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“Cosa
resta?”
E’
una domanda che, a più riprese, mi si ripropone. Amici,
pazienti, parenti, colleghi, io stessa me lo ricordo
costantemente: “Cosa resta?”.
Cosa
resta di quel che si vede, si vive, delle persone che
s’incontrano, dei luoghi che si visitano, dei successi che
si raggiungono, dei progetti che si realizzano, dei soldi che
si guadagnano.
Su
un piano prettamente psicologico si potrebbe dire la memoria,
il ricordo, il sentire, il calore.
Eppure,
stare a stretto contatto con persone che, per vari motivi la
memoria l’hanno persa, che ti chiedono ogni 60 secondi “Ma
dove siamo? Ma tu chi sei? E questo che cos’è?”, ed ogni
risposta, al pari della domanda si riazzera e si ricomincia
letteralmente ogni minuto da capo, non pare propendere a
favore di questa posizione.
E,
allora, cosa resta?
Forse
è vero che, in realtà, nel profondo, non resta nulla e nulla
deve rimanere.
Anche
perché, se restasse veramente qualcosa, si arriverebbe alla
fine della vita terrena con un senso di saturazione. Eppure
questo non pare accadere.
Solo
in superficie si verifica un andirivieni di persone, luoghi,
situazioni, emozioni, percezioni, affetti.
Nel
profondo, nulla.
Silenzio.
Vuoto.
Immobilità.
E,
allora, dopo il primo sconcerto iniziale, dopo questa brusca e
netta presa di consapevolezza, che pare azzerare ogni voglia,
ogn’istinto, ogni motivazione, quel che emerge è una
risata, profonda, accorata, autentica. E’ come se
d’improvviso ci trovassimo di fronte, faccia a faccia, con
la rappresentazione di noi che ci siamo creati, giorno per
giorno, in cui abbiamo creduto, investito, senza renderci
conto che, la Realtà, era ben altro.
Più
vasta, più autentica, più sconfinata, e immutabile.
E,
allora, con questa consapevolezza di fondo, scaturisce una
maggiore libertà espressiva, un senso di leggerezza, di
armonia, di gioia, di accettazione di quel che accade.
Anche
perché, alla fine, cosa resta?
Anna Fata
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