Erano
giorni e giorni che non usciva di casa. Quando venne da me
impiegò ben due ore e non perché abitasse lontano, ma perché
gli servì un’ora e mezzo di riti ed abluzioni prima di
poter compiere il grande passo e varcare la soglia di casa,
per avventurarsi nel mondo esterno, pieno d’insidie e di
pericoli, o di quel che lui percepiva come tali.
Era
alquanto sofferente. Soffocato dalla sua stessa mania di
controllo. Paralizzato nel corpo – che relegava non solo
dentro casa, ma spesso addirittura nel letto, perché i rischi
sono in agguato anche nella propria dimora – nel cuore e
nella mente, che ossessivamente annaspava dietro le solite
cose, che s’ingigantivano e si moltiplicavano istante dopo
istante, fino a totalizzare la sua esistenza.
L’esistenza
quotidiana era diventato un inferno: si era auto relegato in
un territorio sempre più circoscritto, perché gli attacchi
alla sua incolumità, incidenti, malattie, agguati, rapine, e
chi più ne ha più ne metta, erano sempre dietro l’angolo.
Avevo quasi la sensazione che in questa disperata immobilità
psicofisica ci fosse il tentativo non solo di controllare, ma
anche l’illusione di poter bloccare, imbalsamare, la vita.
Pur
tuttavia, tutto questo gli stava sempre più stretto, e la
molteplicità di sintomi che riferiva, a cominciare da asma e
ansia, erano solo la punta dell’iceberg di un malessere
molto più profondo e radicato nel tempo.
Ogni
rito doveva essere ripetuto almeno tre volte – quasi a
celebrare la santificazione di se stesso, Padre, Figlio,
Spirito Santo – che poi salirono progressivamente fino a
sette, numero non solo sacrale, ma che poi venne chiaramente
associato all’età d’infanzia in cui perse il padre. E a
distanza di pochi mesi, anche se all’apparenza il dolore
venne metabolizzato bene, fin troppo per un bimbo di
quell’età, esplose la sofferenza. O meglio, le
manifestazioni superficiali d’essa, quasi come fossero uno
schermo protettivo per difendersi da quell’atrocità che lo
dilaniava dentro.
Avvertivo
la sua richiesta d’aiuto, profonda, implorante, talvolta
quasi al limite della disperazione.
“Aiutami
ad uscire!” – avrebbe voluto gridare.
Senza rendersi conto che fin dalla prima volta in cui
era arrivato da me quel passo l’aveva già compiuto. Si
trattava di ripeterlo, più e più volte, e di consolidarlo. E
di alleggerirlo da tutte quelle elucubrazioni mentali e dai
timori che via via si sono associati.
Nonostante
la pesantezza, il dolore, la fatica, l’arrancare quotidiano
di un giovane nel fiore della sua esistenza, io mi sentivo
sintonizzata con la ‘altra faccia della medaglia’. Se da
una parte c’erano i timori di morte, dall’altra io
avvertivo netto e chiaro il timore della vita: la voglia di
vivere, che ormai non riusciva né voleva più essere
compressa né controllata, si riaffacciava nel suo caos
primordiale .
Un
giorno, quando anche lui, gradualmente arrivò ad intuire
tutto ciò esclamò: “Ho paura di vivere”. Per la prima
volta il timore di morire aveva lasciato il posto al suo
contraltare. Opposta facciata della medesima medaglia.
“Che
cosa accade se vive?” –domandai.
“Si
muore” – rispose.
“Ma
non è una morte anche quella a cui si è sottoposto fino ad
oggi?”.
Un
silenzio doloroso, affermativo, calò.
La
morte del padre, nel pieno del suo vigore, lo aveva segnato
molto più di quanto aveva potuto immaginare. E la madre, che
da imprenditrice decisa e ferma aveva portato avanti da sola
l’azienda di famiglia, in casa si mostrava molto più
fragile e delicata, appoggiandosi emotivamente al figlio, che
più che come bambino, veniva trattato come piccolo adulto e,
al limite, come sostituto del marito.
A
quanto il giovane aveva dovuto rinunciare per ricoprire questo
ruolo: d’altra parte, ormai, era sempre più pronto a
riprendersi il suoi spazi, a recuperare quel che non aveva
sentito, vissuto. Il padre doveva essere definitivamente
lasciato andare, ed anche mamma doveva essere lasciata al suo
destino. Il tempo stringeva e per quel che restava ogni parte
di sé reclamava a gran voce un’esistenza piena, profonda,
ricca di sensazioni, emozioni, contatti fisici che mille
timori avevano ostacolato ed impedito.
Con
la consapevolezza di sapere che, giorno dopo giorno, si poteva
uscire di casa e anche ritornarci. Poi un giorno sarebbe
potuto capitare di non farvi più rientro. Ma faceva parte del
gioco. E quel gioco voleva giocarlo. Da protagonista. A
qualunque costo.
Anna Fata