinione molto alta; la mia autostima sarà alle
stelle e quindi sarò felice. Qual è il rischio che nasce dal
riporre la propria autostima in un valore così effimero come
la bellezza? Che la bellezza sfiorisce; quando arriverò a 30
o, peggio, 40 anni, mi sentirò una donna finita.
Al
contrario, se i miei genitori mi hanno abituato che apprezzano
altri valori oltre alla bellezza, come ad esempio
l’intelligenza, allora è possibile che, coltivando quel
valore, io possa avere una buona stima di me, perché sono
colta ed intelligente, tutta la vita.
Certo,
questo discorso, così esposto, è un po’ banalizzato ma
serve per capire che la stima che noi abbiamo di noi stesse
dipende moltissimo dai valori che le nostre famiglie di
riferimento ci hanno “inculcato”. In America, per esempio,
è importantissimo lo sport; al college chi eccelle nel
foot-ball riceve addirittura una borsa di studio; è dunque
probabile ritenere che il campione di foot-ball sia orgoglioso
di sé stesso e quindi abbia un’alta autostima. Un po’
come i calciatori nostrani: a vent’anni sei il massimo,
adorato e osannato dal mondo intero, ami te stesso ai limiti
del narcisismo, salvo poi scoprire che, a trent’anni, sei
vecchio. E che c’è già pronta una nuova selva di ragazzini
pronti a mostrare la carrozzeria.
Per fortuna
il cervello umano è dotato di una caratteristica eccezionale:
quello che gli psicologi, ma non solo loro, chiamano
“adattamento”. Ci sono moltissime forme di adattamento,
gli esempi più noti arrivano dal mondo animale: più un
essere vivente si adatta all’ambiente in cui vive, meglio è
destinato a sopravvivere e quindi ad assicurare la continuità
della specie. In psicologia adattamento significa, in poche
parole, benessere psicologico. Per questo esistono molti tipi
di autostime differenti che, messe tutte insieme, cercano di
formare una personalità equilibrata al fine di non puntare
tutto su un campo della vita per non rischiare di farsi
crollare il mondo addosso quando qualcosa dovesse andare
storto su quel versante. Prendiamo ad esempio una persona
normale per chiarire meglio questo concetto; Gloria ha 32
anni, è madre, è moglie, è figlia a sua volta ed è una
lavoratrice. Questo significa che Gloria presenta
un’autostima di tipo “intimo” di un certo grado, che
misura la sua soddisfazione di moglie, madre e figlia a sua
volta, ovvero misura la sua soddisfazione a livello
famigliare. Esiste poi una dimensione sociale con una sua
relativa autostima: Gloria nel mondo del lavoro, nella
relazione con i suoi colleghi, nelle situazioni tipiche che ci
impone il ruolo di “lavoratore”. La soddisfazione
lavorativa farà salire o scendere l’autostima sociale di
Gloria. Questo meccanismo permette di controbilanciare la
situazione emotiva di ciascuno di noi: se abbiamo una famiglia
perfetta e un lavoro meraviglioso, la stima di noi stessi è
certamente alta; purtroppo non è sempre così e quindi ci
vuole qualche aggiustatina qua e là: sul lavoro mi trovo male
ma adoro la mia famiglia, (autostima sociale bassa ma privata
alta) posso essere comunque soddisfatta e felice; al contrario
se mi trovo benissimo sul lavoro ma molto male in casa, posso
trovare un equilibrio nella mia autostima e quindi imparare a
volermi bene comunque.
Quello
dell’autostima, o meglio, delle autostime, è, come abbiamo
detto all’inizio, un discorso complesso. L’autostima,
infatti, per farci felice non deve essere né troppo alta né
troppo bassa. Se è bassa, lo possiamo intuire, allora vuol
dire che non ci amiamo: che siamo degli zeri assoluti o quanto
meno crediamo di esserlo; e come si fa ad amare uno zero
assoluto? Semplicemente non si può. La bassa autostima,
stando agli studi più recenti, è alla base di innumerevoli
complicanze psicologiche che spesso esitano in vere e proprie
patologie conclamate, come può essere, per esempio, la
depressione. Insegnare al depresso ad amare sé stesso è il
primo passo in gran parte degli approcci psicoterapeutici
attualmente in circolazione; e cosa si fa insegnando al
paziente ad amare sé stesso se non aumentare la sua
autostima?
Il caso
contrario, tuttavia, è egualmente pericoloso. I cosiddetti
“gonfiati” sono quei soggetti che basano la stima di sé
su voli pindarici attuati nella propria testa e non su cose
reali. Si tratta di persone con cui averci a che fare è
fastidioso quando non apertamente pesante; sono persone
noiose, che credono di saperla sempre più lunga degli altri,
che non sbagliano mai, che si sentono sempre in dovere di
suggerirti come comportarti, che ti criticano perché non sei
alla loro altezza. Sono soggetti allo stesso tempo appiccicosi
e dipendenti: inconsciamente temono che qualcuno li metta
davanti al fatto che siano solo dei palloni gonfiati.
Ci
sono anche persone che basano la propria autostima tutta sul
lavoro. In America è un fenomeno che sta prendendo piede e
inizia a coinvolgere milioni di soggetti. Si configura come la
piaga sociale dei prossimi anni. Si tratta di persone che si
sentono perse senza telefono cellulare, computer portatile e
connessione Internet. Queste sono le tre parole magiche, i
loro supporti indispensabili. Basti pensare che la dipendenza
da telefonino sta di gran lunga superando quella della
sigaretta: ed è altrettanto pericolosa. Questi dipendenti dal
lavoro quando sono in ufficio si sentono il Simba di turno, il
re della foresta: sono brillanti, socievoli, simpatici,
disponibili, sanno sempre come comportarsi e non si trovano
mai in imbarazzo. Sono i classici personaggi che lavorano
tutto il giorno e tutte le sere, comportamento che va a
discapito dei rapporti familiari. Quante donne, con un marito
così, si sentono sole, abbandonate, e magari si chiedono
anche quale è il loro errore di donne, come mai il loro
compagno si allontana sempre di più; auto-colpevolizzazioni
che, oltre ad essere inutili, sono anche dannose, perché
vanno ad aggiungere dolore al dolore. Chi mostra i sintomi
della dipendenza da lavoro lo si riconosce facilmente: tanto
in ufficio è brillante e simpatico, quanto insignificante e a
disagio fuori. Se ci vai a cena insieme scoprirai che non
parla d’altro che di lavoro, che è noioso e mono-tematico.
E quando qualcosa gli va male sul posto di lavoro… Apriti
cielo, l’autostima crolla e lui si sente perso.
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