Niki
è il coniglio di Sara, un’amica di mia figlia.
Sara lo ha acquistato in un negozio di
animali in città. E’ un bel coniglio, bianco, con un pelo
setoso, la coda a pouff che da batuffolo diventa spatola
quando incuriosito si allunga tutto per annusare nell’angolo
o si alza per curiosare o chiedere ‘qualcosa’. Ha un
occhio blu e uno verde entrambi cerchiati da una pennellata di
nero: è proprio bello!
Sara lo teneva in casa e lo lasciava
libero di saltellare ovunque tanto che aveva stabilito con il
gatto di famiglia una sorta di ‘amicizia’ (mi spiace per
K. Lorenz che non accetterebbe questo mio sostantivo
considerando impossibile l’amicizia/inimicizia fra specie
diverse).
Niki
si comporta esattamente come un gatto quando si struscia
contro il mento o contro le dita, come un cane quando lecca la
guancia, e come un coniglio quando dà piccoli affondi alla
mia mano che tenta di prendere la sua ciotola per fare
aggiunta di cibo.
Adesso
il Bianconiglio vive con noi.
Non
posso lasciarlo scorazzare per casa vista la quantità di
segugi che possiedo, soprattutto per la sua incolumità, ma lo
libero giornalmente dal suo serraglio ingombro di paglia e
fieno, manicaretti di vario genere, carote e mele, pane
vecchio e un sottovaso gigante per un eventuale bagno, (il
tutto creato all’interno di una capiente voliera,) e lo
faccio ‘sgambare’ in un altro recinto con un po’
d’erba.
Quando
mi vede arrivare dà per scontato che è l’ora della
passeggiata: si avvicina alla porticina di ferro, mi ‘guarda’,
si appoggia sui posteriori, sbadiglia, si allunga
stiracchiando gli arti e il collo e si prepara all’uscita.
La
sensazione che rimanga deluso quando non gli permetto la
passeggiata tanto attesa, mi rimane nello stomaco: mi sento in
colpa; è la stesso sentimento che mi assale quando lascio i
gatti in cantina o i cani nel grande serraglio accanto alla
mia casa.
Ho
cercato di fare un minimo di introspezione e sono arrivata ad
una conclusione/non-conclusione.
Forse
l’ho già detto amo profondamente gli animali, tanto che ne
vorrei di ogni specie. Dimentico spesso che le convivenze non
sono sempre così semplici, a prescindere dall’atavica
credenza che cani e gatti non possono andare d’accordo e non
possano vivere insieme, credenza ormai sfatata da varie
esperienze anche se fatte con attenzione.
Già,
ma non dimentico ad esempio che un coniglio che saltella e
‘scappa’ può essere una preda ambita, o semplicemente un
gioco nuovo per una masnada di bassethound che hanno voglia di
sgranchirsi le zampe e amano intrufolare i loro nasoni in ogni
buco, anche fra le maglie della rete metallica.
E’
qui, che mi nascono dei dubbi.
Sara
ha donato a noi il suo coniglio dicendoci che abbiamo tanto
spazio e che quindi lui avrebbe fatto una vita migliore in
campagna.
Sicuramente
l’aria fra viti e
olivi, erba tagliata
di fresco, ciliegi e peschi in fiore, non è come lo smog e
scarichi di auto in città, ma la libertà non è propriamente
ciò di cui Niki gode.
Ci
diamo una spiegazione: è per la sua incolumità che rimane
chiuso nella voliera.
Chissà…?...
se lui preferiva il granito di casa tirato a lucido, la
vicinanza del gatto, la pelle ambrata di Sara oppure se
preferisce l’odore del fieno fresco, gli abbai dei cani, il
tubare delle tortore, il rumore del vento fra le griglie, e
una mano (ormai amica?!) che tenta di accarezzarlo talvolta
invano.
Adalisa
Tomezzoli Pasqualini