Incontri umani (parte 2)
   
 
   
 
   

Erano giorni e giorni che non usciva di casa. Quando venne da me impiegò ben due ore e non perché abitasse lontano, ma perché gli servì un’ora e mezzo di riti ed abluzioni prima di poter compiere il grande passo e varcare la soglia di casa, per avventurarsi nel mondo esterno, pieno d’insidie e di pericoli, o di quel che lui percepiva come tali.

Era alquanto sofferente. Soffocato dalla sua stessa mania di controllo. Paralizzato nel corpo – che relegava non solo dentro casa, ma spesso addirittura nel letto, perché i rischi sono in agguato anche nella propria dimora – nel cuore e nella mente, che ossessivamente annaspava dietro le solite cose, che s’ingigantivano e si moltiplicavano istante dopo istante, fino a totalizzare la sua esistenza.

L’esistenza quotidiana era diventato un inferno: si era auto relegato in un territorio sempre più circoscritto, perché gli attacchi alla sua incolumità, incidenti, malattie, agguati, rapine, e chi più ne ha più ne metta, erano sempre dietro l’angolo. Avevo quasi la sensazione che in questa disperata immobilità psicofisica ci fosse il tentativo non solo di controllare, ma anche l’illusione di poter bloccare, imbalsamare, la vita.

Pur tuttavia, tutto questo gli stava sempre più stretto, e la molteplicità di sintomi che riferiva, a cominciare da asma e ansia, erano solo la punta dell’iceberg di un malessere molto più profondo e radicato nel tempo.

Ogni rito doveva essere ripetuto almeno tre volte – quasi a celebrare la santificazione di se stesso, Padre, Figlio, Spirito Santo – che poi salirono progressivamente fino a sette, numero non solo sacrale, ma che poi venne chiaramente associato all’età d’infanzia in cui perse il padre. E a distanza di pochi mesi, anche se all’apparenza il dolore venne metabolizzato bene, fin troppo per un bimbo di quell’età, esplose la sofferenza. O meglio, le manifestazioni superficiali d’essa, quasi come fossero uno schermo protettivo per difendersi da quell’atrocità che lo dilaniava dentro.

Avvertivo la sua richiesta d’aiuto, profonda, implorante, talvolta quasi al limite della disperazione.

“Aiutami ad uscire!” – avrebbe voluto gridare.  Senza rendersi conto che fin dalla prima volta in cui era arrivato da me quel passo l’aveva già compiuto. Si trattava di ripeterlo, più e più volte, e di consolidarlo. E di alleggerirlo da tutte quelle elucubrazioni mentali e dai timori che via via si sono associati.

Nonostante la pesantezza, il dolore, la fatica, l’arrancare quotidiano di un giovane nel fiore della sua esistenza, io mi sentivo sintonizzata con la ‘altra faccia della medaglia’. Se da una parte c’erano i timori di morte, dall’altra io avvertivo netto e chiaro il timore della vita: la voglia di vivere, che ormai non riusciva né voleva più essere compressa né controllata, si riaffacciava nel suo caos primordiale .

Un giorno, quando anche lui, gradualmente arrivò ad intuire tutto ciò esclamò: “Ho paura di vivere”. Per la prima volta il timore di morire aveva lasciato il posto al suo contraltare. Opposta facciata della medesima medaglia.

“Che cosa accade se vive?” –domandai.

“Si muore” – rispose.

“Ma non è una morte anche quella a cui si è sottoposto fino ad oggi?”.

Un silenzio doloroso, affermativo, calò.

La morte del padre, nel pieno del suo vigore, lo aveva segnato molto più di quanto aveva potuto immaginare. E la madre, che da imprenditrice decisa e ferma aveva portato avanti da sola l’azienda di famiglia, in casa si mostrava molto più fragile e delicata, appoggiandosi emotivamente al figlio, che più che come bambino, veniva trattato come piccolo adulto e, al limite, come sostituto del marito.

A quanto il giovane aveva dovuto rinunciare per ricoprire questo ruolo: d’altra parte, ormai, era sempre più pronto a riprendersi il suoi spazi, a recuperare quel che non aveva sentito, vissuto. Il padre doveva essere definitivamente lasciato andare, ed anche mamma doveva essere lasciata al suo destino. Il tempo stringeva e per quel che restava ogni parte di sé reclamava a gran voce un’esistenza piena, profonda, ricca di sensazioni, emozioni, contatti fisici che mille timori avevano ostacolato ed impedito.

Con la consapevolezza di sapere che, giorno dopo giorno, si poteva uscire di casa e anche ritornarci. Poi un giorno sarebbe potuto capitare di non farvi più rientro. Ma faceva parte del gioco. E quel gioco voleva giocarlo. Da protagonista. A qualunque costo.

Anna Fata