Un
pomeriggio stavo compiendo una visita ad una nota località
balneare di grande bellezza paesaggistica. Ero
emozionantissima: qualche ora di libertà da ogni impegno, la
temperatura mite, l’aria purissima, il cielo limpido mi
rendevano radiosa dalla gioia.
Ricordo
di avere con me una macchina fotografica nuova, decido di
metterla subito alla prova, quale occasione migliore, del
resto? E così, scatto dopo scatto, fotogramma dopo
fotogramma, si compone nella memoria di bit una serie di
immagini di quel meraviglioso pomeriggio.
E
intanto il tempo scorre. Un’ora, forse. Mi fermo, ripongo la
macchina fotografica in una tasca: io voglio stare qui, le
fotografie ri-creeranno, cioè creeranno ex novo ogni volta
che le osserverò l’atmosfera di questi momenti, ma ora non
desidero perdermi un istante di questa situazione che sto
vivendo, qui e ora. Mi sono resa conto di quanto inutile e
artificioso fosse il gesto di voler ‘fermare l’attimo’:
nel momento stesso in cui lo stavo compiendo, lo perdevo, mi
lasciavo proiettare in un chissà dove, in un chissà quando e
lasciavo svanire l’occasione di vivere questo ‘famoso’
istante.
Questa
situazione, per certi versi, ha molto in comune con le
definizioni del concetto di identità.
Che
cos’è l’identità? Come si costruisce? Quando? Come si
mantiene?
Forse
il limite di fondo che accomuna molti degli approcci
all’identità è rappresentato dal tentativo di definire
qualcosa che per la sua stessa natura non è
circoscrivibile completamente una volta per tutte. Proprio
nel momento in cui si crede di averlo fatto, qualcosa di nuovo
emerge e mette a soqquadro la definizione elegantemente
confezionata.
Probabilmente,
oggi più che mai, in un’epoca di cambiamenti radicali e
repentini, abbiamo bisogno di credere che esista, almeno in
noi, qualcosa di immutabile, di stabile, di circoscrivibile,
che resiste all’attacco del tempo. Questa, forse, è la
nostra paura, il timore, l’ansia, l’angoscia, che questa
presunta stabilità sia in realtà assai più instabile e
provvisoria di quanto vorremmo.
Ma
se tutto cambia, come facciamo ogni mattina al risveglio ad
essere certi di essere gli stessi individui della sera
precedente? E, nel caso, su cosa si basa tale certezza? E’
possibile trovarne un riscontro concreto?
Diverse
sono le risposte possibili, a seconda dell’approccio
antropologico-filosofico che si adotta.
Una
cosa è certa: avere un’identità ben definita va di pari
passo con il possesso di un progetto di vita ben strutturato,
ma allo stesso tempo flessibile e adattabile al mutare degli
eventi e delle circostanze. Lo stesso ruolo svolge la mission
per un’azienda. Il progetto di vita, così come la vision (e
la mission), non coincide con l’identità, ma ne è diretta
emanazione:
-
so
chi sono (almeno in linea di massima e con la
consapevolezza di essere chiamato a ridefinire
costantemente me stesso)
-
so
dove mi trovo (in termini simbolici ed evolutivi)
-
so
dove voglio arrivare (quantomeno come linea tendenziale).
Individuo
singolo e organismo azienda sono accomunati dal fatto che
entrambi sono composti da una serie di unità funzionanti
singolarmente, le cellule, per la persona, gli individui per
l’azienda, e che l’insieme dei singoli componenti dà
luogo ad un essere che è maggiore della somma delle singole
parti. Esse sono unità viventi come singoli e come tutto e
come tali continuamente in evoluzione, mai definiti né
definibili una volta per tutte. Che cosa le porta ad
aggregarsi:
-
similitudini
a livello organico (esistono cellule con caratteristiche
specifiche che le vede riunite in un determinato organo,
così come in azienda ci sono uffici con persone preposte
ad una determinata funzione date le potenzialità e le
abilità di coloro che ne fanno parte)
-
consonanza
di obiettivi
-
comunione
di valori (solo nel caso di individui).
Ciò
che le cellule, gli individui, l’organismo azienda producono
è l’espressione della loro natura, pur non coincidendo con
essa. La racchiudono in sé, ma la trascendono.
L’essere
ha in potenza, come fossero dei semi, delle possibilità:
è solo la decisione libera, responsabile, l’allocazione di
risorse e di energia che porta ad una declinazione concreta
nel fare. Un fare, però, non fine e se stesso, che non si
esaurisce semplicemente nel meno agire, ma che si declina in
un obiettivo da raggiungere, in un prodotto o servizio da
creare. E qui entra in gioco il giusto equilibrio tra cuore
e ragione, disciplina, progettualità e libertà creativa.
Creare senza avere ben chiaro dove si desidera arrivare
conduce ad un dispendio di tempo, risorse ed energie in
termini afinalistici. Per questo è necessario munirsi di una
bussola di viaggio, delle coordinate per raggiungere la meta e
lasciarsi allo stesso tempo la possibilità di inventare, di
creare ex-novo il percorso.
Il
concetto di ‘valore’ è un ulteriore elemento che
può fungere da bussola, da criterio di orientamento in un
mondo in costante divenire e di cui l’individuo e
l’organismo azienda non fanno eccezione. I valori vanno
intesi in senso sia terminale, sia strumentale. La prima
funzione è da intendersi come guida, come essenza di vita,
senza alcuna necessità di declinazione concreta, che la
avvicina, al limite, alla definizione stessa dell’essere. La
seconda è invece ciò che concretamente orienta il fare, e ciò
che suggerisce quel che è più opportuno fare in una
determinata situazione in un determinato contesto.
Va
da sé che una persona equilibrata e coerente, così come
un’azienda, dovrebbe avere dei valori terminali e
strumentali in sintonia tra loro. Laddove vi è consonanza
interna, è naturale che venga ricercata anche all’esterno,
nel ciò di cui ci si circonda, ivi compresa azienda e
rispettivi brand.
Ad
esempio, una persona con forte spirito ecologista, con istanze
universalistiche rifiuterà a priori aziende che promuovono le
coltivazioni transgeniche, indipendentemente dal fatto che i
loro brand possano poi proporre un’immagine di salute,
leggerezza e benessere.
L’identità
si può paragonare al nucleo che genera la luce del sole. Si
sa che esiste un nucleo, che produce energia, che emana dei
raggi di luce. Si fatica a vederlo, ma si sa che esiste,
altrimenti non esisterebbero i raggi di luce. Tutto intorno vi
è il prodotto della sua essenza e della sua attività.
Conoscere
se stessi, risalire alla radice della propria essenza, sia
come persona, sia come azienda, è una condizione fondamentale
per poter entrare in sintonia col proprio fare, esserne
consapevoli, liberi portavoce di quel che si è, dei propri
valori, rispondendo in pieno di sé e della propria libertà.
Chi sta intorno sarà poi in grado di percepire l’autenticità
di essere e fare e riuscirà a mettersi in sintonia con le
nostre offerte professionali (e personali, che di fatto vanno
sempre di pari passo).
Anna
Fata