|
|
|
Da un’esperienza su FaceBook:
Lettera aperta: Tutto il resto, è vanità!
|
|
|
| |
 |
| |
|
 |
 |
 |
|
| |
|
Riemergo da alcuni giorni dedicati al sentire e alla condivisione, per rispondere a molti che mi hanno chiesto: “Perché non scrivi più?”, e ancor più: “Non sembri più tu..”, e per ampliare il senso della riflessione e della discussione.
Credo che ogni esperienza debba fare il suo corso, e a maggior ragione in contesti come quello presente, rodaggio iniziale, coinvolgimento, entusiasmo, apice, plateau. A volte si prosegue su quest’ultima onda, a altre volte si passa ad ‘altro’.
Chi ha seguito, sa della chiusura ‘d’ufficio’, immotivata e improvvisa del precedente account (di FaceBook), con quasi 1.600 contatti, un Gruppo, Esperienze di Meditazione che sussiste, ma ‘orfano’, senza amministratore, con 736 presenze, e un’infinità di materiale in esso, così come nel profilo.
Da una serie di altre scene a cui ho assistito, direttamente e indirettamente nella vita quotidiana nei giorni a venire, mi sono sempre più convinta che la Vita ci sfida continuamente: “Lascia andare, lascia andare, lascia andare!”, questo il mantra che a volte sussurra, altre volte grida fortemente. E laddove non ci arriviamo noi, essa s’impone con tutta la sua veemenza.
Cosa significa essere se stessi? O, forse, non sarebbe più proprio chiedersi cosa significhi essere Se stessi?
E’ vero che ciascuno desidera poter credere di contare su delle sicurezze, dei punti fermi, saldi e solidi, ma la Vita ci smentisce, di continuo. E’ un costante cambiamento, e, il peggio, almeno in apparenza, è che sembra non dipendere da noi.
Tutto questo, se ci ostiniamo a restare confinati nel nostro piccolo mondo, in un guscio corazzato in cui, di fatto, non facciamo mai entrare veramente niente e nessuno. Ed ecco il vero isolamento, quello che ci creiamo con le nostre stesse mani. La decisione di vivere serenamente la nostra solitudine è qualcosa di ben diverso. Niente a che vedere con il sentirsi soli.
Ed ecco perché oggi più che mai mi trovo a sorridere di fronte a chi ancora s’ostina a credere di poter conoscere una Persona: di fronte al Mistero, Mistero che tutti, ma proprio tutti, nel profondo, in quel ‘punto’ immutabile e trascendente ci portiamo dentro, non resta che la resa silente e ossequiosa.
Quel che muta, alla superficie, le manifestazioni intellettive, emotive, comportamentali che distinguono ciascuno di noi, non è altro se non un pallido riverbero di Qualcosa che alberga più nell’intimo e che solo in rarissimi momenti traluce.
E sull’onda di questo Qualcosa che s’orchestra la nostra Esistenza. Ma quel che siamo chiamati a sentire e accettare è che tutto ciò non dipende da noi. No, affatto.
Anche se spesso ci aggrappiamo a concetti quali giustizia, bontà e cattiveria, sanità e malattia, questi, in fondo, sono solo ennesime declinazioni umane, e come tali soggettive, di qualcosa che, in quanto non conosciamo, se non a tratti, c’inquieta, ma spesso anche c’affascina. Tutto questo, finché non ne facciamo esperienza. Allora, la prospettiva cambia.
Ma di questo, risulta difficile parlare: i limiti insiti nella parola, nel suo contenere, definire, non potrebbero aprirsi alla Vastità dell’Esperienza.
E da qui, per concludere il cerchio: come poter chiedere ad una persona “Chi sei? O non sei più tu, non ti riconosco”? forse varrebbe la pena, fin da principio, arrendersi di fronte al fatto che non la si conoscerà mai, e accogliere quel che di piacevole questa condizione comporta: lo stupore e la meraviglia. Di continuo.
Grazie agli Amici, ai Conoscenti e a Coloro che ancora non conosco e con cui spero di avviare un dialogo, e, magari anche un’amicizia. Di Persona, naturalmente.
Anna
Fata
|
|
 |
|
|
|
|
|
|
|
|

|
|