Quando
vidi Laura per la prima volta, era carina, molto carina. Anzi,
sotto un certo punto di vista, era bella, ma non lo sapeva.
Quanto più parlava, tanto più mi convincevo di questo.
Si
era presentata al primo incontro ben vestita, curata, con un
bel paio di scarpe col tacco che indossava quasi con pudore e
ritrosia, sotto una gonna sobria, dal taglio classico, appena
sopra il ginocchio.
Mi
colpirono da subito gli occhi: mai vidi prima di quel momento
degli occhi così eloquenti. Le sue parole apparivano quasi un
sovrappiù rispetto ad un dialogo che quegli occhi sapevano
sostenere con tanta grazia e maestria.
La
incontrai più e più volte, nel corso dei mesi, degli anni.
Imparai a conoscerla, anche se quel velo di mistero, in lei più
che in ogni altra persona accompagnava la sua presenza,
inizialmente cordiale, ma vagamente distante, pronta ad
afferrare delicatamente, ma non per questo meno saldamente, la
mano di chi, come me, le aveva mostrato ascolto, accoglienza,
interesse.
La
presenza di quegli occhi m’accompagnò per anni. Ricordo
quando una volta arrivò con delle fotografie, che estrasse
dalla borsetta di pelle, in tinta con le scarpe. Due erano in
bianco e nero, risalivano a tre mesi prima del suo stare male
all’età di circa 8 anni, e a dispetto della bicromia,
manifestavano un arcobaleno di emozioni, sensazioni, una
carica di vitalità che solo progressivamente, nel tempo, con
un grande lavoro, abbiamo fatto riemergere. Ora il mondo di
Laura è tornato ad essere colorato, molto colorato.
Tante
volte mi chiedo e mi ri-chiedo quale sia il senso dello stare
male di una bimba di soli 8 anni, quale ‘lezione’ questa
ne può trarre, quando ancora ha la sua infanzia da vivere, i
giochi con gli amichetti, e la spesso scarsa se non nulla
disponibilità di strumenti per affrontare la situazione. E
chi le sta intorno, ancor più di frequente, appare anche più
impreparato, sguarnito, ma soprattutto fin troppo spaventato
per osservare, riconoscere e dare un nome a quel che si sta
verificando. Figuriamoci affrontarlo.
La
terza foto, invece, era a colori. Una bimbetta splendida, con
un vestito rosso, intenso, al punto da accentuare la carica
vitale di questa bimba, senza involgarirla, con quel pizzico
di aria aristocratica e raffinata che fin da piccola emergeva.
E gli occhi, quegli occhi, verdi, enormi, così grandi da
poter racchiudere un mondo intero. Il suo.
Li
abbiamo ritrovati quegli occhi, e abbiamo rifatto scaturire
quel rosso dentro, per tanto tempo sopito, sedato, ricacciato,
nascosto sotto un blu, o sotto una timida vena di giallo. Ma
il rosso, quello doveva riemergere, insieme al verde, al
lilla, all’amaranto, e all’intera gamma di tonalità che
aveva dimenticato.
Tante
volte mi sono domandata a chi possa essere servita quella
sofferenza, così precoce, crudele, che ha aperto gli occhi di
una bimba così piccola, troppo presto, le ha svelato mondo
che molti cosiddetti adulti neppure s’immaginano e non
augurerebbero al peggiore dei nemici. Troppo spesso
m’interrogo su come sia possibile attraversare periodi di
secca e di deserto fingendo che vada tutto bene, che il
dolore, le sofferenze le lacrime possano essere una normalità
di cui è intrisa la quotidianità. Già, perché l’inferno
è in terra, alcuni sostengono.
Ma
sono altrettanto madida d’ammirazione per il coraggio di chi
tutto questo modello interpretativo non l’accetta, di chi
piange, di gioia e di dolore, ma sa e sente che è anche
possibile ridere, amare, giocare, lavorare, fare le faccende
domestiche con una consapevolezza diversa, con un senso di
benedizione e d’abbondanza, di rispetto e pienezza, mentre
si dà un senso e un valore a tutto questo e allo stesso tempo
lo si lascia andare, con leggerezza e fiducia.
Laura
è veramente una bella donna, dentro come fuori, fuori come
dentro. Sono felice che se ne stia accorgendo anche lei,
seppure con tutta quella riservatezza, discrezione e modestia
che la caratterizza.
Sono
altrettanta felice di averla potuta accompagnare per alcuni
anni nel suo cammino, di averla affiancata nel percorso di
risanamento della sua ‘bimbetta interiore’ e nel suo
fiorire e riconoscersi come donna. Ora sento che è pronta per
camminare da sola. Anche con i tacchi.
Anna Fata