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Ben-essere,
felicità, disagio psichico: cosa vogliamo veramente
Da millenni si discute su
cosa sia la felicità e come fare per conseguirla,
riconoscerla, mantenerla.
Per certi versi essa viene
considerata una chimera, che i più conoscono per sentito
dire, inseguono, sentono sempre dietro l’angolo, o si
accorgono del suo passaggio quando ormai è transitata ed è
divenuta parte del regno dei ricordi.
Siamo veramente sicuri di
desiderare la felicità, intesa come stato d’animo raggiante
e solare, di essere predisposti a riconoscerla, e soprattutto
ci sentiamo pronti e degni di accettarla?
E, ancora, siamo proprio
sicuri che sia la condizione ultima, fisiologica di ciascun
essere umano?
O non è forse riduttivo
ridimensionare l’ampio spettro di manifestazioni
emotivo-affettive umane ad un’unica condizione?
Forse è anche per questo che
nell’antichità, più propriamente rispetto ad oggi, si
equiparava il termine felicità a quello più vasto di
ben-essere, inteso come perfetto accordo di mente, corpo,
spirito.
Il crescente uso – e spesso
abuso – oltreoceano, così come di recente anche in Italia,
di antidepressivi non sembra essere in grado di risolvere
questa annosa questione, che pare attenere più ad una
dimensione esistenziale, che non strettamente
chimico-farmacologica.
Il farmaco è come se,
metaforicamente, togliesse la polvere in superficie, ma non ciò
che la riproduce costantemente.
Oggi essere felici non ci
basta più.
Nei tempi odierni, in cui si
può acquistare verosimilmente di tutto, non ci accontentiamo
di qualche sorriso aggiuntivo o di un po’ di serotonina in
più nel sangue. Cerchiamo altro. Qualcosa che non si
acquista, ma che, forse anche per questo, sta acquisendo un
valore sempre maggiore.
Lavorare sulla sinergia
mente, corpo, spirito è una scelta attiva, consapevole,
concreta, la decisione di dire sì alla propria natura,
l’assumersi la responsabilità della propria vita,
modificando schemi e comportamenti disfunzionali,
privilegiando quelli più consoni e rispondenti a quel che ci
si sente nel profondo.
E’ il sapere e sentire qual
è la propria strada, il proprio percorso, i propri processi.
E’ il tracciare il cammino, giorno dopo giorno, passo dopo
passo, facendo le proprie esperienze, senza imitare né
inseguire i modelli preconfezionati vigenti.
È il cucire il proprio abito
su se stessi, liberandosi di quelli stretti e stantii del
passato, evitando il pret a porter uniformante, convenzionale,
standardizzato, spesso inadeguato alle proprie esigenze.
In questo processo ci si può
rendere pian piano conto della ricchezza interiore e del
panorama di vissuti, sensazioni, percezioni che ciascuno ha
dentro.
Si impara ad attribuire loro
pari dignità, valore e diritto di esistenza. Si comincia a
riappacificarsi ed accettare pienamente tutto quel che emerge,
rendendosi conto che la vita propria e altrui è molto più
vasta e inaspettatamente piacevole che non una piatta a
prevedibile ricerca della felicità.
All’apparenza paradossale,
questo percorso aiuta a rendersi conto come la gioia si può
conoscere tramite il dolore, il cielo sereno attraverso le
nuvole, i sorrisi tramite le lacrime. Perché l’esistenza è
molto più di quel che possiamo immaginare o prevedere
mentalmente. E porsi degli obiettivi troppo specifici, a
volte, rischia di limitare troppo il nostro orizzonte
esistenziale, rendendoci così insoddisfatti e prigionieri (di
noi stessi) a priori. Questa è la vera, prima, sofferenza. Ma
così come ce la siamo creata, abbiamo in noi anche gli
strumenti per superarla.
Anna
Fata
Psicologa olistica
Fonte:
SenzaEtà – La Rivista della Famiglia http://www.senzaeta.it/
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