Ho pianto nel vedere al
telegiornale le immagini che arrivano dalla Birmania, o meglio
dal Myanmar.
Sono immagini di spari, lacrimogeni, mezzi militari, urla,
bandiere sventolate, fotografie innalzate di leader terreni e
spirituali. C’è un’onda color porpora, scalza e rasata,
in fila ordinata ed omogenea che avanza sotto la pioggia
fitta, attorniata da un cordone di folla protettiva.
Dall’altra parte invece, un esercito tutto uguale, in
uniforme verde ed assetto di guerra. Fucili, pistole, elmetti
e scudi.
Dittatura e libertà. Violenza e pace. Odio e amore. Credo
di Stato e credo popolare.
Non è un gioco della Playstation, sono vite contro vite.
Vite di persone comunque innocenti.
Fare zapping, cambiando canale, o assistere in silenzio,
provando compassione?
Guardo e piango. Troppo facile e comodo voltarsi
dall’altra parte. Il concetto del “non mi riguarda, è un
Paese troppo lontano” purtroppo
non è scritto sul mio vocabolario.
Immagini confuse, immagini di
archivio, parole concitate e commenti politici.
E’ una rivolta soffocata nel
sangue, con botte, carcere, oppressione e segregazione. Campi
di lavoro, filo spinato e luoghi segreti dove far sparire nel
nulla i dissidenti.
E’ oscurare i siti web e
chiudere gli internet café. E’ il silenzio imposto alle
migliaia di voci degli studenti.
Ma sono anche bellissime immagini
che mi tornano alla mente e che, d’un tratto, rendono ancor
più liquido il mio sguardo.
Ho visitato la Birmania alcuni
anni fa, attirata inconsapevolmente dal mistero, dalle
fotografie e dai racconti di altri.
E’ un Paese dai forti contrasti
dove democrazia e tolleranza sono parole sconosciute.
La spiritualità più assoluta,
la gentilezza e la disponibilità della gente, sono invece
talmente tangibili, da smontare interiormente un’europea
come me, che viaggia soprattutto e solo, per cercare,
conoscere e capire.
Ho amato profondamente la luce
che avvolge il paesaggio e tutto ciò che ne fa parte. Anche
gli animali nelle
campagne incredibilmente sembrano più belli.
Nuvole di parole sacre
bisbigliate salgono verso i tanti ed enormi Buddha delle mille
Pagode.
Nelle vite semplici della gente,
un’aura di energia positiva, scandisce le stagioni, con
altre preghiere e offerte ai monaci.

E sono i monaci questuanti
infatti che ogni mattina vanno di porta in porta per ricevere
un piccolo dono. Un’offerta in cibo o in denaro, da dividere
poi con gli altri.
E sono tanti i sorrisi di
amicizia tra il viandante straniero e l’uomo col carretto
stracarico trainato dai buoi su sentieri sconnessi.
Sono una litania gioiosa i
gridolini divertiti di giovani ragazze nascoste da cappelli di
paglia mentre raccolgono, col capo chino ed attento, i frutti
della terra.
Sono ritmati i passi delle donne
che portano a spalla pesanti bilancieri con metallici
contenitori pieni d’acqua. E lungo il fiume, dalle barche
d’altri tempi, uomini snelli e muscolosi lanciano lontano
fitte reti, sperando in una pesca abbondante, mentre vele di
cenci attendono il soffio vitale per raggiungere l’oltre.
E sono anche case di bambù nei
villaggi con vocianti bambini, che si rincorrono tra
fiorellini gialli e alte palme verdi.
Nei mercati, tra commerci e
baratti, tra acquisti e vendite, lo spirito dei birmani si
colora di mille sfumature palpitanti. Abbracci, incontri,
nuove conoscenze e semplici chiacchiere ti riportano ad un
mondo che ingenuamente il viaggiatore pensa di sogno. Ma è
una bolla trasparente di perfezione che il vento, purtroppo,
con un rombo violento ed inaspettato di un’auto militare,
porta via lontano.
Cinzia
Bassani