Provate
a pensare ad un equilibrista. Cammina sulla corda,
costantemente alla ricerca del suo equilibrio. E’
concentrato, attento, presente. E’ un lavoro che non
abbandona mai finché si trova sospeso a distanza di metri dal
suolo. La sua condizione è fragile, precaria, basta un
nonnulla per infrangerla. Non è solo una questione di spazio
esterno, un alito di vento, un rumore improvviso che potrebbe
turbarlo, ma anche e soprattutto una condizione interna che lo
porta ad essere presente a se stesso e a ciò che sta
compiendo e vivendo.
Quando
si è molto concentrati su stessi, come è il caso di questa
condizione estrema, si riesce a dare il meglio di se stessi.
Anche le condizioni che mettono maggiormente alla prova, più
disagevoli, il freddo, il caldo, la fame, la sete, i rumori,
possono essere in parte o in toto ignorate, oppure utilizzate
a loro volta per raggiungere i propri obiettivi.
Cosa
accadrebbe se l’equilibrista per mantenere la sua stabilità
e raggiungere l’altro estremo della corda dipendesse da
qualcuno che gli grida come e dove mettere i piedi per
incedere? Sarebbe costantemente in balia di qualcuno esterno a
se stesso. Perderebbe il suo centro, la sua autonomia, ma,
ancora peggio, rischierebbe di dimenticarsi di avere in se
stesso le possibilità per portare a compimento quanto si è
prefissato.
La
situazione potrebbe arrivare ad un estremo tale che potrebbe
addirittura fare scegliere non solo il percorso, ma anche la
meta stessa all’altro da sé.
Risultato?
Se
in un primo momento si potrebbe sentire lievemente sollevato
per il fatto che qualcuno al suo posto si occupa di lui, del
suo cammino, delle sue necessità più immediate, alla lunga
si potrebbe trovare in luoghi che si rende conto di non aver
mai voluto raggiungere. Da qui l’inevitabile crisi
d’identità: chi sono? Cosa voglio? Cosa mi piace? Cosa
desidero? Dove mi trovo? Dove voglio arrivare?
Fuor
di metafora: nel momento in cui abdichiamo ad una parte di
noi, quella che ci suggerisce chi siamo, cosa vogliamo, ciò
per cui vale la pena di vivere e di agire, ci solleviamo da
parte delle nostre responsabilità. Regrediamo ad una fase
simile a quella in cui da piccoli i nostri genitori
sceglievano per noi, ma questo va a scapito della nostra
libertà. Non solo: perdere la nostra identità, il nostro
centro ci priva anche della possibilità di un incontro
autentico con l’altro da noi.
Se
ci ostiamo ad essere e ad agire come gli altri si aspettano da
noi non solo perdiamo gran parte della nostra essenza e della
nostra autenticità, risultando come delle sorte di ‘scatole
vuote’, mera apparenza dentro alla quale nulla di realmente
consistente esiste, ma quand’anche qualcuno si volesse
avvicinare a noi, troverebbe la nostra ‘casa’
completamente vuota, deserta, perché il padrone, noi stessi,
se n’è andato lontano. “Vegliate, perché non sapete
quando il Signore arriverà”
- era scritto nelle antiche Scritture. Quando arriva un
ospite, chiunque egli sia, dobbiamo essere in casa per
riservargli una degna accoglienza.
E
allora impariamo a coltivare noi stessi, la nostra essenza, i
nostri spazi, il nostro piccolo giardino interiore, un mondo
segreto, vitale, rigoglioso che è tale se e fintantoché
qualcuno se ne prende cura. Chi meglio del suo padrone può
farlo? Chi meglio di lui conosce ogni singola forma di vita in
esso presente? Coltivare se stessi, come accade per la rosa
del Piccolo Principe. E solo a partire da questa grande scuola
vita di giardinaggio interiore si può poi passare ad
estendere questa esperienza anche al mondo di chi ci sta
intorno.
Quando
ci avviciniamo ad una persona non chiediamoci cosa fare per
piacerle, ma restiamo aderenti a noi stessi, al nostro essere,
al nostro sentire: l’agire verrà di conseguenza. Non
lasciamoci piegare da chi ci vorrebbe modellare in un modo o
nell’altro, da chi pretende più spazio o tempo da noi
rispetto a quello che possiamo offrirgli, da chi ci impone di
allontanarci da amici, parenti, hobby o passioni. Quello non
è vero interesse, né amore nei nostri confronti. Amore per
noi è sapere quale è la nostra strada, seguirla, e
sostenere, favorire il cammino personale anche di chi ci sta
intorno.
Possiamo
non condividerlo, ma non sta a noi giudicare, prendere
posizione, noi possiamo essere dei facilitatori, dei
catalizzatori del processo di crescita, di evoluzione, di
maturazione nostra e degli altri. Tale percorso comporta, a
volte, anche delle cadute, delle false piste, dei giri molto
più lunghi del dovuto, ma si tratta di esperienza di vita e
ciascuno di noi ha il diritto di compiere la propria. Sta a
noi accettare che ognuno è diverso e che deve poter seguire
la sua strada.
Con
quanta curiosità, meraviglia, rispetto, a quel punto, ci si
può avvicinare agli altri e farsi approcciare da loro. La
delicatezza, la gradualità dei modi e dei tempi ci viene
spontanea a quel punto, perché sappiamo per esperienza
personale come ogni cosa per crescere ha bisogno del tempo e
del relativo nutrimento, dello spazio, dell’aria e
dell’acqua. Non troppo, non poca, la giusta quantità che
ognuno di noi conosce. E in tal modo le relazioni con gli
altri saranno in grado di rispettare le giuste distanze, modi
e tempi, non soffocanti, ma neppure fredde e distanti.
Con
il proprio essere si sarà in grado di comunicare il messaggio
“io ci sono”, io sono in casa, sono qui, pronto ad
accoglierti, se tu lo vorrai. Le mie decisioni di vita saranno
in funzione mia, ma anche rispettose di te, dei tuoi tempi,
dei tuoi spazi. Ed ecco che a quel punto l’egocentrismo,
che rappresenta un modo indispensabile per essere in contatto
con se stessi, pur restando presente, sfuma e si intreccia con
l’ecocentrismo, uno stile di vita consapevole della
presenza di un mondo circostante, all’insegna
dell’interdipendenza.
Se
si parte da se stessi risulta molto naturale estendere ciò
che di ‘buono’ si riserva a se anche agli altri. Non sarà
frutto di uno sforzo, ma il risultato autentico di se stessi,
del proprio giardino interno, chiunque ne apprezzerà il
valore e noi non ci sentiremmo deprivati. Essere nelle
condizioni di poter dare è un dono che diventa ancor più
grande se c’è qualcuno in grado di riceverlo.
Anna
Fata