| |
|
Aprirsi alla
spiritualità e al trascendente
Si
tratta di un senso di riconoscenza e di gioia per avere
ricevuto un dono, indipendentemente dal fatto che questo sia
stato tangibile o meno. E’ un modo di sentire che ci porta a
desiderare esattamente ciò che
abbiamo.
Il
termine deriva dal latino ‘gratia’. Anticamente nei
monumenti veniva raffigurata da una donna con in mano un mazzo
di fiori e di fave e accanto una cicogna.
La
persona in grado di vivere la gratitudine apprezza ogni giorno
che vive, e che sente come un dono e non come un peso, capisce
che la sua vita viene resa possibile e semplificata grazie
agli sforzi degli altri, è riconoscente verso i genitori.
Anche quando accade qualche evento avverso trova ragioni e
valori in grado di giustificarlo; prova di frequente un senso
di meraviglia e di stupore per ogni cosa che non dà mai per
scontata.
Ringraziare
non è qualcosa che ha a che fare con l’inferiorità, non ci
mette di fronte alle nostre incapacità, a ciò che non siamo
in grado di avere o di fare da soli. Al contrario, saper
ringraziare ci innalza e ci eleva perché è una forma di
riconoscenza che sgorga dal cuore, quando d’improvviso, come
in seguito ad una folgorazione, prendiamo atto che noi siamo
frutto di una sorta di ‘miracolo’, che si rinnova
costantemente, istante dopo istante. Non l’abbiamo chiesto,
ci è stato offerto, e proprio per questo siamo chiamati a
farne buon uso.
Inoltre,
la gratitudine ci richiama alle nostre responsabilità: come
parti di un tutto interconnesso e interdipendente siamo
invitati a prendere parte attiva di questo complesso processo
che comporta un flusso ininterrotto di attività e di energia.
A
volte la gratitudine può sorgere d’improvviso, al termine
di un periodo di difficoltà: a quel punto ci rendiamo conto
di quanto il normale scorrere delle cose non sia ‘dovuto’,
ma un’opportunità che siamo chiamati a valorizzare nel
migliore dei modi. A quel punto ogni singolo momento di vita
comincia ad essere esaltato, se ne sente la preziosità, la
sacralità, tale per cui anche le briciole non vanno sprecate.
La
gratitudine può avere una forma personale, che è orientata
verso una persona specifica ed un beneficio che questa ha
arrecato, e una transpersonale, verso Dio, una Entità
superiore, o il cosmo. In tali istanti ci si sente in pace,
fortunati, graziati.
La
gratitudine si compone essenzialmente di tre aspetti: un caldo
apprezzamento per qualcosa o qualcuno, una buona disposizione
d’animo verso la persona o cosa, una inclinazione ad agire
in modo conseguente a tali vissuti.
Si
tratta di una e vera e propria potenzialità che, secondo
l’approccio della psicologia positiva, aiuta a vivere
meglio. Alcune ricerche hanno messo in evidenza che le persone
particolarmente grate sono più propense ad effettuare
regolarmente esercizio fisico, ad avere meno malesseri fisici,
a valutare complessivamente bene la loro vita nell’insieme,
ad essere più ottimiste per il futuro, a riportare più
entusiasmo, determinazione, energia.
Le
persone grate non sono prive di senso di realismo, ma valutano
in modo più positivo il presente e il futuro. Inoltre, è più
probabile che abbiano livelli di spiritualità e di religiosità
più elevati, che avvertano un senso di interconnessione con
chi li circonda, sono più responsabili, meno invidiosi,
attribuiscano scarsa importanza ai beni materiali, siano più
aperte alle esperienze, estroverse, concilianti, meno
nevrotiche. Si impegnano spesso in comportamenti prosociali,
supportivi, nutrono sentimenti ed emozioni positive e vivono
più a lungo.
La
gratitudine si sviluppa tra i 7 e i 10 anni nei confronti di
coloro che offrono qualcosa.
La
sua espressione viene favorita dalla presenza di una
consapevolezza spirituale e/o religiosa, dall’empatia,
dall’umiltà, dalla capacità di mettersi nei panni degli
altri, dall’avere una visione prospettica ampia della vita e
dal considerare l’esistenza nel suo complesso e i suoi
singoli elementi come un dono. L’inclinazione a riflettere,
a contemplare, a considerare gli altri parte attiva del
proprio successo, l’essere stati allevati in un contesto
familiare in cui essa era considerata un valore sono altri
fattori che la stimolano. Ad ogni modo, anche in età adulta
essa può essere coltivata e accresciuta, soprattutto come
effetto di una profonda riflessione su se stessi. A quel punto
potremmo restare stupiti nel renderci conto che quel che
riceviamo è costantemente maggiore di quanto offriamo.
La
sua espressione può essere ostacolata dal fatto di sentirsi
delle vittime passive, dal senso di inferiorità, di
disistima, dalla scarsa autoconsapevolezza e riflessione su di
sé, dalla focalizzazione massiccia sugli aspetti più
materiali della vita, dal narcisismo. Questo porta a
considerare ciò che compiono gli altri nei nostri confronti
come qualcosa di dovuto e non come un dono, atteggiamento che
impedisce la reciprocità.
La
persona che non riesce a provare gratitudine spesso cade
nell’invidia: quello che sento di non riuscire a possedere e
che ritengo mi appartenga di diritto lo invidio. L’invidia
compie un ulteriore passo, è distruttiva: se non posso
raggiungere ciò che voglio e che sono convinto mi debba
appartenere, non puoi possederlo neppure tu, così preferisco
distruggerlo. E da qui attacchi efferati a ciò che si
vorrebbe, ma non si riesce a conseguire, con grande dolore da
ambo le parti.
Avere
ottenuto delle gratificazioni sufficienti da bambini pone le
basi per un senso di soddisfazione, di sazietà che se fosse
assente darebbe adito ad una ricerca spasmodica e
inevitabilmente destinata all’insuccesso di sostituti tali
da colmare il vuoto, prima di tutto affettivo, che ci si sente
dentro. Tutto questo, però, si può recuperare anche da
adulti, diventando dei buoni genitori di se stessi, in grado
di offrirsi i riconoscimenti necessari per il proprio
benessere e facendo poi altrettanto anche con gli altri. Se ci
ostiniamo a ritenerci vittime di privazioni che ci sono state
inferte in modo volontario non riusciremo mai a perdonare, a
lasciare andare il dolore e il legame negativo che ci connette
al passato e alle persone che siamo convinti ci abbiano
ferito. Prendere atto che tali persone hanno fatto il
possibile e, al limite, del loro meglio ci spinge non solo ad
accettare persone e situazioni per quelle che sono state, ma
apre le porte alla considerazione che come in passato, anche
nel presente, esistono diverse possibilità e che sta solo a
noi, qui e adesso, effettuare quelle modifiche che ci possono
far stare meglio.
Anna
Fata
|
|