Ciascuno
di noi farebbe carte false pur di non rinunciare ad essere
amato. E gli animali, le scimmie, in particolare, grazie alle
ricerche di Harry Harlow, ben esemplificano questa tendenza
umana: preferiscono rinunciare al cibo pur di ricevere
affetto, calore e gratificazione emotiva.
E
noi esseri umani non siamo molto diversi in questo. In fondo,
la componente sociale di ciascuno di noi non fa che esaltare
tale tendenza.
E
così, quando si è incapaci di dare e ricevere amore in modo
sano, autentico, siamo disposti a ricevere dei riconoscimenti
negativi pur di essere considerati.
E
così la vita si sussegue tra relazioni in cui si viene
abusati, sbeffeggiati, disprezzati al limite violentati,
fisicamente e, in ogni caso, sempre e comunque anche
emotivamente.
“Lo
fa per il mio bene, lo fa perché mi vuole bene”.
Questa
è la giustificazione che spesso si ode da chi vive in prima
persona queste forme di relazione.
I
modelli relazionali si trasmettono di generazione in
generazione, si consolidano, si calcificano e modificarli
diventa sempre più difficile. Si accettano così come sono,
perché “è sempre stato così” e non si riescono a
concepire neppure lontanamente delle alternative.
Prima
o poi, però, nasce chi, per un motivo o per l’altro, decide
di ribellarsi, di rivoluzionare questo sistema e da solo,
oppure con l’aiuto di un professionista, medico, psicologo,
filosofo o altro comincia a riflettere e ad osservare con
occhio attento come si farebbe con un’opera d’arte la
propria vita e quella di chi sta intorno e con cui si hanno i
legami più stretti.
A
quel punto cominciano a presentarsi i nodi, i chiaroscuri
diventano sempre più nitidi e quel che non si era voluto
vedere fino a quel momento viene messo istantaneamente a
fuoco.
Ed
ecco il bisogno di affetto che da piccoli si arrivava quasi ad
implorare, comportandosi da ‘bravi bambini’, come
richiesto, accudendo i fratellini, fungendo da sostituti
genitoriali, proprio di coloro che avrebbero dovuto dispensare
quell’affetto tanto prezioso, vitale, nutriente, ma di cui
gli stessi caregiver erano così affamati e carenti.
E
in questo modo il bambino affamato è cresciuto, ma la fame è
rimasta intatta, anzi, forse si è accresciuta. La reazione può
essere la rivendicazione, in una sorta di richiesta
incessante, esasperante, senza fine, atta a prosciugare il
partner di turno, di qualcosa che lui stesso non può fornire,
non per cattiva volontà, ma perché si tratta del nutrimento
interno che lo stesso questuante dovrebbe in ampia parte
essere in grado di dispensarsi.
Oppure,
all’opposto, vi può essere la negazione: “Io non ho
bisogno di nessuno!”, chiara reazione autarchica, di
chiusura, di autosussistenza, come se l’idea di non dover più
dipendere da alcuno possa essere sufficiente per negare il
desiderio, per colmare un bisogno, ma soprattutto per evitare
un nuovo rifiuto. Meglio fuggire, che rischiare di mettersi in
gioco.
Nel
momento in cui il ‘rivoluzionario’ decide di prendere in
mano la sua vita, quando si rende conto che il bambino ferito
non c’è più, ma che la sua ferita sussiste nel suo essere
adulto e che è questa che deve sanare, quando non c’è più
una ribellione fine a se stessa del tipo “Non ci sto!”, ma
una decisione attiva, consapevole e responsabile della sua
direzione di vita a quel punto inizia il percorso di risalita.
Come
posso provvedere al mio nutrimento?
Questa
è la domanda fondamentale a cui ciascuno di noi in modo molto
personale è chiamato a rispondere.
Ognuno
ha i suoi metodi, le sue tecniche, per alcuni può essere la
meditazione, per altri il ricamo, la lettura, un pomeriggio al
mare oppure sulle piste da sci. Una volta soddisfatti propri
bisogno, dispensato il proprio nutrimento ci si può
avvicinare agli altri sufficientemente sazi per donare, ma
altrettanto disponibili ancora a ricevere, nella convinzione
che non ‘tutto’ può essere ottenuto in modo autonomo.
Ciascuno
di noi è un essere sociale e come tale deve cercare di
trovare la distanza ottimale dagli altri in un sano equilibrio
tra autonomia e dipendenza, cosa che può variare da persona a
persona, così come nel medesimo individuo nel corso del
tempo.
A
quel punto ci si sente liberi di decidere se e chi può essere
un buon interlocutore per noi in quel determinato momento di
vita, da chi, se, quando e cosa ricevere (e donare). E alla
fame d’amore si sostituisce il desiderio, di donare e di
ricevere.
Anna
Fata
Psicologa del Benessere
Fonte:
AuraWeb