Veniamo abituati, fin da piccoli, a chiederci: “Perché?”.
Di fronte ad ogni fenomeno, evento, manifestazione di vita si
afferma un tentativo costante di indagare, analizzare,
sezionare, sviscerare fin nelle fondamenta. A volte,
l’eccesso di analisi, lo sminuzzare, porta a perdere di
vista l’intero, la complessità, l’enorme carico di
relazioni e di interconnessioni che rendono ragione del tutto.
In sintesi: si perde la vita.
Se, talvolta, trovare delle spiegazioni, andare a fondo,
ricostruire i passaggi trascorsi può essere utile per dare un
senso al presente, risulta immediatamente evidente che
quest’ultimo, in realtà, sfugge a qualsivoglia definizione
una volta per tutte.
Il presente, nella sua natura, è pulsante, vibrante, vitale: nel
momento stesso in cui si cerca di incasellarlo, etichettarlo,
ingabbiarlo, lo si perde. Non solo non lo si vive – laddove
vivere è il fare esperienza con il corpo, la mente, lo
spirito nel loro dipanarsi, complesso e intricato – ma lo si
riduce a qualcosa di snaturato, privo della sua essenza più
autentica e in quanto tale non più se stesso.
E’ un po’ come racchiudere dell’acqua di mare in un barattolo
per portarla con sé: è ancora mare o forse diviene qualcosa
d’altro, semplice acqua salata, magari?
Come fare, dunque, per cercare di conciliare questo impeto
analitico, questa mente indagatrice, con uno spirito vitale
che non viene alimentato dalla razionalità, ma da suoi
aspetti complementari, la sensorialità, l’intuito, che come
tali si nutrono dell’assenza del giudizio per assumere dati
grezzi, im-mediati, carichi di verità e di senso che
trascendono gli aspetti logico-razionali del pensiero?
Non credo, nella mia esperienza, che esista una regola generica,
valida per tutti, e in ogni circostanza. Sono piuttosto
dell’idea che una ricerca analitico-razionale su se stessi e
la realtà che ci circonda sia imprescindibile per un percorso
di conoscenza di sé e del mondo di cui si è parte. Una volta
realizzata – e, magari, talvolta ripresa in base alle
necessità e inclinazioni di ciascuno – ritengo che si sia
pronti per lasciarla andare, per compiere quel passo
importante che ci porta a vivere un’esperienza radicale: con
la ragione non si può arrivare ovunque.
C’è sempre, e sempre ci sarà, un margine di inconoscibile,
indicibile, indescrivibile con cui siamo e saremo
costantemente chiamati a fare i conti. Da questo non si
scappa, che ci piaccia o meno ci possiamo opporre, ribellare,
possiamo continuare a vivere nell’illusione di essere in
grado di capire, controllare, prevedere ogni cosa, ma per
tutti, prima o poi, arriva un momento in cui ci si scontra con
le proprie pseudocertezze. A quel punto abbiamo l’opportunità:
proseguire sulla strada perseguita fino a quel momento,
mettere a tacere l’intuizione che per un istante ci ha
folgorati, fingendo che non sia accaduto alcunché, oppure,
arrischiarsi su un terreno sconosciuto, apparentemente
sconfinato, lasciando andare le pseudosicurezze e af-fidarsi a
qualcosa di più grande che ci trascende e ci accomuna.
Ciascuno ha i suoi modi e tempi e come tali ognuno può sentire
quando è venuto il momento di mettere un po’ da parte
l’analisi efferata e creare un po’ di spazio per lasciare
andare, per sentire col cuore e la pancia. La stanchezza dei
modi abituali, di solito, segna il passaggio e l’ingresso in
una rinnovata dimensione di vita.
Anna
Fata
Psicologa