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Una
testimonianza di una cliente, un vero e proprio inno alla
vita, profondo, toccante, sentito, appassionato.
Uno
sprone per ciascuno di noi, un invito a cogliere l’attimo, a
non lasciare nulla di intentato, a non sprecare un solo
istante della nostra preziosa esistenza, un dono che si
rinnova costantemente, che siamo chiamati ad accogliere con
gratitudine, a valorizzare, perché non sappiamo fino a quando
ci sarà concesso.
Anna
Fata
“Mi
alzo dal letto, faccio, colazione, risistemo un po’
l’appartamento, mi cambio e mi trucco.
Un’occasione
speciale? Per certi versi sì, è ‘l’appuntamento con la
mia salute’ – mi piace chiamarlo così.
Ha
le sembianze di un anziano signore, dai capelli più bianchi
che brizzolati, con gli occhi molto svegli, sornioni, luminosi
che mi osservano alcuni istanti quando, una volta entrato in
casa, mi chiede come va.
‘Bene,
al momento’.
Già,
al momento, non posso se non formulare un’affermazione di
questo tipo.
Ora
più che mai sono consapevole di quanto pochi minuti di tempo
possano cambiarti la vita. Può sembrare un luogo comune, ma
finché non lo vivi sulla tua pelle non te ne rendi veramente
conto.
Mentre
l’infermiere prepara accuratamente il necessario per
l’endovena, io mi accingo a scostare dal tavolo le ultime
pile di libri e di carta che accoglierà il mio piccolo
braccio, piccolo di fronte ad una quantità di sostanza che mi
sembra al confronto così voluminosa.
Avverto
una profonda ambivalenza nei confronti di questa persona e
della terapia che mi dispensa. Sta compiendo il suo lavoro, e
si comporta anche in modo molto umano con me, ma non posso
fare a meno di notare l’odore di fumo che si porta addosso e
che sento in ogni angolo della casa anche dopo che se n’è
andato. Quello stesso odore mi susciterà una profonda nausea,
se non mi accingerò ad aprire le finestre e a fare entrare un
po’ di aria di primavera.
Sono
stanca di vedere e di sentire le mie braccia martoriate come
se fossi una drogata delle più coatte, non solo per i piccoli
forellini, ma soprattutto per i grumi e i lividi che mi
ritrovo.
Mi
prendo tanta cura di me in questo periodo, mi concedo tutte le
attenzioni, il rispetto e la pazienza possibili e
immaginabili, ma che fatica per me, abituata ai ritmi
sostenuti, all’energia, all’efficienza. D’altra parte,
se mi arrabbiassi con me stessa, se mi rivoltassi contro
quelle che io definisco come mie ‘debolezze’ sarebbe
peggio.
E’
incredibile pensare come un piccolo ago che penetra in un
braccio possa dare adito a tanti vissuti e riflessioni. E’
una piccola violenza fisica, ma soprattutto psichica. Oppure
può essere visto come fonte di salute e benessere. Due facce
della stessa medaglia, quando ne vedo una, mi diventa quasi
impossibile vedere l’altra.
Sento
un liquido gelido che gradualmente si diffonde
dall’avambraccio verso la mano e il braccio. Penso che
potrebbe essere un ottimo refrigerante per la calura estiva!
Mi piace smorzare la tensione, sorridere, e fare sorridere. A
che serve piangerci sopra? Ma non sempre ci riesco.
Sette
minuti di stasi forzata, di passività, in balia di signore
che non conosco e di un ago che mi entra in una vena. Sette
minuti che a volte mi sembrano eterni. A volte vorrei fuggire,
a volte vorrei gridare, ribellarmi: ‘Perché proprio a
me?!’.
L’ultima
volta ricordo che mi sono lasciata dis-trarre da un passerotto
che viene abitualmente a visitare un albero sul mio terrazzo.
Lo sentivo cinguettare, mi ha fatto sorridere, dentro
soprattutto. Sette minuti sono volati, mi sono sembrati così
pochi, avrei desiderato quasi che durassero di più.
Un’altra volta mi sono soffermata ad ascoltare il suono
della pioggia e del vento: non mi ero accorta che anche quando
le gocce sono così sottili è possibile udirle. Un’altra
volta ancora ho osservato in uno stato quasi di estasi il moto
delle nuvole. Mi chiedo che cosa altro potrò percepire la
prossima volta.
Terminata
la fase di iniezione, ho a disposizione un’ora e mezza, 90
minuti, 5400 secondi prima che la sostanza entri completamente
in circolo e cominci a produrre gli effetti collaterali,
quelli che non mi permetteranno di uscire di casa come minimo
per due giorni, 48 ore, 2880 minuti, 172.800 secondi.
Poso
decidere se stare a crogiolarmi in anticipo, pre-occupandomi
di quanto starò male e impegnare così in una forma di
malessere mentale anche quei 90 minuti, o 5400 secondi.
Se
in sette minuti, 420 secondi posso ascoltare il cinguettio di
un passerotto, il mormorio delle gocce di pioggia, osservare
la danza delle nuvole, chissà quante altre sensazioni ed
emozioni posso vivere in un lasso di tempo più lungo!
A
volte mi chiedo chi me lo faccia fare di permettere ad un
estraneo di torturarmi il corpo – e per certi versi anche la
mente – senza sapere se ne varrà la pena, se è la scelta
veramente più salutare, o se è solo un modo per prolungare
un’agonia destinata ad avere una fine imminente.
La
risposta la trovo proprio nei 7 minuti, e nei 90 minuti,
istanti di vita che non permetto a nessuno di sottrarmi, che
desidero vivere il più intensamente possibile e di cui mi
piacerebbe tanto che ciascuno fosse in grado di cogliere
l’importanza e la preziosità. Non voglio perdermi per nulla
al mondo il canto degli uccellini, il gocciolio della pioggia,
il candore delle nuvole, e ancora, il crepitio del fuoco nel
camino, il profumo delle rose, l’impeto del vento da nord,
il fragore dei temporali, l’aroma di vaniglia delle torte
mentre cuociono, la complicità di uno sguardo appassionato, i
sorrisi, il sentirmi chiamare per nome, foss’anche solo per
un unico secondo”.
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