Nella
vita non si finisce mai di imparare, altro che banchi di
scuola!
E’
la vita stessa la più grande Maestra, quella che non si pone
come tale, che non si arroga questo ruolo né alcun presunto
diritto associato ad essa. E’ la più grande Maestra solo se
noi la riconosciamo come tale, solo se ci mettiamo nelle
condizioni di cogliere quel che ci sta trasmettendo e di farne
tesoro.
Nutriamo
tante aspettative nella vita, ma queste sono destinate ad
essere immancabilmente disattese, perché si tratta di
qualcosa che esiste e continuerà ad essere tale solo nella
nostra mente. Nel concreto non sarà né meglio, né peggio,
ma semplicemente diverso.
Ecco
perché è tanto importante ridurre le aspettative fino ad
annullarle completamente. Non facile, sicuramente, ma neppure
impossibile. Accettare le cose come e quando giungono per
quelle che sono, senza ipotizzare come sarebbero, come
sarebbero state, non vivendo di ipotesi, rimpianti,
aspirazioni, né attese, ma nella pienezza del qui e adesso.
Se ci lasciamo riempire dal qui e adesso saremmo così sazi da
non avere bisogno di altro. E la gratitudine verso un Qualcosa
che ci consente di vivere quella situazione sarebbe enorme.
Non
sempre si impara grazie alla presenza, grazie alla
trasmissione di nozioni, di istruzioni o, in generale, di
situazioni che ci fanno stare bene. Al contrario, spesso le
lezioni che sono più istruttive sono proprio quelle che
derivano dalla assenza, dal vuoto, dal malessere, a patto che
si sia in condizioni di metabolizzarle.
Per
certi versi sono lezioni-non lezioni, lezioni mute che
intenzionalmente non vorrebbero trasmetterci nulla, ma forse
è proprio qui la sottigliezza. Il nostro ruolo attivo di
scoperta, di introspezione, di conoscenza è quel quid che
rende più profonda e personale l’esperienza di
apprendimento.
E’
il vuoto che con il suo essere tale offre la possibilità di
essere riempito. Le ‘lezioni’ eccessivamente sature di
contenuti lasciano alla fin ben poco altro se non un vago
senso di confusione, di sazietà e di stordimento. E il tempo
di digestione si allunga a dismisura, lasciandoci per molto
tempo impegnati in questo lavorio oscuro e pesante che ci
priva di altre possibili esperienze.
In
queste condizioni ci rendiamo conto, ad esempio, quanto sia
importante la presenza, l’esserci di una persona quando
questa non è presente, quanto valore possa avere il dialogo
se al contrario siamo costantemente circondati da monologhi,
quanto sia piacevole essere chiamati con il proprio nome
quando invece i più ci si rivolgono con nomignoli e
appellativi che per certi versi stravolgono la nostra identità
che con tanta fatica ci costruiamo e ri-costruiamo ogni
giorno.
E
ancora: ci accorgiamo quanto sia importante donare solo se e
quando dall’altra parte c’è qualcuno in grado di
ricevere, di apprezzare, di valorizzare e custodire quanto
abbiamo offerto, e quanto sia piacevole accogliere se e solo
se siamo capaci di farlo.
Ma
la lezione più grande ci giunge nel momento in cui ci
rendiamo conto che quel che sappiamo è una minima parte,
infinitesimale rispetto a quel che ci sarebbe da sapere e da
vivere e che probabilmente non arriveremo neppure al termine
della vita a farne propria se non una quantità
infinitesimale. Questo non vuol dire disprezzare quel che si
ha e che si può continuare a perseguire, ma semplicemente
comporta l’essere consapevoli che pur nella sua preziosità,
nel valore dato dalla sua unicità – non sono dati
‘saperi’ identici tra persone, proprio perché frutto di
esperienze personali uniche – è un piccolo granellino che
si va ad unire a miliardi di altri granellini per costruire
qualcosa di più grande.
In
realtà, la lezione di vita più grande che si può apprendere
è che prima di tutto ci viene chiesto di conoscere noi
stessi. Tutto parte da lì, ma lì non si arresta. E’ come
un centro da cui ci si irradia, da cui allontanarsi, a cui
fare costantemente riferimento e a cui poter tranquillamente
tornare perché si sa quale strada percorrere per farlo.
L’ideale
di vita non è un sistema egocentrico, ma ecocentrico, in cui
vige una interdipendenza reciproca, in cui ciascuno ha il suo
valore e il suo ruolo in virtù di se stessi, ma anche e
soprattutto di chi sta intorno.
Questa
è la lezione di vita che ogni giorno siamo chiamati a
ri-apprendere: siamo speciali, unici, ma allo stesso irrisori,
particelle infinitesimali in relazione ad altre da cui in
parte dipende l’esistenza di un contesto più ampio. Far
convivere questi due estremi in un equilibrio costantemente da
ridefinire è la prova di abilità più grande a cui siamo
chiamati, ma è anche quella più stimolante e coinvolgente
perché ci fa sentire artefici protagonisti della nostra vita.
Anna Fata