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Un
numero costantemente in crescita di ricerche lo testimonia:
nutrire un atteggiamento ottimistico, positivo fa bene. Fa
bene alla salute fisica, portando a curare maggiormente la
stessa, andando dal medico quando necessario, seguendo
attentamente le sue prescrizioni, e a quella psichica,
riducendo l’incidenza di manifestazioni depressive e
ansiose.
L’ottimismo
è un modo di guardare alla vita secondo il quale il mondo
appare come un luogo positivo, in cui le persone e gli eventi
sono considerati intrinsecamente buoni. Comporta la fiducia
che le cose andranno per il meglio. Non è una forma di
illusione, ma di sano realismo. E’ un modo di interpretare
la realtà, come potrebbe accadere per il bicchiere che alcuni
definiscono ‘mezzo pieno’ e altri ‘mezzo vuoto’.
L’ottimista
di fronte ad un successo o evento positivo ritiene che abbia
una causa interna, cioè che sia da imputare ad una sua azione
personale, al suo impegno, alla sua perseveranza, che sia
stabile, cioè che si ripresenterà in futuro, e globale, cioè
estendibile anche ad altre aree della sua vita. Di fronte ad
una difficoltà o insuccesso, invece, è convinto che abbia
causa esterna, cioè che non dipenda da una sua mancanza, che
sia isolato, cioè un accadimento sporadico, e locale, cioè
non generalizzabile al resto della sua esistenza.
A
livello di personalità, gli individui ottimisti vantano un
livello elevato di autostima, di sicurezza, di fiducia, di
apertura agli altri e al mondo e di felicità.
E
tutto questo come si declina in ambito professionale?
Si
è visto che i dipendenti ottimisti godono di uno stato di
salute migliore a 25, 45 e 60 anni. Al contrario, uno stile
esplicativo pessimista appare maggiormente correlato ad una
elevata incidenza di malattie infettive, ad uno stato di
salute precario e ad una mortalità più precoce.
I
lavoratori ottimisti sono, inoltre, più resistenti alla
fatica e allo stress, perché credono in se stessi, nelle loro
risorse e sono fiduciosi che le cose cambieranno per il
meglio.
Le
persone ottimiste tendono a riportare risultati
quantitativamente e qualitativamente migliori, tendono ad
essere più collaborative e cooperative, perché riesco a
fidarsi maggiormente di chi le circonda. Sono più persistenti
quando si impegnano per il raggiungimento di un obiettivo, e
quando vanno incontro ad una difficoltà o un fallimento
riescono a fronteggiarli e a risollevarsi con maggiore vigore
e in tempi brevi. Tendono ad assumersi le loro responsabilità,
a correre rischi nella giusta misura e in molti casi ad essere
imprenditori di se stessi.
Investire
in ottimismo e felicità sul luogo di lavoro, a lungo termine,
ripaga sempre. E’ una forma di capitalizzazione sul singolo
che va a riflettersi anche sull’intero sistema aziendale,
come per cerchi concentrici, si estende alla squadra,
all’intero sistema e si esporta anche all’esterno, verso
tutti gli interlocutori, clienti, fornitori, stakeholder.
L’intera immagine aziendale diviene più positiva e
ottimista e chi sta fuori lo sente. E’ la componente
emozionale quella che, prima di tutte, filtra, ancor più e
ancor prima di tante parole, spesso vuoti contenitori di una
gestione aziendale priva di pathos.
Di
fatto, e questa è la grande novità, ottimismo e felicità si
possono costruire. Sogno? Utopia? No, se si coltivano le aree
chiave che hanno individuato le ricerche della psicologia
positiva in materia. In modo particolare il focus viene
centrato su: la ‘vita piacevole’, ovvero tutte quelle aree
dell’esistenza in grado di apportare emozioni e sensazioni
positive, la ‘vita buona’, che riguarda l’impegno,
l’assorbimento, l’immersione, il cosiddetto ‘flusso’,
uno stato in cui la concentrazione è a livelli di profondità
tale per cui il tempo, lo spazio, la fatica si annullano ed
esiste solo il proprio essere e il proprio fare, qui e adesso,
la ‘vita significativa’, cioè la ricerca di uno scopo, di
un senso, di un vissuto di interconnessione più ampio e
diffuso secondo il quale il proprio esistere e il proprio
contributo hanno un valore.
L’attività
professionale si può pienamente inserire in queste sfere. Può
diventare qualcosa di piacevole, nella misura in cui si riesce
a coltivare l’aspetto ludico, creativo, dinamico, può
essere qualcosa che assorbe completamente se lo si sente parte
di sé, e qualcosa di significativo se viene veramente
valorizzato nel contesto in cui si inserisce, se non ci si
sente pezzi di un ingranaggio più ampio, in cui si viene
spersonalizzati come individui e alienati dal proprio
prodotto.
Questa
è la base della soddisfazione, oltre che della felicità. Una
persona soddisfatta sta bene con se stessa, con gli altri, è
produttiva, non solo parla bene dell’azienda, ma la vive
come parte di sé e come tale la esprime. Fatti, ancora una
volta, non parole.
Mettere
al centro l’individuo, dunque, all’azienda conviene e non
solo per il fatto che essa stessa è composta da persone, ma
anche e soprattutto perché tutti i suoi interlocutori sono
tali. Si parte dall’individuo, si allarga il cerchio e ad
esso si ritorna. E vista la ricerca di un senso per la vita,
della soddisfazione, della felicità che da sempre connota
l’esistenza di ciascuno di noi, una azienda che incarna (e
non solo parla) questi valori
può essere l’unica veramente in grado di essere
vicina a tutti i suoi interlocutori e aiutarli a compiere il
loro cammino evolutivo.
Anna
Fata
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