Ogni
contesto di vita può essere adatto per essere più
consapevoli dell’essere qui e adesso e tra questi anche
l’ambito professionale.
Si
incomincia il proprio percorso di lavoro chiedendosi quale
attività possa essere la più adatta per ciascuno di noi e
questo passa attraverso una fase, più o meno lunga, in cui si
può provare un’angoscia anche molto intensa perché non si
sa quale strada seguire.
Sapere
vivere, accettare incondizionatamente questo periodo di
incertezza, di instabilità, di confusione, di smarrimento, in
cui sembra che il terreno sotto i piedi frani, offre
l’opportunità di andare alle radici di noi stessi, delle
nostre paure, dei timori, delle insicurezze.
Forse
la questione di fondo non è tanto ciò che si vuole fare, ciò
che ci si aspetta di ottenere, quanto quel che si potrebbe
offrire. E’ il senso di soddisfazione, di ricchezza, di
pienezza che comporta il dare ciò che maggiormente motiva a
scegliere una strada professionale piuttosto che un’altra.
Anche
quando si pensa di avere trovato la propria strada, a volte,
lungo il cammino possono sorgere momenti di insoddisfazione,
di ansia, di infelicità. E sorge così, spontaneamente, il
desiderio di cambiare lavoro.
Il
fatto che si viva una situazione spiacevole, se si riesce a
superare la logica del bene-male, buono-cattivo, non significa
che questa non presenti delle opportunità per la propria
maturazione e crescita, anzi, tutt’altro.
Gli
aspetti emotivi che sorgono in concomitanza con le situazioni
di vita possono aiutare a mettere in luce schemi di
comportamento, pensieri, idee, routine, aspettative che ci
contraddistinguono. Esserne consapevoli pone le basi per un
successivo eventuale cambiamento. In questa prospettiva anche
il contesto professionale rappresenta un’occasione per
sapere chi siamo veramente.
Questo
si può realizzare focalizzandosi sul presente, su ogni
singolo piccolo gesto compiuto, sulle azioni e re-azioni dei
colleghi o nei loro confronti, dei superiori, degli ordini
impartiti, delle mansioni assegnate. Il lavoro viene così ad
essere una occasione ulteriore per risvegliare i sensi.
Lavoro
per una mia soddisfazione intrinseca o perché mi aspetto di
essere sempre elogiato e ricompensato? Cerco di agire secondo
le mie possibilità, oppure mi sobbarco all’inverosimile
impegni al punto che raramente riesco a portarli a compimento
tutti al meglio? La mia iperattività da cosa mi vuole
allontanare? Ogni cosa che faccio è realmente prioritaria,
importante per me o vivo un senso di urgenza confusa e
caotica? Sono in grado di collaborare, di fidarmi dei
colleghi, oppure non sono capace di delegare?
Lavorare
per se stessi, per la propria soddisfazione, per la propria
autorealizzazione, per il proprio piacere e non per
l’immagine sociale che ne deriva: questo è ciò che prima
di tutto ci consente di vivere la sfera professionale come
un’opportunità per conoscersi, essere più autoconsapevoli,
crescere.
A
volte può insorgere un senso di esaurimento: quali sono state
le mie aspettative professionali quando ho scelto questa
attività? Quale valore ho attribuito ai risultati attesi?
Fino a che punto mi sono illuso di poter controllare ogni
cosa?
Essere
convinti di poter bastare a se stessi, di poter essere gli
unici artefici comporta un elevato grado di frustrazione,
perché non tiene presente il fatto che il lavoro si colloca
oltre che in una ampia prospettiva sociale anche in un
contesto in cui il caso, l’imprevedibilità sono delle
costanti.
Prendere
le distanze dai risultati, non identificarsi con essi: questa
è la chiave. Attaccarsi ai risultati significa far dipendere
la propria sicurezza da qualcosa che risiede fuori di noi e
come tale è labile, perituro, instabile ed è sotto gli occhi
di tutti.
Se
nel contesto professionale, così come nella vita, le sfide
sono all’ordine del giorno, quel che conta, ciò che fa la
differenza è il modo con cui vengono affrontate: ostacoli
oppure opportunità, qualcosa da superare a tutti i costi,
oppure qualcosa prima di tutto da vivere,
indipendentemente dalla connotazione che se ne attribuisce.
Fare
del proprio meglio: questa è la vera soddisfazione. Mettere a
frutto le proprie doti, le proprie potenzialità, impegnarsi
per la propria soddisfazione, per la propria crescita
personale. Il resto viene da sé.
Anna
Fata
Psicologa
Riferimenti:
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E. (2003), Essere Zen, Ubaldini Editore, Roma.
Ubaldini
Editore, Roma.
Bottaccioli
F. e A. Caronia (2005), Meditazione, psiche e cervello,
Tecniche Nuove, Milano.
Bottaccioli
F. e A. Caronia (2006), Meditazione, passioni e salute,
Tecniche Nuove, Milano.
Fata
A. (2005), Armonia, benessere, felicità, Punto di fuga
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Fata
A. (2008), Ben-essere in azienda, Nuova Ipsa Editore, Palermo.
Kabat-Zinn
J (1999), Dovunque tu vada ci sei già, Tea Editore, Milano.
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J. (2005), Vivere momento per momento, Corbaccio Editore,
Milano.
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J.(2006), Riprendere i sensi, Corbaccio Editore, Milano.
Thich
Nhat Hanh (1990), Essere pace, Ubaldini Editore, Roma.
Thich
Nhat Hanh (2000), Il piccolo libro della consapevolezza,
Ubaldini Editore, Roma.
Thich Nhat Hanh (1992), Il miracolo della
presenza mentale, Ubaldini Editore, Roma.