A
volte mi chiedono se sia ‘normale’ un determinato tipo di
comportamento, pensiero, attitudine. Ma chi può saperlo se
non il diretto interessato?
Mi
fa stare bene con me stesso? Sento è espressione diretta del
mio essere? Mi sento realizzato, soddisfatto, riempito da ciò?
Queste,
credo, siano i quesiti fondamentali ai quali rispondere più
che dare un giudizio di valore in termini di giusto-sbagliato,
sano-insano, normale-anormale.
Ci
sono tante cose che nessun libro ci insegna. Non esiste alcun
volume in grado di offrirci le istruzioni per l’uso per la
vita, per una vita piena, autentica, soddisfacente, e ancor di
meno per la nostra vita. Questo è un ‘manuale’ che
ciascuno di noi è chiamato a scrivere in prima persona.
I
libri possono fornirci degli stimoli di riflessione, degli
elementi per pensare, per riflettere, ma la declinazione
concreta spetta a ognuno di noi come individuo. Questa è la
nostra responsabilità più grande.
Conosci
te stesso: questo è senso più elevato della nostra
esistenza. Il partire da noi per arrivare all’Altro, un
altro che, tra le altre cose, ci può fungere da specchio,
rimandarci una immagine possibile di noi rispetto alla quale
siamo chiamati a rispondere in prima persona, per poi
ritornare nuovamente a noi in un circolo virtuoso in cui ogni
esperienza non può fare altro se non arricchirci.
Una
delle difficoltà maggiori che le persone riferiscono oggi è
proprio quella di definirsi. Il concetto di identità, quindi,
rappresenta un nucleo problematico per molti che finiscono con
il perdere il contatto con se stessi, con la propria essenza
più intima fino, a volte, a non sapere più chi si è.
Questo,
tra gli altri contesti, è chiaramente evidente anche nella
Rete. Non sono poche le persone che, chiamate a dare una
definizione verbale di se stesse, a volte lasciano uno spazio
vuoto nell’area preposta all’uso, come se il vuoto sullo
schermo ben rappresentasse il loro vuoto interiore. Poi c’è
chi si affida alle definizioni delle persone che stanno
intorno: “Il mio migliore amico dice.. La mia fidanzata
sostiene..”, come se la propria identità dipendesse in
tutto e per tutto da chi è circostante, quasi non ci fossero
dei confini con loro. E poi c’è chi ama le citazioni ampie
e generiche da opera letteraria, senza alcuna implicazione a
livello personale: “Il mondo… la vita… la natura..
l’amore..”, come se il fare parlare gli Altri, degli altri
‘autorevoli’ la dicesse lunga circa la propria assoluta
mancanza di pensiero autonomo e responsabile.
Ma
tra i tanti c’è chi, pur nella consapevolezza di non poter
dire ‘tutto’, è consapevole che tra gli estremi
tutto-niente è possibile anche una via di mezzo e tenta di
raccontare qualcosa di sé con parole sue, pur sapendo che
saranno poche, limitate e limitanti. E’ un punto di
partenza, un inizio del proprio libro di vita.
Mettersi
alla prova, sperimentarsi, cadere, commettere errori: questa
è la vita. Accettare che si è ignoranti e che la più grande
ignoranza rappresenta proprio se stessi. “Io mi conosco
benissimo!” – sostengono con fierezza alcuni.
E’
possibile conoscersi un po’, sicuramente, alcuni sono più
avanti rispetto ad altri in questo processo, ma il gesto di
umiltà più grande che possiamo compiere nei nostri confronti
è proprio quello di ammettere che come c’è un flusso, un
divenire continuo (‘panta rei’) nell’universo così
accade in noi, per cui non è assolutamente possibile giungere
ad un possesso pieno, completo, definitivo della conoscenza su
di noi. E’ un po’ come il flusso dell’acqua: puoi
raccoglierne un poco nelle mani disposte a mo’ di coppa, ma
proprio quando ti senti illusoriamente sicuro del suo possesso
e ti accingi a chiuderle per meglio tenere ciò che hai nei
palmi, a quel punto perdi il contenuto.
E
così per noi stessi: nel momento in cui si smette di cercare,
quando si suppone di sapere, quando si chiudono i sensi e la
mente, ci condanniamo ad una sorta di non-vita imprigionata in
un passato non più attualizzabile.
E
allora apriamoci al futuro, cerchiamo, per quanto possibile,
di accogliere e di accettare quella quota di imponderabile che
la vita ogni istante ci riserva. Accettiamo il fatto che non
tutto è prevedibile e che noi stessi facciamo parte a pieno
titolo di questa vita e che come tali non possiamo prevedere
la nostra evoluzione: l’avere agito in un determinato modo
in passato, anche le circostanze potranno essere assai simili
in un futuro, non è detto che anche le nostre azioni
ricalcheranno per filo e per segno le orme tracciate in
precedenza.
Evitare
di affidarsi ciecamente ai pareri altrui, imparare a pensare
con la propria testa e a decidere sotto la propria
responsabilità. Non cercare di essere coerenti a tutti i
costi, ma affidarsi alla propria bussola interiore, che sa
indicare una direzione, senza dare definizioni nette e
obbligate a priori: è uno strumento e come tale va
utilizzato.
Accettare
il cambiamento, arrendersi al flusso delle cose, cercando di
discriminare quando abbandonarsi al flusso e quando cercare di
opporre resistenza. Ma soprattutto, essere in grado di
discriminare quando vale la pena agire in un modo oppure
nell’altro, questa è la vera saggezza, una meta ideale
verso cui si tende per approssimazioni successive, giorno dopo
giorno, ma che mai si può conquistare una volta per tutte.
Anna
Fata
Psicologa del Benessere