La vita cos'è?
   
 
   
 
   

Sto aspettando il treno per Genova in un giorno qualsiasi di una bella mattina di marzo, fresca e soleggiata. Si respira già primavera anche se il piumino d’oca mi tiene caldo come la coperta su un bimbo nella culla. E come sempre sono avvolta da mille pensieri.

Sul treno, cerco un posto che mi permetta di vedere il mare finché la galleria mi assorbe nel buio. Mi piace osservare le mille sfumature dell’immensità ed i gabbiani che si librano liberi nell’aria. Ecco, il posto mi sembra perfetto per il viaggio: sono solo 78 km di andata e poi 78 km di ritorno. Ma è sempre un viaggio, da intraprendere quindi, al meglio.

Il sedile accanto al mio è per ora vuoto, alla mia destra il mare, davanti  a me altri posti vuoti, dietro, la porta dello scompartimento che teoricamente dovrebbe essere chiusa ma che passeggeri distratti lasciano come sempre aperta. Spifferi di vita qui e là, spifferi di aria fastidiosa nel collo.

Mi guardo attorno mentre il treno lentamente prende il via, e cerco di liberare la mente aprendola alla nuova giornata.

Ho nella borsa un libro, uno di quelli che reputo importanti e che mi piace leggere in tranquillità, pesando ogni parola, ogni aggettivo, ogni esclamazione. Quei libri che leggi in un soffio, quasi da viverli in prima persona.

“Niente e così sia” l’opera di Oriana Fallaci, che amo profondamente per il modo di scrivere immediato, spietato e diretto. Come un treno, verso la meta. Senza inutili giri di frasi, senza preconcetti e pregiudizi, senza indugi. Boom: al cuore.

Ogni volta che inizio un libro, annuso la carta delle pagine che sanno di nuovo. E’ quasi un rito il mio: lo sfoglio, lo tocco, guardo il numero delle pagine, la copertina, cerco il segnalibro più adatto all’argomento ed al titolo, cerco di coglierne la magia che mi porterà a scoprire qualcosa che non sapevo prima ma che poi, con l’ultima riga dell’ultima pagina, spero aver fatto mio.

Inizio il rito, leggo le prime pagine e già dopo poco mi assento dall’ambiente circostante: sono nel libro, o forse sono io il libro.

Il mio pensare ritorna più volte ad una frase letta di Oriana: “la vita cos’è?”. Lei dice “…troppo presto avevo imparato che non si rinasce più a primavera…”

Già su quattordici parole si può iniziare a riflettere: è una domanda importante che mi pongo spesso. Direi che il significato del vivere sta proprio lì. Ma  per trovare la risposta spesso ci vuole una vita intera, vissuta attimo dopo attimo, intensamente. Ma a volte la risposta al dubbio del vivere non si rivela.

Tutti noi comuni mortali ce la poniamo almeno una volta: io purtroppo ogni mattina, ogni attimo di sconforto, di delusione, di apprensione e di speranza.

Ma la mia vita cos’è? E la tua, cos’ha di diverso dalla mia? E’ più saggia, più luminosa, o forse semplicemente essendo la tua, appartiene giustamente al tuo microcosmo. E’ la tua storia, che si sviluppa, che prende forma, che è vita e che dà la vita ad altri.

E’ come il treno che segue le rotaie dall’inizio fino alla fine, a destinazione. Beh, almeno il treno quando parte sa già a priori il porto finale; tu, o meglio  io invece non lo conosciamo.

Non sappiamo il  come si susseguiranno i secondi ed i minuti della giornata. In termini cinematografici per essere ancora più precisi, si parla di frame. In un frame, in un battito di ciglia, ci può essere il ricordo che vale la vita.

Sul mio treno, che si ferma spesso per far salire nuovi volti, ci sono tante vite diverse; lo scompartimento poco alla volta si riempie. Laggiù in fondo c’è una madre con un neonato in braccio, qui sulla sinistra ci sono due donne che si truccano, davanti a me c’è un giovane che ascolta la musica a tutto volume perso nei pensieri. Sul sedile avanti, l’avvocato  parla al telefono con un cliente, c’è il professionista che evidenzia in giallo il libro di marketing, e due anziani chiacchierano  e commentano le notizie del giorno.

Ecco: la risposta alla domanda, sta qui, in questo scompartimento che potrebbe essere la location perfetta per girare un film. Ognuno di noi interpreta la parte, siamo inconsapevolmente tutti attori sul palcoscenico che è la vita.

Il treno che è  metafora del  suo trascorrere, ci conduce ad impegni e sogni; siamo trasportati tutti in qualche luogo e da qualche parte, ma in questo movimento fisico, ce n’è un altro più importante: quello mentale. Che è palese nel comportamento di ciascuno di noi: io, tu, lui, l’avvocato, il professionista o l’anziano in questo momento, viviamo insieme l’attimo, siamo parte del treno, che ci coccola col suo ansimare e sferragliare.

Tocco vite che non posso approfondire né oggi né domani: qui tante espressioni, tanti volti, pensieri ed emozioni di viaggiatori. Qui con l’andare lento ed affannoso, hai modo di osservare. Ti guardi le scarpe, le unghie, la borsa, il  vestito del vicino, leggi di nascosto i titoli del giornale del passeggero davanti. Ascolti senza volerlo le conversazioni degli altri, ma soprattutto hai modo  di osservarti dentro, o spesso, ed è meglio così, ti riposi la mente.

Ma è “biglietto prego” e “buon giorno, grazie” che in pochi attimi ti destano dal tuo essere specchio trasparente, e ti riportano alla realtà.

Ed è  lo strillo del neonato calvo e senza berretto  che ti fa capire che sei quasi arrivato a destinazione e che in quei 78 km che hai percorso, hai vissuto la vita tu, come gli altri. E la vita è anche questo.

Cinzia Bassani