Laddove si parla di ben-essere,
il presupposto fondamentale è la centralità
dell’individuo.
Ha un senso parlare di ben-essere in
azienda? Come si inserisce il ben-essere in azienda? Come si
declina?
Con questo presupposto, semplice
all’apparenza, ma forse più complesso da realizzare, nei
contesti in cui mancano le pre-condizioni relative alla
centralità della persona, appare prioritario ripensare
innanzi tutto all’”organismo azienda”.
L’espressione non è casuale quando con essa si intende un
insieme di ‘cellule’ ciascuna con la propria specificità
e autonomia, che si sono riunite in una medesima entità per
dare vita ad un essere maggiore della somma delle singole
parti, animato da prospettive condivise e obiettivi comuni.
Questa è l’azienda e le cellule sono i singoli individui:
è indispensabile muoversi come equilibristi tra gli estremi,
cercando di valorizzare le peculiarità e allo stesso tempo
armonizzando le differenze, detenendo da una parte delle
fondamenta molto solide, che nello specifico sono i valori,
dall’altra delle visioni per il futuro, degli obiettivi,
delle strategie condivise
dei comportamenti flessibili e adattivi al il mutare
delle circostanze, delle esigenze e delle richieste interne ed
esterne.
Cosa c’entra tutto questo con
il ben-essere?
L’equazione: ben-essere del
singolo individuo=ben-essere dell’azienda è fin troppo
scontata, semplicistica, al punto che non necessariamente
questa si realizza. Come mai?
Definiamo il ben-essere.
E’ lo stare bene, in armonia
con se stessi a livello di mente, corpo e spirito. Non è solo
essere fisicamente sani, in forma, non è solo essere
soddisfatti della propria vita relazionale e professionale, è
anche avere delle linee guida per la propria vita, una bussola
interiore che ci indica dove ci troviamo, dove vogliamo
arrivare, e i modi più adeguati per farlo.
E’ quello che Aristotele
definiva etica dell’eudaimonia, uno stato di ben-essere che
comprende la soddisfazione personale dell’individuo e la sua
collocazione nel mondo, e che si contrappone a quella
dell’edonismo. La prima promuove la soddisfazione intrinseca
che deriva dal fare, dall’esserci in ciò che si fa, che
precede addirittura i risultati concreti che, in genere, con
una dedizione di tal sorta, non si fanno mai attendere.
Laddove c’è l’essere, il fare scaturisce in modo fluido,
naturale, ne è diretta espressione. E’ il bene supremo che
vale la pena di perseguire per se stesso. Non è una
condizione che si limita all’individuo, ma implica anche un
buon rapporto col mondo. Si deve prima risolvere la questione
della propria corretta collocazione nel mondo e poi si può
parlare di soddisfazione che ne deriva.
L’approccio contrario, quello
che si focalizza su ciò che rende piacevoli e non le
esperienze di vita, esalta maggiormente il fare ed è, per
forza di cose, debole, è come se mancasse delle fondamenta
necessarie e indispensabili per la sua sussistenza. Si
potrebbe paragonare ad un albero senza le radici: è fragile,
precario, superficiale, i frutti sono vuoti, aridi, un soffio
di vento li può spazzare via. In quei contesti in cui,
invece, l’essere radica il fare, la motivazione ne viene
alimentata e le difficoltà, se e quando si presentano,
vengono affrontate e superate come opportunità, possibilità
evolutive, di maturazione personale e professionale. Si parte
sempre dall’inizio, dalle radici, mai viceversa, per avere
risultati solidi nel tempo.
E come si fonda, a sua volta,
l’essere?
Sui valori, sull’etica,
espressioni oggi, da una parte passate di moda, dall’altra
ripescate in modo superficiale, come bandiera sventolata a
fronte della quale poca sostanza vi si ritrova. Inevitabile,
perché se a monte non c’è la coltivazione dell’essere di
ciascuna persona all’interno dell’azienda, a cominciare
dal vertice, ben poco può passare. Quanta distanza intercorre
tra le parole pronunciate e il valore, il significato, il
sentire associato!
Il ben-essere è (anche) questo:
è la sintonia tra i vari piani dell’essere (concio,
inconscio e preconscio), nonché tra l’essere, il dire e il
fare. Essere è già di per sé una forma di comunicazione:
sane sono le persone e le aziende che prima di tutto ne sono
consapevoli. E’ da lì che si può intraprendere un
eventuale cammino di evoluzione dell’essere (e poi di
riflesso anche del dire e del fare). E’ un po’ come essere
miopi: non vedo, indosso degli occhiali e poi decido come
muovermi. Farlo prima sarebbe rischioso e improduttivo.
Lavorare sul dire e sul fare,
prima di aver coltivato l’essere è come creare una casa
senza le fondamenta, oppure curare un malessere agendo sul
sintomo e non sulla causa: si rischia di effettuare grandi
investimenti e di raggiungere risultati che nel lungo termine
possono essere assai precari e inconsistenti.
Ma, concretamente, come può
funzionare?
Semplice a dirsi, un po’ meno,
forse, a farsi: fermarsi.
Ascoltare in silenzio, senza
giudicare, incasellare, criticare, lasciare voce all’essere,
è lui la vera e autentica guida.
Un’occasione per cominciare a
dare spazio all’essere dell’individuo e dell’organismo
azienda potrebbe essere la settimana del benessere psicofisico
che avrà il suo nucleo di avvio nelle Marche, a Senigallia
(Ancona) per poi irradiarsi nel resto d’Italia da cui si
sono avute numerose adesioni da parte operatori, centri e
associazioni del settore.
Si parlerà, tra le altre cose,
anche di ben-essere declinato nel contesto aziendale, con
interventi di medici, psicologi, consulenti aziendali che
adottano un approccio olistico all’essere uomo e azienda.
Un’opportunità per (ri)cominciare ad essere.
Anna Fata
Psicologa