Felicità? No, grazie!
   
 
   
 
   

Mi sono trovata ad assistere ad un dibattito tra due persone anagraficamente e culturalmente mature, nel quale più volte sono stata chiamata ad essere coinvolta, con una non meglio celata ritrosia. Argomento: la felicità e l’essere felici.

Da un parte, la persona più giovane, iscritta ad un seminario per accrescere la felicità, grazie ad appositi esercizi. Dall’altra, quella più avanti con gli anni che sosteneva che la felicità non esiste, se non in brevi e fugaci frammenti.

In quella breve, ma intensa e animata scena mi si sono ripresentati agli occhi immagini di me, 10-15 anni fa, quando, nel pieno dell’entusiasmo, della buona fede e della buona volontà, credevo fermamente alla possibilità non solo di passare nel gruppo dei sostenitori del bicchiere mezzo pieno – con documentate testimonianze di ricerche scientifiche che vedono innalzati di pari passi alcuni dei principali indici di benessere psicofisico, sistema immunitario più reattivo, indice glicemico più basso, minore rischio di ipertensione, infarto – in cui ottimismo, pensiero positivo fanno da padrone, ma anche la felicità ha il suo notevole ruolo. Già, perché come sostiene il noto Martin Seligman, psicologo americano tra i principali fondatori della psicologia positiva, la felicità si costruisce.

Se è vero che cambiare prospettiva di interpretazione degli eventi, delle situazioni, dei comportamenti umani è possibile e verosimilmente anche benefico, in molti casi, è altrettanto assoldato che dopo anni di ‘pratica’, di sforzo, d’impegno, alcuni meccanismi divengono innati. Forse, a quel punto, non si tratta tanto e solo di routine, schema, che viene messo in atto, quanto di un’accresciuta forma di consapevolezza. Un po’ come accade all’artista, al pianista, piuttosto che al pittore: quando arriva l’ispirazione, quella che trascende la persona, rispetto alla quale diviene un mero umile strumento, la tecnica non esiste più come qualcosa di separato dall’individuo, ma ne è parte costitutiva, come se fosse stata pienamente metabolizzata, digerita. La tecnica è stata superata. In fondo, non esiste più. 

E allora la felicità, si coltiva? La si eredita? E’ solo un fugace bagliore? O, al limite, non è di questo mondo terreno, come alcune religioni sostengono? Oppure..?

Oppure arriva un giorno in cui ci si rende conto che non solo quello della felicità è un ‘falso problema’ – se per felicità si intende il suo senso etimologico, l’essere fecondo, ricco di doni (della Terra) - , ma che in realtà, nel profondo, in quel ‘famoso punto’ che tutti ci accomuna e ci trascende, c’è già tutto quel che ci necessita, e che non si deve cercare né costruire alcunché. E’ solo da ri-conoscere. Che sollievo. Anche perché il lavoro da svolgere su se stessi per giungere a questa percezione è notevole. Ma un giorno ‘accade’, non si sa come, né perché, semplicemente accade. Quel che possiamo fare è disporci affinché accada. E accogliere questo momento. E ricreare costantemente le condizioni per poter fare sì che questo nuovamente si manifesti.

E allora abbandoniamo il tempo per le discussioni, e lasciamo spazio al silenzio e all’armonia interiore.

Anna Fata