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Ciò
a cui diamo attenzione si espande.
Diventiamo
ciò a cui diamo attenzione
B.Shoshanna
Che
l’amore abbia in sé una componente di tragicità, di dolore
e di sofferenza è un mito duro a morire. Se è vero che ogni
elemento contiene in nuce il suo opposto, è altrettanto vero
che quando si sfocia nel dolore ci si trova nell’estremo
opposto: non è amore, ma qualcosa d’altro.
Il
dolore sorge nel momento in cui si vivono situazioni che sono
contrarie alla nostra evoluzione personale. E’ il segno
concreto e tangibile che stiamo sbagliando strada. Esso ha la
sua utilità nel momento in cui siamo in grado di dargli un
senso e troviamo il modo per reindirizzare altrimenti la
nostra esistenza.
Il
dolore scaturisce come segnale di allarme quando non stiamo
valorizzando le nostre potenzialità, o, per dirla in altri
termini, quando non assecondiamo la nostra Anima come
principio vitale che ci rende pienamente umani.
L’Anima
ci spinge verso la nostra autorealizzazione, ci presenta una
lunga serie di opportunità che, se colte, ci possono aiutare
ad espandere e ad essere pienamente noi stessi. Noi abbiamo
piena libertà in questo processo: possiamo decidere se
aderire al nostro progetto di vita, oppure se allontanarcene.
Ma in quest’ultimo caso l’Anima ne soffrirà, per questo,
di tanto in tanto, invierà segnali che possono riportarci
verso un’esistenza più consona alla nostra essenza più
intima e autentica.
Le
ferite che nel corso delle relazioni affettive ci possono
tangere rappresentano un esempio di opportunità di
riorientamento vita. Ma le ferite che ci vengono inferte lungo
il percorso non sono altro se non la riproposizione di qualche
prova che a suo tempo non abbiamo superato. Per questo, schemi
e modalità si ripresentano, pur nelle mutate circostanze. In
aggiunta, le persone con cui abbiamo a che fare, non sono mai
responsabili, in realtà, del nostro dolore: siamo noi che
diamo loro potere di ferirci, siamo noi che esponiamo il
nostro lato vulnerabile, per la scarsa consapevolezza che ci
caratterizza in quel momento. Ci apriamo proprio con le
persone che dovremmo evitare.
Ma
anche in questo caso, non tutto è perduto. Il dolore
rappresenta una grande lezione di vita nella misura in cui
punta il dito sulle parti di noi che necessitano di una cura e
di un’attenzione particolari.
Quando
ci reimpossessiamo del nostro potere, quando diventiamo
consapevoli del valore e del significato del dolore, quando ce
ne prendiamo cura, senza nascondere la testa sotto la sabbia,
ci rafforziamo, diventiamo autentici, e di riflesso cominciamo
ad attrarre persone veramente in sintonia con la nostra
natura, da cui verremo rispettati e considerati, esattamente
come abbiamo cominciato a fare con noi stessi.
Prendersi
cura delle proprie ferite non significa indugiare su di esse,
tornare ripetutamente nelle condizioni che le hanno provocate.
E’ come mettere il dito in una piaga: una inutile,
masochistica sofferenza. Arriva un momento, al termine del
riesame della propria esistenza, in cui il passato deve essere
lasciato andare. E’ andata come è andata. Veri
‘colpevoli’ come li intendiamo noi, non ce ne sono,
inutile perdere tempo in processi infiniti. A che pro? Un
risarcimento per un dolore vissuto non lo lenirà mai
abbastanza.
Cercare
di ripetere i vecchi schemi, di trovare partner simili tra
loro, o che rievocano i nostri genitori nel tentativo
inconscio di correggerli è un’inutile perdita dei tempo, di
energie e rinnova il dolore, perché l’irrealizzabilità
completa di questo processo è costante. Ciascuno di noi nella
sua vita fa del proprio meglio, a volte in questo procuriamo
inavvertitamente dolore in chi ci sta intorno. In realtà,
ripetere, rievocare, rimuginare, progettare vendetta, sono le
vere fonti di dolore. Lasciare andare tutto ciò rende liberi.
La
vita nella sofferenza è una scelta: nel momento in cui cresce
la consapevolezza ci si rende conto dell’assurdità di
questa scelta e della necessità di avviare un processo di
cambiamento. Perdonare se stessi e chi si ritiene che abbia
inflitto del dolore, con deliberata intenzione o meno, è un
lasciare andare, un liberare se stessi e gli altri di un peso.
E’ il rompere le catene e aprire le porte alla libertà, al
rinnovamento interiore. Quanto accaduto, il fatto concreto non
si cancella, la memoria resta, ma viene sgravata della
sofferenza concomitante.
Accettare
i lati luminosi di sé, così come quelli oscuri consente di
fare altrettanto con gli altri, senza proiettare quello che
non gradiamo di noi per poi assolutizzalo. Nessun essere è
del tutto buono o cattivo, ma una miscellanea di questo. Anzi,
per andare oltre questa classificazione, ognuno è
semplicemente quello che è.
Anna
Fata
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