La ciclicità rappresenta la matrice
della nostra esistenza.
Giorno, notte, mattino, sera,
primavera, estate, autunno, inverno.
Una convenzione in ampia parte umana
che sottolinea le transizioni, i cambiamenti, all’interno di
processi in cui, mentre si è nel flusso, predomina la
continuità.
E’ quando poniamo l’attenzione,
quando per un istante ci fermiamo che ci accorgiamo che esiste
uno sguardo sul passato e, almeno nelle intenzioni, sul
futuro.
Di fatto si tratta di speculazioni
mentali che concretamente hanno uno scarso fondamento. Almeno
su un piano spirituale.
Ogni singolo istante di vita è
risveglio, apertura, accoglienza e commiato del continuamente
nuovo, in una dinamica senza soluzione di continuità in cui
le opposizioni si sanano e si superano. Solo il riflettervi,
lo speculare, il puntualizzare crea fratture, spesso difficili
da sanare.
Uno degli obiettivi della nostra
vita su questa terra consiste nell’imparare a lasciare
andare, un accommiatarsi continuo, senza trattenere, legarsi,
affezionarsi.
Quanto più aumenta l’accumulo di
oggetti, luoghi, persone, situazioni, ricordi, progetti,
aspettative, tanto più cresce la sofferenza nel momento in
cui concretamente tutto questo viene meno.
Che abbiano esaurito il loro ciclo
vitale o che la vita li richiami a sé anzitempo, se gl’investimenti
sono notevoli, radicati, profondi, la morte di una parte di
sé con essi può essere terribilmente lacerante.
La quotidianità, se vissuta con
consapevolezza, può diventare così un allenamento continuo
ad distanziarsi, disinvestire, lasciare andare. Come
maratoneti che si allenano per la prova finale che la vita
predispone per ciascuno di noi, apprendere questa qualità
interiore significa acquisire serenità, leggerezza, fiducia,
nella vita, nelle sue leggi, nei suoi cicli.
E che noi, come esseri viventi,
siamo regolati esattamente da tali leggi a cui siamo chiamati
a tornare in risonanza.
La quotidianità di ognuno di noi
offre molteplici e continue occasioni per tale allenamento: il
ciclo sonno veglia, l’alternanza luce buio, il ciclo di
usura degl’oggetti, i saluti alle persone, le fasi di vita,
le ricorrenze da calendario, i progetti di lavoro. Infinite
sono le macro e micro situazioni in cui potersi esercitare.
Talvolta l’allenamento può essere
effettuato anche indirettamente, osservando le situazioni di
vita altrui.
Vivere, ad esempio, in una città di
passaggio, portuale, aeroportuale, ferroviaria, permette di
vedere scorrere tante vite di fronte, evitando d’aggrapparsi,
fantasticare, affezionarsi ad alcuna di esse.
Non esiste nella vita stagione
migliore o peggiore di un’altra, più o meno desiderabile,
ma solo un susseguirsi di qualità ciascuna a suo modo
indispensabile al fiore della successiva, e ciascuna sorta, a
sua volta, grazie ai semi gettati dalla precedente. E’ come
qualcosa che scaturisce dalle ceneri di ciò che è stato. Che
sia stato un dolore, una fatica, un sacrificio è una
interpretazione mentale non indispensabile, né necessaria,
né del tutto corretta.
La sofferenza, nella stragrande
parte dei casi, va ricordato, la creiamo noi, volendo o
pretendendo qualcosa di diversi rispetto a ciò che la vita
offre in quel momento. Ma la vita, al di là delle nostre
ambizioni di omniscenza, ne sa molto più di noi, e conosce
quel che è meglio per noi e per il mondo in quel preciso
momento.
L’estate non potrebbe esistere se
non ci fossero la primavera, l’autunno, l’inverno, l’arrivo,
senza la partenza, il sorriso, senza le lacrime. Tutto ha un
senso, un valore, una funzione, anche se all’apparenza ci
può sfuggire. Né per questo possiamo assumere il ruolo di
arbitri di qualcosa di più grande di noi rispetto al quale
non possiamo fare altro se non inginocchiarci e accettare.