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La
Creatività, il Creare sono aspetti esistenziali che mi hanno
sempre affascinata. Quella prerogativa che attiene al Divino e
che si declina e fluisce attraverso alcuni di noi. Una
Responsabilità non da pochi, specie di questi tempi, in cui
il ‘diverso’ viene additato e segregato come il peggiore
degli appestati. Oppure, al contrario, osannato e celebrato,
ricoperto di soldi, onori e allori.
Non
tutti coloro che sono investiti di questo ruolo, i Creatori
per eccellenza, gli Artisti, i Geni più eccelsi, sono in
grado di sviluppare una consapevolezza piena di quel che
accade loro. E, spesso, neppure di mettersi pienamente né
completamente a disposizione di quel che accade loro, e di cui
loro sono semplicemente chiamati ad essere umile strumento al
servizio.
Quanti
grandi Geni creativi sono stati emarginati dalla società,
hanno vissuto una vita di stenti e di miseria. Quanti altri
sono stati elevati, pur non avendo alcuna particolare chiamata
Divina.
E,
quanti ancora, pur avendola avuta, non hanno potuto o voluto
rispondere. Con gravi ripercussioni di sofferenze, fisiche ed
emotive. E quanti, d’altro canto, vi hanno aderito, ma senza
gli strumenti di comprensione necessaria per poter Vivere in
piena Libertà e responsabilità quel che stava loro
accadendo. E, da lì, il turbinio di gioie, dolori, le
tempeste e le tormente, molte delle quali, prima o poi, sono
culminate nello sconfinamento della follia o del suicidio.
Già,
perché l’Ispirazione creativa, se si tenta di darle una
spiegazione razionale, non ha alcunché di razionale. E se la
ragione s’ostina a volerla inquadrare nei suoi canoni, ne
esce sconfitta, sviata e deviata da Qualcosa che va oltre i
suoi schemi logico razionali.
Di
fronte all’Ispirazione ci può e ci si deve mettere
semplicemente a disposizione, con tutto se stessi, senza
pudori né riserve, senza vergogne né ripensamenti, con un
“Sì” pieno, convinto, gioioso, appassionato.
Un
famoso scrittore, di fronte alla domanda insistente di una
giornalista circa come lui si sentiva negli istanti prima
d’iniziare a scrivere, lui rispose: “Ha presente come ci
si sente quando si ha un urgente bisogno di andare in
bagno?”. Al che la donna, parzialmente sbigottita, incalzò:
“E dopo che ha finito di scrivere?” – lui ribatté:
“Ha presente quel piacevole senso di svuotamento e di
leggerezza che si sente dopo aver evacuato?”
L’immagine,
nella sua concretezza e immediatezza, sebbene possa togliere
quel velo di aulico che aleggia intorno alla spinta creativa,
rende perfettamente l’idea. Quando giunge l’Ispirazione si
è nella fase del bisogno: non si può controllare,
trattenere, dilazionare. Va scaricata. Subito. Pena un’ampia
quota di sofferenza. Anche su un piano fisico, e non solo
emotivo.
E’
proprio così: la vena creativa induce un senso di pienezza,
di sazietà, fino a sentirsi traboccare. Va condivisa,
lasciata fluire, espressa nei modi, nelle circostanze e con
gli strumenti che per ciascuno sono più propizi.
Si
può proseguire per ore, giorni, talvolta anche settimane,
senza avvertire un’ombra di stanchezza, senza sentire il
tempo che scorre o la fame ch’avanza. Si entra in una
dimensione completamente senza tempo, di dilatazione immensa,
in cui tutto s’estende all’infinito, in cui tutto appare
risuonare in modo ampliato, profondo, insolitamente luminoso e
meraviglioso.
Niente
è così vivido ed emozionale come in quella fase. Nulla è
scontato. Tutto diviene degno d’essere cantato e celebrato.
Tutto appare un miracolo, un Dono che si sussegue, istante
dopo istante.
Mi
piace poter definire questa fase come quella de l’Amore con
il Divino: la sensazione di essere totalizzati, assorbiti con
tutti i sensi, il Corpo, il Cuore, lo Spirito, l’essere
completamente presenti, eppure assenti, il sentire la propria
persona svanire di fronte al Fluire di parole, suoni,
immagini, che scorrono attraverso le proprie dita. Ma queste
dita cessano di essere tali, al pari dell’Opera che si sta
creando, per diventare semplicemente un Qualcosa che scorre,
così, con morbidezza, naturalezza.
Di
fronte alla generosità di un Divino che s’è abbassato per
esprimersi attraverso la nostra umile persona, non possiamo se
non inchinarci, ringraziare, benedire ed essere altrettanto
generosi, mettendoci a nostra volta a disposizione come
strumenti terreni che possono offrire una connotazione
concreta e presente al Tutto.
Molto
spesso, quel che accade a posteriori, dopo queste intensi e
appassionati Passaggi del Divino, è che ci si ritrova non
solo improvvisamente stanchi, con la sensazione di essere
stati attraversati da un Fiume in piena o da un Vento
possente, che portano anche a dormire per due giorni di
seguito. E, come se non bastasse, il più grande paradosso:
non si riconosce l’Opera compiuta come propria. E, per certi
versi, questa percezione ha il suo fondamento.
Da
dove vengono le parole, le note, le pennellate che abbiamo
impresso sulla materia?
Dove
eravamo noi, col nostro misero Ego, mentre il Divino ci
chiedeva d’unirsi a lui?
Forse
è proprio nella inesplicabilità dei dilemmi associati alla
Creatività che alberga il suo intramontabile fascino. E,
ancor più, il rispetto che ciascuno dovrebbe nutrire verso le
Opere artistiche, al di là dei canoni estetici connotati a
livello storico, socioculturale e personale.
Anna
Fata
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