Dare e avere: nutrimento di sé e degli altri
   
 
   
 
   

Spesso capita d’imbattersi in persone che pretendono, inglobano, divorano avidamente tutto ciò che qualcuno può offrire loro: ascolto, compagnia, sesso, amore. Hanno una capacità di ingurgitare senza assaporare, né tantomeno di assimilare. Non fanno differenza tra chi porge loro un dono né quale esso possa essere, l’importante è accaparrare, accumulare, a volte anche rubare, se necessario, per placare quella devastante fame interiore.

Quel che impressiona maggiormente nel vedere queste persone dall’esterno non sono tanto la voracità, l’avidità, la grettezza, il cinismo, l’arrivismo, l’atteggiamento da ‘tutto mi è dovuto’, quanto, in modo speculare, quel che vogliono evitare di sentire con questo atteggiamento: un profondo, devastante, immenso vuoto interiore, che all’apparenza sembra incolmabile, al punto da sentirsi minacciate da esso. O divoro, o verrò divorato.

Messi da parte lo sconcerto, a volte anche la rabbia che possono suscitare in chi si imbatte in loro, e che per una lunga serie di motivi può portare anche a colludere con loro, a prestarsi al loro gioco, pensando di poterli almeno una volta nella vita saziare, il senso di commozione, di compassione, di pietà (e non di pena che sottende il timore di poter essere un giorno nelle loro stesse condizioni) che suscitano può essere assai intenso. Nessuno li ha ‘saziati’ emotivamente nei primi delicati anni di vita, ma quel che è peggio è che a loro volta non sono stati messi nelle condizioni di sviluppare quelle abilità genitoriali nei confronti di loro stessi che gli permettano di essere teneri, amorevoli, confortanti verso di loro.

Il centro del loro essere è spostato verso l’esterno, nella vana attesa che qualcuno si possa prendere cura di loro in tutto e per tutto, perché sentono di aver contratto un credito nei tempi più remoti che non solo non è mai stato saldato, ma a cui nel frattempo si sono sommati ingenti quantità di interessi, al punto che il saldo difficilmente può avvenire.

Quasi mai, in questi casi, un amico, un parente, un partner può aiutare la persona coinvolta a scalfire questo circolo vizioso che è doloroso tanto per la persona che lo vive quanto per chi la circonda.

E’ la persona stessa che con le sue forze, e in caso di necessità supportata da un professionista che le ispira fiducia, deve intraprendere un cammino in se stessa e per se stessa per arrivare alla maturazione di quelle parti di sé che in passato non ha sufficientemente coltivato e giungere così ella stessa a saldare l’insieme di debiti e crediti verso sé e gli altri. Questo, tra l’altro, è l’apice del perdono: rendersi conto che se le cose non sono andate come ci si aspettava nessuno ha colpa, né lei, né altri, quel che conta è il presente, è da lì che si (ri)parte.

Anna Fata
Psicologa