Condizione: Illetterata
   
 
   
 
   

Ore undici, in fila per disbrigo commissioni burocratiche. Nell’attesa, osservo il mondo che si muove, si agita, sbuffa o s’ingegna per impiegare il tempo a disposizione.

L’occhio mi cade sul plico di documenti disordinati e sciupati che una donna reca tra le mani. Chiede qualcosa al banco d’ingresso. Le scivola per terra una carta d’identità in cui spicca, sul fondo, una scritta in stampatello: ILLETTERATA.

Provo un senso di disagio, il moto, immediato e spontaneo, è quello di ritrovarmi catapultata nei suoi panni. Una donna con un marchio, un bollo, un’etichetta stampata in modo evidente ed inequivocabile. Tutti lo sanno, tutti lo sapranno. Come andare in giro nudi.

Ma, chissà, forse col tempo ci si fa l’abitudine.

La osservo, con discrezione, sorrido pensando che, in realtà, dietro quell’aspetto tutto sommato curato, nulla possa fare presagire quella condizione.

E, allora ancor più spontaneo mi sorge un dubbio, tra il serio e il faceto: in un popolo di presunti letterati, chi è veramente illetterato?

In un universo in cui sono i più, le masse, i grandi numeri che segnano le tendenze, chi può arrogarsi il diritto di affermare chi sta dalla parte del ‘giusto’ e chi no?

Se è vero che l’uso del linguaggio, parlato e scritto fornisce un gergo comune per intendersi, questo di per sé non garantisce il successo dell’azione. Anzi. Mai come oggi i fraintendimenti, i qui pro quo, la discomunicazione dilagano.

Talvolta la lettera, come è testimoniato dalla sua dimensione etimologica, sporca, inquina, mistifica, incrosta un messaggio che, nella sua essenza sarebbe non solo diverso, ma im-mediato, autentico, diretto. In questa visione, l’assenza di lettera impone, per comunicare e condividere un senso, la ricerca di modi di contatto alternativi, forse più primitivi, ma in certi casi più veraci.

Nello sbirciare, di tanto in tanto quella donna, mi ritorna in mente quel percorso che ciascuno di noi da piccoli ha compiuto, quando faceva diventare una via crucis una passeggiata per chi c’accompagnava, perché noi dovevamo fermarci a leggere tutte, ma proprio tutte le insegne e i cartelli pubblicitari. Per associazione mi sono trovata a passare in rassegna i vari segni e simboli che quotidianamente troviamo e che per convenzione conosciamo, dalla croce verde pulsante per la farmacia, al logo della casa automobilistica preferita, ai colori del semaforo.

L’uso della lettera, delle continue definizioni, porta a perdere delle sensibilità, pur nell’apparente risparmio temporale che, a primo acchito, sembra comportare. E il calo d’attenzione per le molteplici manifestazioni del mondo è uno dei primi e più evidenti contraccolpi.

Poi la memoria m’ha ricondotto ad un anziano amico della compianta nonna, un restauratore di mobili, che era in grado di creare incisioni, intarsi e intagli di una bellezza e di una precisione sorprendente. Anche se praticava tutto questo con estrema sobrietà ed umiltà, era un vero artista. Forse è stato anche per questo che le sue opere hanno avuto tanto successo.

Nei suoi disegni apparivano elementi simbolici, dal valore universale, il che attesta il fatto che non padroneggiare l’uso della parola scritta non svilisce il valore dell’uomo. Anzi, spesso e volentieri eleva le sue manifestazioni, in quanto non inquinate dal potere del giudizio e della massificazione.

Porsi fuori dal coro, per necessità o per virtù, consente di sviluppare una prospettiva del tutto nuova ed inusuale, da cui, ciascuno di noi, talvolta, sarebbe opportuno che provasse a porsi.

Se non altro, almeno per ricordarsi che non esiste solo la sua angolatura. E che non necessariamente è la ‘migliore possibile.

Anna Fata