Il diritto di manifestare dei cinesi
   
 
   
 
   

Una notizia  che ha fatto molto scalpore tra l’opinione pubblica in questi ultimi giorni, riguarda  i disordini scoppiati a Milano. Oggetto: la comunità cinese che risiede nel capoluogo lombardo da anni.

Qui entrano in gioco vari elementi e situazioni: tolleranza, odio razziale, fanatismo politico ed ideologico, condizioni socio-umanitarie, interessi economici,  diplomazia internazionale, ecc.

Premetto  che questo non vuole essere assolutamente né un diario degli avvenimenti (che io personalmente non conosco), né un giudizio sull’essere o non essere una cosa giusta. Tenta di essere solo uno spunto di riflessione su dove inizia il diritto di manifestare e dove, d’altro canto,  lo stesso diritto non è mai stato  né concesso né tanto meno ammesso.

Ecco: il Tibet, conosciuto anche  come il Paese delle nevi.

L’articolo 21 della nostra costituzione dice: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.(…)”

L’art. 17 afferma che: “i cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi. Per le riunioni, anche in luogo aperto al pubblico, non è richiesto preavviso. Delle riunioni in luogo pubblico deve essere dato preavviso alle autorità, che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica”.

Ogni cosa è giusta e perfetta: tutti abbiamo il diritto poi di reagire a situazioni, posizioni, discrepanze, e quant’altro. Ma i cinesi, come fanno a parlare di diritti umani quando loro stessi non sanno neanche cosa sono e come si applicano?

Io sono filotibetana da sempre: perdonate pertanto la mia presa di posizione. Credo, comunque,  il lettore d’oggi conosca benissimo il caso Cina.

La Cina, appunto, è la più grande potenza economica del mondo, la più grande popolata nazione del globo. Cina oggi è tutto e niente.

Niente, non vuole essere dispregiativo, anzi, ma è il contrario di tutto. E’ l’altra faccia del tutto perfetto e pronto per le Olimpiadi e per il futuro. La Cina è il futuro con l’India. Cindia, appunto.

Ma i diritti umani, dove li mettiamo? I cattolici cinesi e non solo loro, sono perseguitati da sempre: possono infatti professare la religione di nascosto, nel buio, col terrore di essere scoperti o…

Be’ chi conosce la situazione anche del Tibet, avrà avuto modo in questi giorni di riflettere.

I tibetani, quel popolo che vive ad elevata altitudine, lassù sull’altopiano più alto della Terra e che di fede segue il Buddha e che come capo supremo riconosce  solo il Dalai Lama (esiliato da decenni in India), insomma, chi sono? Alieni forse?

No, sono un popolo mite che appunto, essendo tale, crede nella pace e nella non-violenza.

Perseguitati, uccisi, massacrati, maltrattati, violentati nell’anima e nel corpo, loro, il diritto di manifestare non l’hanno. 

No, non l’hanno lassù dove il cielo è terso, dove l’aria è rarefatta, dove i laghi sono blu-blu.

No. Per loro non esiste la costituzione, non esiste la possibilità di urlare “Free Tibet o Save Tibet”.

Non si possono ribellare all’oppressore straniero (cinese) che li obbliga a cambiare usi, tradizioni, lingua, costumi. Ahimè, vita.

No. A casa loro, i tibetani non possono far sventolare neanche per un solo maledetto istante, la loro bellissima bandiera che sa di pace, che profuma di speranza e  voglia di libertà.

La libertà: ecco. Noi l’abbiamo, i cinesi-italiani giustamente anche. Ma i miei amici tibetani, che muoiono per gli stenti o nelle carceri cinesi, che scappano coi bambini e vengono uccisi sul confine dall’esercito, non possono neanche sussurrare e, sottolineo sussurrare, la parola libertà. Non conoscono futuro. Glielo hanno ucciso. Perché?

Cinzia Bassani