Quanto
più si coltiva la fragilità, tanto più ci si rafforza
“Ci
è stato costantemente trasmesso, inculcandoci l’ennesimo
giudizio di valore, che la fragilità, la tendenza ad
infrangersi di fronte alle pressioni sia ‘male’. Ma quanta
forza sussiste, in realtà, nell’essere in grado di
ammettere le proprie falle e, ancor più, nel lasciarsi ‘toccare’,
scon-volgere dagli eventi di vita. Agli estremi, le due
polarità, fragilità e forza, non solo sono costantemente
presenti, in germe, ma arrivano a coincidere, e ciò che è
spezzato è anche quel che è possibile ricomporre in modo
nuovo e diverso, e giungere così ad ordini ed esperienze
creative superiori”.
Ci
è stato insegnato fin da piccoli a stare composti a tavola, a
salutare con un sorriso gli estranei, anche quando non ne
abbiamo voglia, a non piangere in pubblico nel caso dei
maschi, a non urlare in modo sguaiato alle bambine.
Tutto
fin da bambini era ben definito, e noi ci siamo trovati a
seguire una serie di norme e regole che non ci appartenevano,
ma che abbiamo ritenuto importante fare nostre per continuare
a ricevere l’amore dei nostri cari, per essere desiderabili
ai loro occhi e degni della loro attenzione.
Arriva
un giorno in cui, però, tutto questo ci sta stretto, come un
vestito ormai sfuggito di misura: a nessuno verrebbe in mente,
da adulto, di indossare un abito della prima infanzia. E,
invece, spesso, senza accorgercene, andiamo in giro così,
agghindati come dei bimbetti della scuola elementare,
impacciati nel cercare di rispondere alle aspettative altrui,
mentre un’ampia parte di noi se ne sta confinata in un
cantuccio, magari nell’attesa per anni, prima di avere il
coraggio di svelarsi.
Cosa
accade se scopriamo di possedere la forza e il coraggio di
essere noi stessi, di rivendicare i nostri spazi, i nostri
desideri, le nostre necessità? Cosa si potrebbe verificare di
così terribile, irreparabile?
No,
non sono l’amore, l’ammirazione e l’approvazione altrui
che temiamo maggiormente di perdere, forse a volte anche
quelli, ma prima di tutto sono quelli che noi stessi ci
riserviamo.
I
primi ad essere duri, talvolta al limite della ferocia, siamo
proprio noi stessi, che ci giudichiamo, ci critichiamo, ci
tarpiamo le ali con la nostra efferatezza. E il trattamento
che riserviamo a tutto ciò che ci circonda, cose, animali,
persone, per trasposizione, non può essere tanto diverso.
Ci
sono sostanzialmente due estremi di noi che fatichiamo a
riconoscere, accettare, manifestare e che confiniamo
nell’ombra: forza e fragilità. Forse sarebbe più corretto
non definirli come aspetti contrastanti, ma come due facce
della stessa medaglia, due elementi che condividono la
medesima natura: agli estremi, arrivano a coincidere, come per
similitudine accade nel Tao della filosofia cinese.
Quel
che cambia e che segna la differenza tra forza e fragilità è
la diversa prevalenza, nonché la prospettiva, la visione, il
filtro con cui le si definisce. La cultura, ad esempio, in
questo frangente ha un ruolo preponderante, che si assomma
alle norme familiari interne a cui si è stati educati, e alle
caratteristiche di personalità.
Per
fare un esempio di quanto, all’estremo, una manifestazione
di fragilità possa sottendere una grande forza è il pianto.
Quanti di noi, uomini, ma anche tante donne, non piangono né
in privato, né tantomeno in pubblico? Mascherare, sopire, al
limite, sopprimere i sentimenti, le emozioni è veramente una
manifestazione di forza? Combattiamo come fosse un contagio
pestilenziale il coinvolgimento, ma in realtà ciò che
dobbiamo temere, perché ci porta lontano da noi, ci fa
perdere il nostro centro, è il farsi tra-volgere, non
coin-volgere.
Evitare
il coinvolgimento è un andare contro natura, un crearsi una
corazza, un indossare un’armatura, qualcosa che ci rende
artificiali, che ci priva del contatto autentico con noi
stessi e con chi ci sta attorno. Crediamo così facendo, di
proteggere il cuore, ma questo non viene più illuminato, né
può irradiare la sua luce e il suo calore, e rischia di
perdere la sua reale essenza. E’ questo un valido
compromesso di vita?
Non
vale forse la pena rischiare di farsi trafiggere, ma di
potersi sentire liberi di muovere e di esprimersi con tutto il
proprio essere?
Anche
perché poi, di fatto, dall’esterno non giungono solo
sofferenze, ma anche gioie, e se si è troppo ‘corazzati’,
se ci si lascia scivolare tutto addosso, se non ci si fa
permeare da alcunché, si rischia di perdere ogni
manifestazione e vissuto, piacevole e non che sia.
Se
continuiamo a credere, come ci avevano ammonito da piccoli,
che la vita è solo una lotta, una guerra, una sofferenza, se
ci ostiniamo a pensare che si debba sempre averla vinta, che
sia necessario arrivare per primi, che si debba essere al
centro dell’attenzione, andremo avanti come dei carri
armati, che tutto schiacciano, nulla rispettano e ancor meno
vivono.
Se,
al contrario, ci poniamo in un’ottica differente, se
cominciamo a vivere la vita come possibilità, come
opportunità, gioia, dono, anche la nostra attitudine verso
l’esterno muta. Siamo tutti debitori: cominciamo a
riconoscere e celebrare con riconoscenza questa nostra
condizione.
Con
questa disposizione d’animo diviene possibile sviluppare una
maggiore propensione al dare e al ricevere, alla gratitudine,
al coraggio, alla responsabilità. In tal modo non ci si sente
più costantemente nel diritto di avere, ma al contrario, dei
grandi debitori, non si considerano gli altri come nemici, ma
come amici, che ci siano simpatici o meno, che ci abbiano
fatto stare bene o male, perché è proprio dalle prove che la
vita ci propone che possiamo evolvere, crescere, maturare.
E
può sorgere così anche un altro importante vissuto: la
capacità di af-fidarsi, che sconfigge il senso di vuoto, di
solitudine, per aprirci ad una dimensione più ampia in cui il
Tutto si schiude ai nostri occhi e di cui anche noi ci
riconosciamo parte.
Forse
vale proprio la pena di smettere di ragionare per opposizione,
per contrapposizione, di cercare di criticare, giudicare,
incasellare. E’ ora di sviluppare un pensiero da ‘adulti’,
indipendentemente da quello che è stato il nostro passato,
dai torti, dalle sofferenze o ingiustizie di cui riteniamo di
essere stati vittime.
Siamo
già ‘illuminati’, siamo già ‘perfetti’ così come
siamo. L’unica vera missione che abbiamo è essere
semplicemente noi stessi: è il percorso
dell’individuazione, che si esplica per tutta la vita
terrena, che vede una realizzazione, un’espressione
autentica di sé, pur nel tentativo di conciliare le richieste
che il mondo ci pone.
Il
nostro potere è qui, adesso, facciamone buon uso.