Mai come oggi impera una
marcata tendenza all’esserci, al mettersi in mostra,
all’esibire parti di sé, del proprio fare, del proprio
pensare.
I bimbi fin da piccoli
desiderano lasciare traccia del loro passaggio: ditate sui
vetri, sui muri, scarabocchi sui fogli, grida, gesti
istrionici e plateali. E noi, ‘piccoli adulti’ abbiamo
i nostri modi più raffinati, e talvolta tecnologici.
Ci mettiamo in mostra
sui filmati dei telefonini, sui profili di FaceBook,
Twitter e affini, sulle fotografie digitali che inviamo a
mezzo mondo, diciamo la nostra praticamente su tutto nei
vari Blogger e Blogspot. Modi relativamente comodi, poco o
per nulla costosi per sentirci protagonisti, al centro del
mondo, nella illusoria pretesa che il mondo possa essere
interessato alle nostre manifestazioni. Un rinforzo
sconfinato del nostro potente egocentrismo.
E ci celiamo dietro al
desiderio di tornare in contatto con ex, ex fidanzati,
amici, compagni di classe, dalle elementari,
all’università, al master. Un popolo di ex, un retaggio
di passato, che spesso poco ha a che vedere col presente.
Eppure stupisce, talvolta, ricontattare o essere
ricontattati da persone per le quali sembra che il tempo
si sia fermato. E non si parla tanto o solo di aspetto
fisico, quanto di maturazione interiore. Ma forse è
proprio questo che segretamente desideriamo: sapere che il
tempo non si è mosso da dov’era, che tutto è rimasto
esattamente come l’avevamo lasciato, dieci, venti, o
trent’anni prima. E così anche noi c’illudiamo di
partecipare di quella dimensione ‘senza tempo’.
E com’era bello il
tempo che fu, quando non c’erano le scadenze pressanti,
il lavoro, le spese, le rate, i figli e le mille
responsabilità connesse. Un tuffo nel passato, che
leggerezza. E che stupore quand’anche si scopre la
professoressa, ormai quasi ottuagenaria che ‘smanetta’
meglio di un quindicenne che ha un profilo più articolato
e raffinato di chi conosce gli ultimi ritrovati
tecnologici, ma poi fatica ad articolare tre parole
consecutive di senso compiuto. Ah, bei tempi.
E allora come si fa a
non cadere in tentazione di dire la propria, di limare e
abbellire un po’ il proprio profilo, di rispondere
all’ennesimo test, pur nella convinzione che sono tutte
‘sciocchezze’, però.. un po’ per curiosità, un
po’ per vanità, se ne cerca ancora uno, e ancora uno.
E come rinunciare
all’essere costantemente online, sempre connessi, per
esprimere anche solo con una frase banalissima cosa si sta
facendo al momento presente. E lo si perde. Lo si
discioglie in parole, come si potrebbe fare con un ottimo
vino d’annata annacquato. Perché tutti devono sapere,
meglio ancora se qualcuno mi risponde. Così non mi sento
solo. Già, perché in fondo, in fondo, anche quei 357
amici che annovera il mio profilo non sono poi tutto
questo granché. Veri amici? Chissà.
In mezzo a infinite
lodi, a tanto osannare tutto questo fenomeno dilagante di
networking una voce fuori dal coro pare necessaria e
indispensabile. A tutto c’è un limite. A fronte dei
numerosi e lodevoli esempi di associazionismo che sono
sorti grazie a questi sistemi, c’è - e pare essere la
maggioranza - una frammentazione, una dispersività e
dispersione che s’annida sotto l’apparente
connessione. Già, apparente, perché spesso è
sufficiente disconnettersi, spegnere il computer per
rendersi conto che era tutto e solo una grande bolla di
sapone. Cosa resta? Una piccola macchia sul pavimento, da
ripulire.
Ma forse il gioco ne
vale la pena. Purché si sia consapevoli che è tale.
Anna Fata