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Limitarsi
ad essere: risulta difficile da concepire questa espressione a
noi occidentali, costantemente immersi nell’agire, nel fare,
in un turbinio di pensieri, di progetti e di azioni che ci
distolgono dal fare esperienza del qui e adesso, del proprio
esserci.
Sensazioni,
emozioni, esperienze, ogni cosa ci scorre addosso come se
fossimo ricoperti da un fitto strato impermeabile che ci
impedisce di cogliere e godere appieno l’essenza della
nostra esistenza.
Presunte
urgenze, che niente hanno a che vedere con le nostre priorità
personali, un senso di indispensabilità della nostra presenza
e dei nostri contributi, un vortice di energie che, a volte,
sentiamo a tutti i costi di dover esternare e rivolgere a
qualcosa di concreto. Perché ci comportiamo così? Perché
siamo diventati così incapaci di ritagliarci dei piccoli
spazi di silenzio assoluto, interno ed esterno? Che cosa non
vogliamo ascoltare?
Essere
soli di fronte a se stessi può essere faticoso, a volte può
intimorire, può portare a scoprire parti di noi sconosciute,
che potrebbero non piacerci, che non avremmo mai voluto
vedere. I “mostri” sono sempre gli Altri: quelli presi da
raptus omicidi, coinvolti in truffe miliardarie o spariti nel
nulla senza dare più notizie di sé.
Ma
noi ci conosciamo veramente? Conosciamo a fondo le nostre
potenzialità e i nostri limiti? E ancora: ad oggi, quale è
il bilancio provvisorio che potremmo fare della nostra vita?
Non
è mai troppo tardi per fermarsi a riflettere su tali
interrogativi, non è mai troppo tardi per introdurre dei
piccoli o grandi cambiamenti nel nostro cammino esistenziale.
In
fondo, forse, potrebbe non essere così terribile come ci
aspettiamo…
Come
effettuare questo in concreto?
Molteplici
potrebbero essere le possibilità, sta ad ognuno di noi
trovare quella più consona a se stessi. La meditazione
buddista, ad esempio, si focalizza sul “fare esperienza”
che consiste nell’essere testimoni del mondo sensoriale da
una prospettiva attenta e lucida. In una prima fase, quella
detta “dell’osservatore”, si comincia ad osservarsi
“dall’esterno” ed in essa permane stabile il senso del sé
quale agente dell’osservazione. In una seconda fase,
definita “del testimone”, si vive una condizione di
acquietamento e di spaziosità, mentre la percezione del sé
che funge da testimone diventa sempre meno presente. Durante
tale processo, quanto più si sperimenta, tanto meno si viene
catturati dai pensieri.
In
questa condizione si possono vivere delle emozioni anche molto
intense che, pur essendo a volte sgradevoli, in realtà non
rappresentano un pericolo concreto.
Nel
tempo, con la pratica dell’esperienza, è possibile non
tanto fare scomparire le forti reazioni emotive, quanto
prenderle più “alla leggera”. In concreto: si potrà
provare angoscia, ma non essere angosciati, cioè la nostra
identificazione non sarà più con un io o con l’angoscia,
ma con un contenitore di consapevolezza più ampio che è il
testimone. Fare esperienza consente di comprendere che siamo
ben più del corpo, ben più dei nostri drammi personali.
Un’altra
possibilità potrebbe essere il ricorso ad un supporto di un
professionista che sia in grado, tramite specifici modelli di
riferimento e tecniche consolidate, di aiutarci a coltivare
dei piccoli spazi personali, prima di tutto interiori, poi
anche esterni, in cui guardarsi dentro, mettersi alla prova,
conoscersi, su un piano simbolico-relazionale in cui la parola
rappresenta uno degli elementi di elezione e in cui l’azione
viene messa in secondo piano.
Analizzare
situazioni di vita, schemi che si ripetono, focalizzarsi su
pensieri, emozioni, sensazioni in un contesto che va oltre e
per certi versi trascende la realtà quotidiana offre lo
spazio e il tempo per una riflessione costruttiva.
Spesso
viviamo nell’illusione che le nostre azioni più o meno
frenetiche possano portare, prima o poi, alla risoluzione di
ogni problema o difficoltà, nell’aspirazione forse un po’
utopistica di una vita senza affanni né dolori. Quel che può
restare in noi della nostra onnipotenza infantile, unitamente
ad un contesto socioculturale ed economico volto ad un
miglioramento continuo delle possibilità e delle condizioni
di vita, non fanno altro se non avvallare questa nostra
fantasia.
In
realtà, la nostra vita è, è stata e sarà sempre
caratterizzata da “alti e bassi”, gioie e dolori, salute e
sofferenza. Cosa fare, dunque, di fronte a tali situazioni?
Lasciare semplicemente che la vita sia, lasciarla scorrere,
lasciarla andare, essere presenti con la mente e con il corpo,
pur con un certo distacco. È inutile e deleterio soffrire la
sofferenza, è sufficiente limitarsi ad osservarla.
In sintesi, quel che ci insegnano due orientamenti
di vita, con le loro differenze e similitudini, è che l’autoconsapevolezza,
fisica e mentale, è la condizione che più di ogni altra ci
consente di vivere nel modo più pieno, autentico e
soddisfacente la nostra esistenza. Esistenza che, di fatto, è
caratterizzata da momenti più o meno positivi per loro natura
transitori e che come tali vanno vissuti.
Anna
Fata
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