per
gentile concessione dell’Autore,
Ivo
Quartiroli, Indranet
http://www.indranet.org/multitasking-to-nothing/
Anche
se è stato dimostrato come il multitasking sia
controproducente, nella vita reale e al computer tendiamo ad
occuparci di un numero crescente di attività simultaneamente.
In
realtà quello che si teme maggiormente è fare esperienza di
un vuoto che ci renderebbe consapevoli della mancanza di senso
profondo nelle nostre attività. Qualsiasi rallentamento
dell’attività mentale ci renderebbe consapevoli di noi
stessi più profondamente di tutte le attività con cui siamo
identificati, e questo è esattamente ciò che il nostro ego
tende ad evitare.
Nella
nostra società, la velocità è celebrata come se fosse una
virtù in sé.
Jerry Mander
Quando
ero piccolo, mio padre mi raccontò che una volta un suo
collega aveva visto in un bar un uomo in piedi che mangiava un
panino, fumava una sigaretta e leggeva un giornale. Quel
collega si era tanto arrabbiato da fare commenti ad alta voce
su quanto la gente si stesse stressando a causa della vita
“moderna”.
Questo
avveniva in Italia all’inizio degli anni Settanta. Oggi, a
parte il divieto di fumare, è normale vedere la gente in
piedi in un bar mentre mangia un panino, legge qualcosa, invia
un SMS, ascolta musica e magari guarda un videoclip alla TV.
Nessuno si arrabbia più. È diventata una pratica comune.
Anche
se è stato dimostrato come il multitasking sia
controproducente, anche nel mondo degli affari, nella vita
reale e al computer tendiamo a fare un numero crescente di
attività simultaneamente. E con la velocità aumenta la
produzione, e con quest’ultima l’inquinamento.
Sembra
una corsa senza fine verso non si sa bene cosa, poiché ogni
tecnologia creata per risparmiare tempo si trasforma in
qualcosa che ci ruba più tempo. Ciò accade perché in realtà
quello che si teme maggiormente è fare esperienza di un vuoto
che ci renderebbe consapevoli della mancanza di senso profondo
nelle nostre attività. Qualsiasi rallentamento dell’attività
mentale ci renderebbe consapevoli di noi stessi più
profondamente di tutte le attività con cui siamo
identificati, e questo è esattamente ciò che vogliamo
evitare.
Poiché
il rallentamento può essere anche contagioso, isoliamo le
persone come se avessero una malattia.
Da
quando la società si è costituita, coloro che hanno voluto
sottrarvisi sono stati perseguitati o scherniti. Vi si perdona
tutto, purché abbiate un mestiere, una qualifica sotto il
vostro nome, un sigillo sul vostro nulla. Nessuno ha l'audacia
di esclamare: "Io non voglio fare niente!" - si è
più indulgenti con un assassino che non con uno spirito
affrancato dagli atti. E. M. Cioran. Sommario di
decomposizione. Adelphi. Milano. 1996.
La
natura della mente in sé ci spinge verso la velocità e
un’attività incessante. Tuttavia, esistono evidenti
differenze culturali, per esempio, tra l’India o i Caraibi e
gli Stati Uniti o l’Europa, anche se l’atteggiamento
occidentale si sta diffondendo ovunque.
Questa
ansia di fare e raggiungere obiettivi è più evidente nei
Paesi occidentali. Nei Paesi non occidentali, percepisco meno
agitazione e frustrazione anche quando la gente sembra molto
assorbita dalle proprie occupazioni. Da noi c’è
un’agitazione che sembra parte intrinseca della nostra
cultura.
Sospetto
che l’impazienza generale venga dalle religioni
monoteistiche occidentali, nelle quali c’è l’idea di una
sola vita, durante la quale ci dobbiamo guadagnare la vita
eterna. Soprattutto nella cultura cristiana protestante si
insiste molto sul raggiungere la salvezza attraverso le nostre
azioni. Per questo abbiamo fretta, perché la vita è breve,
anche se cerchiamo di allungarla il più possibile attraverso
le biotecnologie.
Mi
viene in mente una vecchia barzelletta dalle molte versioni.
Ne creerò una nuova, per adattarla al mondo dei blog.
C’era
una volta un blogger che viveva in una piccola città vicino
al mare e scriveva solo un post a settimana attraverso un
Internet Café, perché non possedeva nemmeno un computer.
Egli non aveva molti lettori, ma quei pochi che aveva erano
davvero interessati a ciò che lui scriveva e ogni volta
controllavano il suo sito in cerca di nuovi post. Un giorno,
un americano notò il suo blog e gli mandò un’email
complimentandosi per la qualità dei suoi post e chiedendogli
quanto tempo impiegasse a scriverli.
Il
blogger rispose: «Mi basta poco tempo, perché la maggior
parte degli scritti si basano sulle riflessioni che ho già
fatto guardando il mare».
Al
che l’americano chiese: «Perché non scrivi più articoli,
allora?».
Il
blogger disse: «Mi sveglio tardi e passo il tempo a guardare
il mare, incontrare donne bellissime, stare con gli amici,
bere buon vino rosso. Scrivere le mie riflessioni per chiunque
voglia leggerle è solo una delle mie piacevoli attività.
Lavoro molto poco, giusto il necessario per sopravvivere».
L’americano
disse: «Quello che scrivi è interessante, io sono un
imprenditore e se tu riuscissi a dedicare più tempo al tuo
blog, scrivendo più post, potrei aiutarti a trovare molti
lettori. Sarebbe un grande successo».
Il
blogger chiese: «Ah sì?… E poi?».
L’americano
rispose: «A quel punto potresti mettere pubblicità sul tuo
blog e fare soldi».
Il
blogger disse: « Ah sì?… E poi?».
L’americano
disse: «A quel punto potresti aprire nuovi blog e
moltiplicare i guadagni».
Il
blogger chiese di nuovo: « Ah sì?… E poi?».
L’americano
disse: «A quel punto potrai espandere ulteriormente la tua
rete di blog, assumere scrittori per scrivere più post e
avere più visitatori e soldi».
Il
blogger chiese di nuovo: « Ah sì?… E poi?».
L’americano
disse: «A quel punto, potrai vendere i tuoi blog a una grande
azienda delle comunicazioni e alzarti tardi, guardare il mare,
incontrare donne bellissime, bere il vino con gli amici e
scrivere un blog solo per il tuo piacere…».
Ivo
Quartiroli