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“Una
compagnia di porcospini, in una fredda giornata d'inverno, si
strinsero vicini, per proteggersi, col calore reciproco, dal
rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono le spine
reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo
l'uno dall'altro. Quando poi il bisogno di scaldarsi li portò
di nuovo a stare insieme, si ripeté quell'altro malanno; di
modo che venivano sballottati avanti e indietro tra due mali,
finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca,
che rappresentava per loro la migliore posizione”.
Fonte: A. Schopenhauer, Parerga e Paralipomena, II, 2,
cap. 30, 396
La
sfida di trovare la giusta distanza, fisica, e ancor più
psicologica, da chi ci sta intorno, soprattutto all’interno
della coppia, è qualcosa che dobbiamo affrontare pressoché
quotidianamente.
“Hai
frugato nel cassetto del mio comodino!”, “Hai portato i
tuoi amici a casa senza avvisarmi!”, “Mi telefoni in
continuazione!”: questi sono alcuni dei fastidi che
accusiamo più di frequente e che testimoniano come la giusta
distanza psicofisica, che comporta il rispetto degli spazi
propri e altrui, sia qualcosa che va costantemente rinegoziato
e ridefinito. Non esiste una giusta distanza in assoluto, ma
quella che fa stare bene due persone specifiche in un
determinato momento di vita, dopo il quale potrebbe non essere
più appropriata.
La
sfera personale, intima, non si misura in metri né in
centimetri, non si delimita con un nastro rosso, ma è
qualcosa di più sottile e simbolico che se viene violata fa
sentire invasi, espropriati di una parte di sé. Tra le
reazioni più comuni possono esserci: il ritiro, l’attacco,
il tutto al fine di difendersi.
Tutti
conosciamo e nutriamo il piacere di stare con gli altri, ma
dobbiamo poter essere in grado di decidere se, come, quando e
cosa condividere di noi.
I
legami di interconnessione e di interdipendenza che ci mettono
in connessione con le persone, così come con l’universo più
ampio di cui siamo parte, ci impongono di trovare sempre nuovi
equilibri in questo processo, non possiamo fare diversamente.
Se il nostro vicino di casa ha parcheggiato nel posto auto che
ci appartiene dobbiamo essere in grado di fargli notare la
cosa senza necessariamente rompere i rapporti con lui: una
svista può capitare a chiunque, anche a noi.
Di
fronte al piacere e, a volte, la necessità di relazionarsi
con chi ci sta intorno può sorgere l’estremo opposto:
l’ostinazione di potersela sbrigare senza di loro. E da qui
la chiusura autarchica in un piccolo mondo individuale, con
l’illusione dell’autosufficienza e dell’autosussistenza.
Ma nessuno possiede delle risorse illimitate: ogni sistema è
parte di un sistema più ampio con il quale intrattiene degli
scambi. Se questo non accadesse si esaurisce. E questo accade
a qualsiasi essere umano: svuotamento di energie, affettivo,
di risorse, tristezza, apatia, o al contrario rabbia,
aggressività, frustrazione, quando ci si rende conto di non
essere onnipotenti e omniscenti e che, a volte, si deve anche
chiedere e si deve saper accettare quel che ci viene offerto.
Uno
tra i più grandi obiettivi evolutivi che ciascuno deve
affrontare è trovare un compromesso tra onnipotenza, che
porta illusoriamente a credere di poter bastare a se stessi, e
impotenza, che induce a non avere sufficiente fiducia in se
stessi, nelle proprie risorse e che per questo non vale la
pena di agire.
Chiedere,
sapendo che si può ricevere senza essere sminuiti, dare senza
umiliare, ma consapevoli che si sta offrendo una parte di sé
e del proprio operato, gratuitamente, senza attese di ritorni,
per la crescita personale propria e dell’altro. Quanto più
ciascuno riesce ad essere se stesso, a conoscersi,
valorizzarsi, mettere a frutto le proprie potenzialità, tanto
più anche chi sta intorno riuscirà a fare altrettanto, perché
verrà stimolato dall’altro sia come modello, sia come
maieuta.
Anna
Fata
Psicologa
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