Tra gli 'amici' di Facebook
   
 
   
 
   

Si entra un po’ per gioco, un po’ per curiosità, un po’ perché è di moda, un po’ per lo sfinimento dei continui inviti ad iscriversi.

Ed il gioco è fatto: la macchina perversa comincia a funzionare.

Si avvia la ricerca. E si comincia ad essere cercati.

La rete si estende.

Tra un “Ti ricordi la prof di mate??”, un “Ma ti sei sposata, proprio tu??”, un “Evvai fratello, sempre più figo!”, si snocciolano i ricordi dei tempi che furono, si celebrano le antiche glorie, i rimpianti per gli anni sfioriti e l’età scolare con così poche responsabilità rispetto a quelle attuali. Ma vallo a sapere prima!

Svanito l’entusiasmo iniziale, trovato l’introvabile e fors’anche più, si viene riportati repentinamente al presente e ci si rende conto che il tempo è trascorso. Le cose non sono più come le avevamo lasciate. Ciascuno ha il suo giro di conoscenze ed amicizie, il suo lavoro, magari anche una nuova città o stato di residenza. E i contatti tornato a riaffievolirsi.

A quel punto, ci si trova di fronte ad un grande bivio: andarsene, un po’ delusi, per i cambiamenti riscontrati e di cui non era stato possibile prenderne atto fino a quel momento, un po’ soddisfatti, per avere chiuso dei capitoli parzialmente aperti con il passato. La memoria, talvolta, inganna. E dipinge con colori più rosei e attenuati.

E così si torna al presente confortati, a proprio agio nell’ambiente in cui si vive. E si prende atto del proprio essere cambiati, evoluti, talvolta anche maturati.

Oppure, all’opposto, restare, e iniziare il girovagare tra i profili, le bacheche, e tessere una nuova rete.

Per chi sceglie la seconda via, paradiso di ogni voaieur, e ludibrio di tutti gli esibizionisti, si aprono le porte di casa di un numero assai elevato di persone, di ogni ordine, grado, età, sesso, razza, posizione sociale, geografica, professionale. E’ come sbirciare dalla serratura di una porta, non solo senza essere visti, ma anche provvisti di quella licenza che la persona stessa ha fornito.

E così c’è chi fatica ad alzarsi dal letto il mattino, e chi non riesce ad addormentarsi la sera, chi non trova ispirazione per il menù della cena, e chi invita ospiti al suo banchetto. Chi s’iscrive al gruppo di “Quelli che quando li vedi su FaceBook sembrano degli strafighi e quando li incontri manco li riconosci!”, e chi a quello della petizione “Adotta a distanza uno psicologo disoccupato”, passando per i gruppi ‘seri’ di politica, cause umanitarie, ecologiche, spettacolo, e chi più ne ha più ne metta. Ce n’è per tutti i gusti.

Da una parte ci poniamo al centro, e, forse con un pizzico di presunzione, c’illudiamo che il mondo sia interessato a noi. Dall’altra osserviamo talvolta con curiosità, con invadenza, altre volte con discrezione, rispetto, in punta dei piedi, come se fossimo ospiti non invitati in casa altrui, le manifestazioni della piccola vita quotidiana che abbatte quelle barriere e distanze che quotidianamente ci caratterizzano. Il vicino di casa, così come il capufficio usano il nostro stesso dopobarba, si tagliano i capelli dal medesimo nostro parrucchiere, e hanno visto lo stesso identico film alla stessa ora, la settimana precedente. Se non l’avessero scritto in bacheca non l’avremmo saputo. Siamo tutti molto più simili di quanto ci ostiniamo a credere. Anche se ciascuno di noi si ritiene sempre un po’ più speciale di altri.

A volte colpisce la mancanza di contenuti di questi contesti.

Al più si tratta di contenuti ‘riciclati’. E la creatività dove finisce? Oppure semplici battute postate da un muro ad un altro. Gruppi come contenitori vuoti. Opportunità di comunicazione e di scambio perdute. Viene da chiedersi perché accada questo.

Se è vero che questi luoghi possono essere utili per restare in ‘contatto’, ci si chiede a cosa serva il contatto, se questo non è foriero di un accrescimento. E molto, molto difficilmente si attua un’uscita da questa rete per concretizzare queste ‘amicizie’. Ma a volte, seppure raramente, capita. E forse può valere la pena esserci, anche per quell’unico caso.

Anna Fata